Debutta a Madrid con successo la prima grande mostra itinerante su Auschwitz. Il titolo è un monito a non dimenticare: “Non molto tempo fa. Non lontano da qui”.

Davanti all’ingresso del Centro de Exposiciones Arte Canal, in plaza de Castilla, c’è un vecchio vagone ferroviario di legno della Deutsche Reichsbann (originale, Modello II), che sosta come se fosse abbandonato su un binario morto. È il lugubre simbolo del più grande campo di sterminio della storia, il luogo dove l’orrore umano ha raggiunto apici impensabili.
La gente fa la coda al botteghino in silenzioso rispetto. L’ingresso alla mostra ‒ situata nei 2500 metri quadri del deposito sotterraneo del Canal de Isabel II, come ancora oggi si chiama l’acquedotto di Madrid fondato dalla celebre regina Borbone nella seconda metà dell’Ottocento ‒ è un corridoio oscuro fiancheggiato da un montaggio ben riuscito fra immagini fotografiche del perimetro esterno di Auschwitz e veri e propri pali di cemento, che sorreggono un minaccioso filo spinato elettrico. Il primo oggetto che compare in una teca è una scarpetta con tacco, di un’elegante ma sgualcita pelle rossa: insieme con gli zoccoli di legno e con le tante altre calzature rinvenute nei campi di sterminio, è un altro simbolo muto della tragedia, una testimonianza tangibile del genocidio.

Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia
Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia

600 OGGETTI PER NON DIMENTICARE

Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui è una mostra costruita e pensata per non dimenticare, per raccontare alle nuove generazioni le questioni storiche, etniche e sociali che hanno generato gli orrori dell’Olocausto.
Prodotta dall’impresa Musealia di San Sebastian, è realizzata in collaborazione con il Museo statale di Auschwitz  Birkenau, che dal 1947 custodisce in Polonia la memoria delle vittime del campo di concentramento e che, dal 1979, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Un’équipe di storici dell’ebraismo di fama internazionale e di investigatori dello stesso museo polacco, guidati dall’olandese Robert Jan van Pelt, ha supervisionato con cura il contenuto della mostra. Il taglio è volutamente storico e l’impianto narrativo abbonda di pannelli esplicativi, accompagnati da tantissime riproduzioni di immagini d’epoca di medio e grande formato, da documenti scritti a oggetti originali, oltre a molti video con le testimonianze dei sopravvissuti. Una mostra dunque corposa sotto tutti i punti di vista, numerico, tematico e visivo, che nella scelta del tipo di allestimento rischia di sfiorare l’eccesso didascalico a discapito, forse, dell’elemento emotivo presente indubbiamente nel tema.
Le parti più commoventi sono dedicate alle testimonianze di vita quotidiana ad Auschwitz, rivenute all’indomani della liberazione del campo, il 27 gennaio del 1945. Intorno a una delle tante baracche (originale, proveniente dal sub-campo Monowitz), ci sono le uniformi a righe con numero e stella di David gialla cucite sul petto, i letti a castello di legno a tre piani, piatti, bottiglie e barattoli di latta. Nelle grandi teche sono esposti occhiali, pennelli da barba, spazzole e oggetti d’uso comune appartenuti alle vittime; e ancora vestitini e scarpette di bimbi innocenti, con persino la carcassa di un passeggino. E di nuovo coperte, una lunga fila di valigie e di ceste da viaggio, sedie e barelle. Ancora più scioccanti, gli strumenti di tortura del Dottor Mengele e l’ordinato tavolo d’ufficio, con i suoi oggetti di lavoro, del primo kommandant di Auschwitz, Herr Rudolf Höss, personaggio controverso che in una lettera si dichiarò felice del nuovo incarico, perché si era trasferito a vivere con moglie e figli in una casa di campagna con giardino.
È consigliabile durante la visita utilizzare l’audio-guida, per non soccombere alla marea di informazioni e perdersi magari pezzi o dettagli fondamentali. Come il crudele gioco da tavolo “Juden Raus” (originale in legno colorato, del 1938), maneggiato da bambini tedeschi forse ignari del significato antisemita delle loro pedine.

Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia
Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia

UN ITINERARIO DI 7 ANNI PER 14 CAPITALI D’EUROPA E USA

L’idea di una mostra su Auschwitz è nata da una triste circostanza familiare” ‒ spiega Luis Ferreiro, direttore della mostra oltre che di Musealia, promotore di un’altra esposizione blockbuster dedicata al Titanic e esportata con successo un po’ ovunque in Europa. “Dopo la morte di mio fratello, lessi “L’uomo in cerca di senso” di Victor E. Frankl, lo psichiatra deportato ad Auschwitz nel 1942, e pensai che sarebbe stato importante cercare di raccontare con una mostra questa tremenda pagina della storia dell’umanità. Abbiamo lavorato per oltre sei anni con un progetto plurale e collettivo. Il debutto nella capitale spagnola può sembrare insolito, considerato che in Spagna la comunità ebraica è praticamente scomparsa da oltre Cinquecento anni [solo 4mila gli ebrei rimasti nel 1938, N. d. R.]. Abbiamo un accordo settennale con il museo polacco e, dopo Madrid, il nostro progetto è portare la mostra in altri 7 Paesi europei e in altrettante capitali nordamericane. Si tratta di un grande investimento che riunisce per la prima volta 400 oggetti mai usciti da Auschwitz, ai quali se ne aggiungono altri 200 provenienti da istituzioni ebraiche internazionali e da famiglie di prigionieri deportati nel campo di concentramento”.

RICORDARE IL GENOCIDIO

Il pensiero di Primo Levi è un riferimento costante nel percorso di visita: “Comprendere è impossibile; ricordare è necessario”. Al di là dell’ansia esaustiva dell’allestimento, chi non sa può imparare molto sul genocidio perpetrato ad Auschwitz. Innanzi tutto che non fu solo la Shoah ebraica, ma anche  lo sterminio di minoranze etniche considerate dai tedeschi pericolose (come gli zingari Rom, provenienti dall’Asia Minore) e l’omicidio di prigionieri politici e comunisti, semplici nemici del Nazismo.
La posizione geografica strategica di Auschwitz, crocevia e luogo di concentrazione di gruppi etnici diversi, fece sì che in Polonia nel 1938 si stabilissero tre milioni e 250mila ebrei, il 10% della popolazione totale (mentre in Italia, per esempio, all’epoca la comunità ebraica era composta solo da 45mila persone circa). Tra le tante curiosità, in mostra si parla di bundismo,  termine che definisce il movimento operaio ebreo polacco e lituano; o della vicenda di due dei tanti Schindler che salvarono milioni di vite umane durante la Seconda Guerra Mondiale: il diplomatico cinese Feng Shang Ho che, come console a Vienna, firmò migliaia di visti per inviare ebrei a Shangai; e il diplomatico spagnolo Ángel Sainz Briz, che salvò migliaia di ebrei ungheresi e che ebbe un legame diretto anche con l’italiano Giorgio Perlasca.

Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia
Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui. Exhibition view at Centro de Exposiciones Arte Canal, Madrid 2017. Photo © Pablo Á. Mendivil, courtesy Musealia

LUDOVICO EINAUDI E IL MONDO PERDUTO

Colpisce a Madrid la quantità di immagini nostalgiche che ritraggono ebrei o prigionieri dei campi prima della deportazione, colti in momenti felici della loro comune esistenza. Significativa in tal senso è l’ultima sala dell’esposizione, sulle cui pareti sono proiettati in loop quattro video che raccontano momenti di vita quotidiana di famiglie ebree, zingari o comuni cittadini centro-europei prima della Seconda Guerra Mondiale. In sottofondo, la musica de I Giorni di Ludovico Einaudi è il contraltare sonoro di una felicità perduta, di un mondo scomparso, di un futuro negato. Il pianista e compositore italiano è stato personalmente coinvolto  anche nella scelta delle musica contenute nell’audio-guida alla mostra.
Tempo fa” ‒ ci racconta Enaudi ‒ “durante una tournée in Spagna, Luis Ferreiro mi contattò perché era alla ricerca di un base sonora per una mostra su Auschwitz. L’idea non mi dispiacque: in genere mi stimolano i progetti che esulano dalla dimensione tradizionale del mio lavoro, oltre la scena o il disco. Siamo stati insieme in Polonia a visitare il campo di concentramento: è stata un’esperienza molto intensa e coinvolgente, dal punto di vista umano e artistico. Ho preso appunti per un eventuale progetto musicale, peccato solo che, per ragionasti logistiche, non ci sia stato il tempo di offrire a Musealia una composizione originale. Insieme, abbiamo invece costruito una specie di medley che comprende diverse sequenze di brani musicali del mio repertorio (da “Oltremare” a “Nuvole Bianche”, “Le onde” ecc.) mixate e scelte per la loro forza evocativa e il senso di spleen, di nostalgia per un mondo perduto che evocano”.

Federica Lonati

Madrid // fino al 17 giugno 2018
Auschwitz. Non molto tempo fa. Non lontano da qui
CENTRO DE EXPOSICIONES ARTE CANAL
Paseo de la Castellana, 214
www.auschwitz.net

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.