Terza puntata di questa piccola serie di reportage che Artribune Magazine vi propone dal Nord dell’Europa. Siamo partiti dalla capitale islandese, Reykjavík, e poi ci siamo diretti a est, verso la Norvegia settentrionale, e vi abbiamo raccontato Tromsø. Ora puntiamo a sud – tutto è relativo – e approdiamo nella capitale dell’Estonia, la più frizzante delle Repubbliche Baltiche.

È la più settentrionale delle Repubbliche Baltiche (le altre sono Lettonia e Lituania), appena sotto il 60esimo parallelo. Ma l’Estonia rivendica la sua vicinanza, non solo geografica, alla Finlandia: le sue origini ugro-finniche. Sottigliezze a parte – così almeno paiono ai nostri occhi mediterranei – il Paese che ha per capitale Tallinn e che è popolato da appena 1.3 milioni di abitanti si sta facendo notare per dinamismo e potenzialità che si stanno attuando a rapidi passi. Tutto questo, naturalmente, dopo l’indipendenza riottenuta nel 1991 con il crollo dell’Unione Sovietica: a guardare i dati demografici, si nota il rapido decremento dei russi che ci abitano (475mila nel 1989, 330mila nel 2016) e una contrapposta crescita degli estoni, anche grazie al fatto che non esiste più la politica di controllo delle nascite, che imponeva di avere al massimo un figlio per nucleo familiare.

PASSATO E FUTURO

Guardando al passato, la reazione anti-sovietica è consistita prevalentemente nella riappropriazione identitaria del passato medioevale. Si fa infatti menzione di Tallinn sin dal 1154 e i sovietici non mostrarono una particolare attenzione conservativa quando si trattava di mettere mano alle vestigia architettoniche: a un occhio forse inesperto, certi pilastri in cemento armato che puntellano le mura di cinta sembrano sfregi intenzionali. E se l’atmosfera kitsch e turistica di certe rievocazioni non può che deludere, ci si può sempre rifugiare in una delle opere di Arvo Pärt, il più noto fra i musicisti estoni contemporanei “colti”, il quale ha incardinato buona parte della sua produzione intorno alla rilettura del canto gregoriano.
Il dato interessante è però quanto questo sguardo all’indietro si coniughi con quello in avanti. L’Estonia è infatti un Paese avanzatissimo dal punto di vista digitale: qui è nata Skype, per citare l’esempio più clamoroso, e qui si producono fra i più efficaci software per la pubblica amministrazione. Qui c’è il tasso di start-up pro capite più elevato al mondo e questo è il primo Paese europeo quanto a e-government. Cosa significa quest’ultima affermazione? Dal 2007 esiste la cosiddetta Once Only Law ovvero, citando la descrizione del Sole 24 Ore, “lo Stato non può chiedere a un cittadino un documento di cui l’amministrazione pubblica locale o centrale è già in possesso, o a fortiori che esso stesso ha emesso”. Tradotto significa: al centro c’è il cittadino, la burocrazia si deve adeguare. Metteteci a fianco una economia con una discreta crescita, un turismo che si sta impennando, la disoccupazione che supera di poco il 5% e avrete un Paese che – dati i tempi che corrono – non se la passa affatto male. Certo, ha gli abitanti di Milano, poco più di un milione e 300mila, ma il principio resta valido.

Konrad Mägi, Venezia. 1922-23. Collezione privata
Konrad Mägi, Venezia. 1922-23. Collezione privata

