Sessantatré artisti raccontano l’America di oggi nella 78esima edizione della Biennale del Whitney Museum Of American Art, la prima downtown, nel nuovo edificio progettato da Renzo Piano, attesissima da tutta l’industria culturale newyorkese visto il clima politico attuale.

Certamente, due mesi dell’Era Trump non sono stati sufficienti per raddrizzare il tiro e ripensare un’intera Biennale alla quale i due giovani curatori Christopher Y. Lew e Mia Locks lavorano dall’inizio del 2016. “Una Biennale agisce in risposta a un determinato momento che viviamo e per fare questo bisogna seguire il proprio modo di pensare, il proprio “Dio” e il proprio istinto”, afferma Lew. “È come salpare su una barca mentre la stai costruendo, tutto si muove e ci sono tantissimi elementi nell’aria. Ma è proprio lo spirito di urgenza che la rende entusiasmante”.
Durante la conferenza stampa della 78esima edizione della Biennale del Whitney Museum Of American Art, Mia Locks sintetizza così le motivazioni curatoriali: “Un senso di umanità (humanness), come ci si sente a stare in questo mondo, adesso, è stata la forza energizzante che immediatamente ha guidato questa esperienza e che è emersa viaggiando da una parte all’altra del Paese, parlando e confrontandoci con gli artisti”.
È proprio la parola “humanness” che rimane impressa nella mente e che in un certo qual modo riconcilia i colori dell’emotività agli schemi della mente, all’equilibrio, alla lucidità e al rigore dell’analisi che dominano tutto il percorso espositivo.
Ai sessantatré artisti scelti è stata data la possibilità di lavorare su larga scala, sfruttando al massimo lo spazio del museo. Tra le opere è lasciato ampio respiro e, per una volta, anche lo spettatore ha la sensazione di avere il tempo per vedere e soffermarsi su ognuna di loro.

Whitney Biennial 2017. Tala Madani
Whitney Biennial 2017. Tala Madani

L’AMERICA IN UNA BIENNALE

C’è tutto della società americana in questa Biennale: diverse estrazioni sociali e razziali, completezza delle forme d’espressione, varietà di argomenti sociali e politici.
C’è, per esempio, il tema del quotidiano esplorato all’interno della comunità afro-americana nel dialogo tra la pittura di Henry Taylor e le fotografie di Deana Lawson.
Ci sono la pornografia pura e le perversioni sessuali delle opere di Tala Madani. Ci sono momenti dai toni religiosi, come nell’installazione e nelle vetrate dell’artista messicana Raul De Nieves. E c’è tanta pittura, con Shara Hughes, Jo Baer e Carrie Moyer, e scultura di varie dimensioni e forme o arricchita di elementi tecnologici, rispettivamente con Kaari Upson e Jhon Kessler.
E poi l’attivismo di Occupy Museums, gruppo nato con Occupy Wall Street, che qui domina il quinto piano con una citazione di Larry Fink, Direttore esecutivo della Blackrock (la più grande “banca ombra” del mondo), già consulente dell’amministrazione Trump ma anche membro fiduciario della New York University e del MoMA: “Oggi, i due più grandi depositi di ricchezza a livello internazionale [sono] nell’arte contemporanea [… e] negli appartamenti a Manhattan“. Il punto di vista di Occupy Museums è lapidario e denuncia con un grafico sul muro il debito (circa 43 milioni di dollari) che gli artisti detengono negli Stati Uniti.

VIOLENZA, FINZIONE E REALTÀ

Tuttavia, nell’“humanness” in questa Biennale sono inclusi anche lo spettatore e il suo corpo. Impossibile, per esempio, non provare una forte nausea entrando nel cubo di Pope.L, sulle cui pareti sono ordinatamente fissate a dei ritratti in bianco e nero di presunti ebrei quasi tremila fette di salame che colano grasso. Peggio ancora con Real Violence di Jordan Wolfson: una Virtual Reality durante la quale l’artista, dopo averci stordito con una capriola stomachevole da ottovolante, ci fissa mentre colpisce alla testa con una mazza da baseball un passante in ginocchio, fino a tramortirlo a terra in un lago di sangue. Un’opera iperrealista, difficile da vedere integralmente e pericolosa, perché ci costringe a essere inermi davanti alla violenza, a esperirla e diffonderla come se fosse una scena reale e quindi a normalizzarla.
Tra le opere invece più riuscite, l’installazione di Samara Golden, incastonata all’estremità del quinto piano, adiacente alle vetrate che danno sull’Hudson. Si tratta di piccoli ambienti ambigui fatti su misura per nani, luoghi di cospirazione o di esperimenti biologici infestati di piante e toilette, che si moltiplicano all’infinito grazie a un gioco di specchi posti sul soffitto e a terra. Lo spettatore sta su una balconata, come un uccello ha una posizione di veduta privilegiata e solo in un secondo momento, grazie al riflesso degli specchi, può scorgere dei barboni che dormono rannicchiati accanto alla parete a vetro che apre la veduta sulla strada, sul fiume e il lontano New Jersey. Finzione e realtà qui si sposano alla perfezione. Basti pensare ai grattacieli di Manhattan, ai milioni di appartamenti che illuminano la notte. All’odore che lasciano i barboni nella metropolitana, un odore che non esiste in Europa, e al senso di impotenza che si prova guardando l’estrema povertà e l’estrema ricchezza di questa società condividere lo stesso marciapiede.

Whitney Biennial 2017. Raul De Nieves
Whitney Biennial 2017. Raul De Nieves

I RISCHI DELL’ACCETTAZIONE

C’è tutto in questa Biennale, eppure, quando ci si lascia il museo alle spalle, sembra manchi qualcosa. In definitiva, è una Biennale educata, che dice senza gridare. E se il politicamente corretto in arte non sempre paga, qui sembra evidente che (forse) alternative più potenti non siano ancora state elaborate da parte degli artisti americani (o volute dai curatori).
Abbiamo cercato di strappare a Christopher Y. Lew qualche ulteriore considerazione, per esempio quale fosse stata per lui la cosa emotivamente più urgente da dire o conseguire con questa Biennale alla luce degli eventi politici contingenti, ma la sua risposta è parsa disorientante come i cartelli segnaletici senza i contenuti informativi dell’artista Park McArthur, posizionati nei pressi della biglietteria del Whitney: “Essere capaci di continuare a farsi delle domande e non rimanere in silenzio è molto importante. Stiamo nell’arte non per dare risposte, ma piuttosto per domandarci come viviamo in questo mondo, anche con una certa responsabilità. Dobbiamo continuare a stare insieme e interrogarci”.
Nel frattempo, la speranza è che questo momento di riflessione e di analisi, questo interrogarsi e cercare di capire, non finisca per diventare un modo come un altro per accettare o adattarsi al tempo presente, più che illuminare nuove strade e le coscienze per cambiarlo.

Veronica Santi

New York // dal 17 marzo all’11 giugno
Whitney Biennial 2017
WHITNEY MUSEUM OF AMERICAN ART
99 Gansevoort Street
http://whitney.org

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Veronica Santi
Laureata in Scienze Politiche e in Storia dell’Arte, Veronica Santi è critico d’arte, curatrice, scrittrice, autrice e regista di film documentari. Nel 2014 ha fondato Off Site Art, un'associazione di arte pubblica con sede all'Aquila. È Program Director per ArtBridge, New York. "I am not alone anyway" è il suo primo feature film sulla figura di Francesca Alinovi. Scrive recensioni per riviste di arte contemporanea e collabora con Artribune dal 2013. Vive e lavora tra l’Italia e New York.