Madrid. La Parigi un po’ spagnola di Zuloaga, l’America universale di Nicholas Nixon

Fino al 7 gennaio 2018, la Fundación MAPFRE presenta, nella sede di Madrid, due mostre. Come sempre si tratta di una esposizione di fotografia e una di arte moderna. Protagonisti Nicholas Nixon e Ignacio Zuloaga.

A Madrid, fino a gennaio, la Fundación MAPFRE ospita due mostre. Come sempre nell’identità dello spazio madrileno, che ha però una sede anche a Barcellona, si tratta di una esposizione d’arte moderna e una di fotografia. La prima è dedicata a uno dei più importanti maestri della Spagna moderna. Si tratta di Ignacio Zuloaga (Eibar, 1870 – Madrid, 1945) raccontato nella sua connessione con la Parigi della Belle Époque, negli anni tra il 1889 e il 1914, nel periodo immediatamente antecedente allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Si parte dagli esordi del maestro, con le opere della giovinezza che ammiccano al suo essere spagnolo, con l’obiettivo di attrarre così la grande critica francese, intrigata dalle sue atmosfere esotiche. 
Ma se in Francia probabilmente le risposte furono buone, i connazionali furono meno indulgenti, bocciando la partecipazione dell’artista alla Esposizione Universale con Vispera de la corrida (1898). Nonostante questa mancata occasione, Zuloaga stabilisce buoni legami con quella che venne poi definita la “Generazione del 98”: stringe un’amicizia fraterna e di scambio con Émile Bernard, si lascia conquistare dal simbolismo e dalle seduzioni della Belle Époque, intrattiene rapporti solidi con Auguste Rodin.

Ignacio Zuloaga, Portrait of Countess Anna de Noailles, 1913. Museo de Bellas Artes de Bilbao. Photo © Bilboko Arte Ederren Museoa-Museo de Bellas Artes de Bilbao © Ignacio Zuloaga, VEGAP, Madrid, 2017

Ignacio Zuloaga, Portrait of Countess Anna de Noailles, 1913. Museo de Bellas Artes de Bilbao. Photo © Bilboko Arte Ederren Museoa-Museo de Bellas Artes de Bilbao © Ignacio Zuloaga, VEGAP, Madrid, 2017

MAESTRO E COLLEZIONISTA

Le sue tele di quegli anni rappresentano questo scarto, e la mostra lo racconta bene, con grandi opere che rappresentano la vita moderna della Parigi di quegli anni, la borghesia che si appropria dello spazio pubblico, monsieur e madame che percorrono le strade della Ville Lumière. Ma queste donne, seppur corrispondenti all’immagine del tempo, hanno poco in comune con la mollezza aggraziata dei coevi francesi; mantengono bensì l’alterigia, la posa ispanica e lo sguardo fiero, mediterraneo, in una visione che accomuna (anche se solo idealmente) Zuloaga più a un nostro Giuseppe De Nittis. 
Visione che eccede e straborda nei dipinti del “ritorno alle origini”: qui il maestro, tornato in patria, riscopre Velázquez, Goya, Zurbarán, El Greco e la grande tradizione pittorica spagnola. Oltre che l’impegno nell’arte, infatti, Zuloaga eredita dalla famiglia anche la passione per il collezionismo, attitudine degnamente rappresentata in mostra con opere di El Greco (un prezioso San Francesco) e due piccoli Disastri di Goya, tra gli altri. Nei lavori che chiudono il percorso espositivo questa passione, questa foga tutta spagnola emerge con grande prepotenza, riaffiorando insieme ai ricordi di infanzia delle visite al Prado di Madrid. C’è La Merienda, che assomiglia in maniera prepotente Al Baccanale di Velázquez; di Velázquez ci sono anche i nani, gli umili, incasellati nel grande apparato della composizione classica. E le ultime opere tornano addirittura al paesaggio, che diviene così grande e così incommensurabile da racchiudere il tutto.