UN ANNO CRUCIALE

Il 2017 è un anno importante per l’Estonia: da luglio a dicembre (il celebre semestre) è infatti suo il turno alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, proprio mentre si festeggia il decennale dell’ingresso nello spazio Schengen. E l’anno seguente, il 2018, sarà il centenario dell’indipendenza, quella acquisita dopo l’occupazione della Russia zarista: anche questo è un dato che fa riflettere, visto che dal 1944 al 1991 l’Estonia era parte – suo malgrado – dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Rimozione? O piuttosto un pragmatico desiderio di guardare avanti mettendosi alle spalle il passato più recente?
Tornando ai festeggiamenti, la cultura vi svolge un ruolo cruciale. Cultura intesa in senso ampio – il che significa abbracciare arte e design, architettura e urbanistica, almeno. Un primo orientamento lo potete trovare recandovi al Kultuuri Katel, ovvero il “Tallinn Creative Hub” che durante il semestre ha in programma eventi quotidiani. Ma intanto va sottolineato come l’Italia abbia un ruolo importante nel dare man forte a questo desiderio di affermazione estone. Lo fa in loco, con un’ambasciata estremamente attiva, che in qualche modo fa anche le veci dell’Istituto Italiano di Cultura; che ora non c’è più, ma che negli Anni Trenta esisteva eccome, e che fra i direttori contò anche un Indro Montanelli reduce dalla Guerra civile spagnola. Lo fa però anche sul proprio territorio, ospitando alla Galleria Nazionale di Roma una grande retrospettiva di Konrad Mägi, il pittore più rappresentativo della modernità estone. E le intersezioni non finiscono qui: negli Anni Novanta ci fu un acceso dibattito in Estonia per decidere se investire in un padiglione nazionale alla Biennale di Venezia oppure in un istituto di cultura a Roma; senza che mai, per intenderci, fosse messa in discussione l’importanza di essere presenti in Italia. La scelta ricadde sulla prima opzione e nel 2015 la mostra in Laguna di Jaanus Samma fu curata da Eugenio Viola. E ancora, non è un caso che uno dei principali collezionisti d’arte in Estonia, Enn Kunila, abbia scelto Firenze e il suo recente Museo Novecento per mostrare parte della sua raccolta di pittura estone, realizzata fra il 1910 e il 1940; non è un caso perché nella rassegna Visioni dal Nord vi erano esposte “una serie di opere che gli artisti estoni hanno dipinto in Italia: nell’isola di Capri, a Roma e a Venezia”, come ricorda lo stesso Kunila. “A mio parere la volontà degli artisti dell’inizio del Novecento di dipingere l’Italia è un segno più generale del loro desiderio d’Europa. L’Italia è per loro il simbolo dell’Europa: arrivando in Italia, arrivavano nel cuore di questo continente, il luogo dove l’Europa era nata. Credo che lo stesso valga ancora oggi”. Uno spot europeista controcorrente, considerati i venti –exit, ma che rispecchia un sentimento assai diffuso nel Paese baltico.

ecoLogicStudio, Anthropocene Island. Wastewater Treatment Plant, 2017. Courtesy ecoLogicStudio
ecoLogicStudio, Anthropocene Island. Wastewater Treatment Plant, 2017. Courtesy ecoLogicStudio

DESIGN & ARCHITETTURA

Intanto, nella capitale estone, l’autunno è all’insegna della suddetta cultura a 360 gradi. Con due appuntamenti che vanno messi in agenda senza indugio. Il primo è la 12esima edizione del Tallinn Design Festival, che fino al 1° ottobre avrà il suo quartier generale nell’ex fabbrica Noblessner, ma ovviamente la rassegna si espanderà in tutto il centro urbano. Fra le mostre da appuntarsi, quella del duo finno-estone composto da Simo Heikkilä e Toivo Raidmets, e poi le ceramiche di Lotte Dowes e Raili Keiv, la sfilata dei vincitori della Vegan Fashion Competition, e ancora le conferenze di esperti come Michael Thomson e Jak Spencer. Usciti dalla fonderia, basterà seguire come Pollicino gli sticker del festival per scoprire la miriade di eventi in città, con il tour d’obbligo negli atelier del centro, dove lo sport estremo consiste nel selezionare i luoghi dove si fa ricerca da quelli dove si vende paccottiglia per turisti, in primis i gioielli realizzati con la presunta ambra locale.
Quanto all’architettura, fino al 27 ottobre c’è la terza edizione della Tallinn Architecture Biennale. E, guarda un po’, la curatrice è l’italiana Claudia Pasquero, architetto, urbanista ed ecologista, co-founder con Marco Poletto di EcoLogicStudio. Gli appassionati di edifici, cantieri e urbanistica avranno un bel daffare, tra mostre, workshop e simposi, mentre il cuore della rassegna sarà Anthropocene Island, la mostra allestita negli spazi dell’Estonian Museum of Architecture. Immancabile poi un tour in zona del porto, per vedere l’area su cui interverrà il vincitore del contest Master Plan 2030. Il problema è infatti che, al momento, la città non ha un reale accesso al mare: impossibile fare una passeggiata fino ai moli, o almeno non è certo un diversivo piacevole. E dunque il concorso, che è stato recentemente vinto dallo studio Zaha Hadid Architects, il quale ha al suo attivo lavori nel medesimo ambito, ossia la Stazione Marittima di Salerno e la Port House di Anversa. Cuore dell’intervento sarà, per l’appunto, una nuova passeggiata pedonale, lungo la quale si snoderanno vari spazi civici che fungeranno da “collegamento” tra la città storica e il porto.

Kumu Art Museum, Tallinn. Photo Kaido Haagen
Kumu Art Museum, Tallinn. Photo Kaido Haagen

UN TOUR MUSEALE

Tornando alle arti visive, non si può nascondere che la situazione sia ancora agli albori, almeno per quanto riguarda il sistema che si occupa di contemporaneo. Rare le gallerie private che si incrociano agli appuntamenti internazionali, con l’eccezione di Temnikova & Kasela. Fondata nel 2010 da Olga Temnikova e Indrek Kasela, la galleria ha la missione più ovvia e necessaria: garantire una “rappresentanza professionale” ad artisti consolidati o emergenti e “intensificarne la visibilità internazionale”. Quanto ai premi, il più importante per i giovani artisti estoni è il Köler Prize: nato nel 2011, ha cadenza annuale ed è diretta emanazione dell’EKKM – Contemporary Art Museum of Estonia; la shortlist è composta da cinque artisti o collettivi estoni o che lavorano in permanenza nel Paese, e da essa viene selezionato il vincitore. Quanto all’EKKM, è un museo particolare: è un ente non profit “che situa se stesso da qualche parte fra le istituzioni ufficiali statali e i luoghi artist-run-do-it-yourself”; anche la location è atipica, visto che sin dalla nascita, avvenuta nel 2006, opera in un ex squat che ora è stato legalizzato. A dirigerlo sono, dall’anno scorso, Marten Esko e Johannes Säre.
Ben più strutturata l’offerta che ruota intorno al Kumu Art Museum. Più che un museo, un network di musei che risale al 1919, con le sue cinque sedi sparse fra la città vecchia e le aree circostanti. La sede principale è firmata dall’architetto finlandese Pekka Vapaavuori e anch’essa festeggia dieci anni nel 2017; è una carrellata intensa sull’arte estone dal XVIII secolo agli Anni Novanta, con un focus particolarmente interessante dal titolo Conflicts and Adaptations. Estonian Art of the Soviet Era (1940-1991) e un intenso programma di mostre temporanee. Fra queste ultime spiccano, a partire dal 22 settembre, l’approfondimento sui “selvaggi tedeschi”, ovvero gli espressionismi dei gruppi Die Brücke e Der Blaue Reiter; e, dal prossimo giugno, la grande mostra dedicata a Michel Sittow (1469 ca.-1525), realizzata in cooperazione con la National Gallery di Washington.
Nello splendido Parco Kadriorg si trovano altre due sedi: il Kadrioru, monumentale palazzo barocco fatto costruire da Pietro il Grande nel 1718, che ha una collezione permanente d’arte russa ed europea dal XVI al XX secolo; e il Mikkeli Museum, allestito in quelle che erano le cucine di Palazzo Kadriorg, dove dal 1997 sono raccolte le opere del collezionista Johannes Mikkel. Tornando alla città vecchia si incontrano le ultime due sedi: l’Adamson-Eric Museum, dedicato all’omonimo artista (la sede francamente meno rilevante, ma di fronte alla quale è quasi impossibile non passare durante una passeggiata nel centro storico); e il Niguliste Museum, ospitato in un’ex chiesa tardo gotica, con straordinarie opere realizzate da maestri di Lubecca, in particolare una pala d’altare della cerchia di Hermen Rode e un frammento della Danza macabra (fine XV secolo) di Bernt Notke. E dopo un tour così spossante, vi consigliamo di prendervi una pausa dalla città: salite a bordo di uno degli economicissimi taxi e dirigetevi fuori città per godervi la vista del Mar Baltico dalla baia. Magari seduti a un tavolo del Noa, notevolissimo ristorante che le ha proprio tutte: dal design ricercato a una cucina che, grazie alla coppia Orm Oja e Tõnis Siigur, è memorabile.

Konrad Mägi, Rovine a Capri. 1922-23. Museo nazionale d’arte estone, Tallinn
Konrad Mägi, Rovine a Capri. 1922-23. Museo nazionale d’arte estone, Tallinn

KONRAD MÄGI TORNA A ROMA

Il semestre europea dell’Estonia prevede una serie di addentellati diplomatico-culturali che vedono l’Italia nel ruolo di interlocutore privilegiato. Nel caso si necessitasse di una prova per questa affermazione, basti pensare che il “pittore nazionale” del Paese sarà celebrato con una grande retrospettiva proprio a Roma, alla Galleria Nazionale, dal 10 ottobre al 28 gennaio.
L’apertura della mostra di Konrad Mägi (1878-1925) è altresì un’occasione unica per una campagna di ricerca di eventuali sue “opere ignorate” che potrebbero essere disperse fra Venezia, Capri e la capitale, mete dei viaggi dell’artista nel 1921 e 1922. Anche perché, sulle quattrocento opere che si presume abbia realizzato, si conosce l’ubicazione di appena la metà, come ha ribadito il curatore della rassegna Eero Epner durante la nostra visita al Kumu. L’appello lanciato da Celia Kuningas-Saagpakk, ambasciatore della Repubblica Estone in Italia, è chiaro: “Il nostro Museo Nazionale sta catalogando tutta l’opera di Mägi ed è perciò interessato a far riemergere questo patrimonio. Le tele ovviamente resteranno nelle mani dei possessori. Ciò che questa ‘caccia al tesoro’ si pone come obiettivo è di poterle conoscere e, se necessitano di cure, di restaurarle. Il restauro sarà naturalmente a totale carico dell’Estonia che, in cambio, potrebbe chiedere di prestarle alla Galleria Nazionale di Roma per essere inserite nella grande mostra di ottobre”.
Ma se l’amore di Mägi per l’Italia si spiega piuttosto facilmente con il fascino che il nostro Paese ha sempre esercitato sugli artisti – e non solo – del Nord Europa, come giustificare invece la corresponsione del sentimento? “In Konrad Mägi si respira qualcosa che va al di là della propria arte e arriva subito all’essere, in un’epoca, la sua, attraversata da guerre mondiali e dalla psicoanalisi che lo avvicina vorticosamente a noi”, racconta ad Artribune Cristiana Collu, direttrice della Galleria Nazionale. Vedere per credere.