Nicholas Nixon, Clementine and Bebe, Cambridge, 1986 © Nicholas Nixon. Courtesy Fraenkel Gallery, San Francisco

Nicholas Nixon, Clementine and Bebe, Cambridge, 1986 © Nicholas Nixon. Courtesy Fraenkel Gallery, San Francisco

NICHOLAS NIXON

Diversamente, la mostra dedicata al fotografo Nicholas Nixon (Detroit, 1947) è organizzata come una retrospettiva che conduce lo spettatore a un approfondimento del lavoro dagli Anni ’70 ai giorni nostri. 
I primi lavori, che non contemplano la presenza umana, raccontano, invece, anche se in scatti di piccole dimensioni, il grande paesaggio americano. Paesaggio fatto di luoghi meravigliosi, ma anche diroccati, immagini di abbandono e solitudine. Il passaggio alla figura umana avviene tra gli Anni ’70 e ’80: è qui che Nixon, utilizzando il banco ottico, con scarsa agilità nei movimenti e tempi di posa lunghissimi, comincia a fotografare scene di vita quotidiana, ma anche gli umili, gli ultimi. Le sue foto, scattate dunque un po’ alla cieca, riescono tuttavia a restituire momenti repentini: un sorriso, un bacio, uno sguardo (Hyde Park Avenue, Boston, 1982). In mostra, inoltre, The Brown Sisters, una serie nata nel 1975 e ancora in corso (l’ultimo scatto risale al 2016). Ogni foto corrisponde a un anno: dal 1975 a oggi Nixon, infatti, ha fotografato le quattro sorelle Brown (una di loro è Bebe, la moglie dell’artista). A Madrid sono presenti tutti gli scatti, testimonianza indicibile del senso e della durata di una vita, dello scorrere del tempo, ma anche dei cambiamenti di look sociali, delle storie personali di queste donne che traspaiono dai loro volti e ‒ perché no? ‒ anche del grande amore di Nixon per Bebe, protagonista implicita delle sue opere, che nella maggior parte dei casi traggono ispirazione da esperienze vissute. Tra gli scatti più commoventi c’è, infatti, un bacio tenerissimo (si vedono solo le bocche, i capelli, la barba ormai ingrigiti) tra Nixon e sua moglie, invecchiati, ma sempre innamorati.

Nicholas Nixon, Dr. Robert Sappenfield with his son Bob, Dorchester, 1988, copia del 2005 © Nicholas Nixon. Courtesy Fraenkel Gallery, San Francisco

Nicholas Nixon, Dr. Robert Sappenfield with his son Bob, Dorchester, 1988, copia del 2005 © Nicholas Nixon. Courtesy Fraenkel Gallery, San Francisco

LA SERIE SUI MALATI DI AIDS E IL RUOLO DI BEBE

Nixon è magistrale perché riesce a parlare di temi sociali senza essere esplicito. Nella sua serie sulle relazioni amorose, ad esempio, affronta in maniera delicata e non dichiarata i problemi razziali (J.A, E.A, Dorchester, 2001), l’omosessualità; famosi sono inoltre i suoi ritratti alle persone anziane negli ospizi (F.K., Boston, 1984). Solo nella serie dedicata ai malati di AIDS travolge lo spettatore con immagini che sono un vero e proprio pugno nello stomaco. Scattate nel 1988, quando di AIDS si moriva e non c’erano farmaci antivirali in grado di bloccare l’inarrestabile avanzata del virus, le foto vogliono dimostrare che l’HIV è una malattia, non un castigo né una punizione. Le persone ritratte da Nixon sono tutte terminali: il fotografo racconta i loro affetti, il cambiamento del loro corpo, di rado la fase ultima in ospedale. Questi scatti sono diventati un libro, il cui ricavato è stato devoluto alla ricerca e alla cura dei malati di AIDS. Chiudono la mostra le opere dell’ultimo periodo. Tra le più toccanti c’è la serie dedicata alla propria casa (Our Bedroom Curtain, Brookline): la solitudine concettuale degli spazi privati ricorda fortemente, come in una cornice, le prime foto. Ma se da giovani il paesaggio da conquistare è il mondo, quando si è più avanti negli anni (e famosi) si corre all’arrembaggio per un po’ di intimità.

Santa Nastro

Madrid// fino al 7 gennaio 2018
Zuloaga en el París de la Belle Époque. 1889-1914
Nicholas Nixon
FUNDACIÓN MAPFRE
Paseo de Recoletos 23
www.fundacionmapfre.org

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Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. È Responsabile della Comunicazione di FMAV Fondazione…

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