ecoLogicStudio, Anthropocene Island. Diagram. Courtesy ecoLogicStudio
ecoLogicStudio, Anthropocene Island. Diagram. Courtesy ecoLogicStudio

TALLINN E LA BIENNALE DI ARCHITETTURA

Giunta alla sua terza edizione – dopo Self-Driven City nel 2015 e Recycling Socialism nel 2013 – la kermesse TAB 2017 si articola in una maratona di eventi in scena per sei settimane, fino al 27 ottobre. Con una curatrice italiana.
Un programma ricco di mostre e simposi – tra cui Polycephalum City e Anthropocene Island – nel quale diversi studi di architettura, studenti, artisti e scienziati saranno impegnati sui temi della biotecnologia nell’architettura e sul rapporto fra natura e città. Tra loro, Lucy Bullivant, Bart Lootsma, Areti Markopoulou, Mitchell Joachim, Rachel Armstrong, Heather Barnett e Matias del Campo, solo per citarne alcuni. Una Biennale, afferma la curatrice Claudia Pasquero, che “si occuperà di architettura bio-digitale, di un’architettura che cresce e si trasforma, tramite sistemi biologici e digitali, anziché essere costruita”. Focus scelto per l’edizione di quest’anno è infatti bioTallinn, concetto che sfida le ipotesi su ciò che costituisce il confine tra regni naturali e artificiali. Piuttosto che considerare la natura come un sistema equilibrato, perturbato dall’azione umana, bioTallinn dichiara che gli ecosistemi stessi sono il prodotto di un accumulo di eventi capaci di dare origine a nuovi equilibri. “La convergenza della biologia e del calcolo nell’architettura e nel design urbano è considerata da molti come uno degli sviluppi disciplinari futuri più promettenti”, afferma Pasquero. “In questa Biennale voglio che venga discussa una ricerca per ampliare il campo di applicazione della nostra comprensione razionale dell’imminente crisi ambientale e la capacità dell’architettura di gestire complesse questioni urbane”.
L’intervento concentra la sua strategia curatoriale su un sito prototipale del progetto: la penisola di Paljassaare – case study sinonimo di un paesaggio fortemente antropico ma ricco di biodiversità –, concependo studi di progettazione computazionale per il masterplan della zona. L’obiettivo è sviluppare forme di intelligenza ibrida, alla ricerca di una nuova modalità di ragionamento e quindi di progettazione. TAB 2017 fornisce una vetrina per gli attori emergenti più interessanti del settore e una piattaforma per i giovani progettisti per testare metodi innovativi di costruzione con la natura.
Un’installazione temporanea all’aperto, costruita in un’area erbosa pianeggiante di 17×17 metri, di fronte al Museo Estone di Architettura, è l’opera site specific che, utilizzando solo legno estone, sviluppa capacità di fabbricazione con i produttori. I curatori del programma, gli architetti Sille Pihlak e Siim Tuksam (fondatori di PART – Practice for Architecture, Research and Theory) affermano che “dovrebbe essere guidata dal tema principale della TAB 2017: biotecnologia in architettura e urbanistica. L’intento è promuovere la sinergia tra progettisti emergenti e industria locale. In sintesi: la città è oggi territorio di auto-organizzazione ed evoluzione di più sistemi dinamici, compresi sistemi ecologici, infrastrutture e sistemi tecnologici, gruppi sociali e sistemi politici. L’urbanizzazione futura di Paljassarre rappresenta quindi la ri-metabolizzazione biotecnologica di Tallinn stessa. Chiaro, no?

Marco Enrico Giacomelli
con la collaborazione di Giulia Mura per TAB 2017

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Evento correlato
Nome eventoKonrad Mägi (1878-1925)
Vernissage09/10/2017 ore 18,30 su invito
Duratadal 09/10/2017 al 28/01/2018
AutoreKonrad Mägi
Generipersonale, arte moderna
Spazio espositivoLA GALLERIA NAZIONALE
IndirizzoViale delle Belle Arti 131 — 00197 - Roma - Lazio
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.