Il 95% dei piccoli Comuni non ha una libreria (e ci meravigliamo pure?)
Lo scorso 21 ottobre 2026 si sono svolti a Roma gli Stati Generali delle Librerie, un confronto sul futuro delle librerie italiane. Tra i dati emersi spicca l’assenza di librerie nell’83% dei Comuni italiani. Un dato davvero sorprendente, alla luce dei tagli alla cultura e all’istruzione?
Che futuro hanno le librerie indipendenti e quale ruolo svolgono nella vita delle comunità? Quanti territori sono ancora scoperti da questa attività e quale valore rivestono, sul piano culturale (oltre che economico) nei luoghi in cui sono presenti? Sono queste le domande che hanno guidato gli Stati Generali delle Librerie, iniziativa nata dalla sinergia tra il Piano Olivetti per la cultura, ALI Confcommercio e il Centro per il libro e la lettura, tenutasi lo scorso 21 ottobre a Palazzo Altemps, a Roma. Un momento di confronto importante per comprendere lo “stato di salute” del settore e individuare possibili strategie per incrementare la vendita di libri nel nostro Paese.
Il report degli Stati Generali delle Librerie
A emergere dall’evento è il quadro di un settore librario italiano che mostra segnali di tenuta e rinnovamento, ma che deve ancora fare i conti con importanti squilibri territoriali e con la necessità di ampliare l’accesso alla lettura. Secondo il rapporto realizzato da ALI-Associazione Librai Italiani, in collaborazione con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, in Italia operano 3.755 imprese librarie, articolate in 4.451 punti vendita, con 12.200 addetti. Se da un lato la rete delle librerie di libri nuovi è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni, dall’altro cresce il comparto dell’usato (che registra un incremento dei punti vendita del 7,9%).
Il dato più preoccupante, tuttavia, è la disparità geografica nella distribuzione delle librerie sul territorio nazionale, con la maggior parte dei Comuni che resta del tutto scoperta da questa attività. Stando ai dati emersi dall’incontro, l’83% dei Comuni italiani non dispone di una libreria, percentuale che raggiunge il 95% nei centri con meno di 5mila abitanti. In altre parole, le aree interne e le zone periferiche, le località distanti dai grandi centri urbani del Paese, non hanno accesso all’acquisto di libri (se non attraverso i canali digitali). Ma c’è davvero da meravigliarsi?
I paradossi del settore librario
Non possono essere trascurati i paradossi che governano ormai da anni questa industria. L’Italia è uno dei Paesi europei in cui si legge meno. Il confronto omogeneo più recente disponibile a livello europeo è quello di Eurostat, relativo al 2022 e pubblicato nel 2024, che colloca l’Italia al terzultimo posto per percentuale di persone che leggono almeno un libro all’anno. In graduatoria ci seguono soltanto Cipro e Romania. Di per sé, è già un dato significativo e da tenere in considerazione quando si parla di un settore delicato come quello dell’editoria, nel quale sembrano mancare proprio coloro che lo sostengono: i lettori.
Se ci addentriamo nelle statistiche nazionali, il quadro si fa ancora più preoccupante: secondo i dati ISTAT relativi al 2024, meno di due lettori su dieci (il 17,4%) leggono quotidianamente. Tra chi legge, il 42,8% non supera i tre libri all’anno, mentre i cosiddetti lettori “fortissimi”, quelli che superano i 30 libri all’anno, rappresentano una piccola minoranza: il 3,2%. Il quadro, insomma, è abbastanza deprimente, tanto più se lo si osserva in prospettiva storica, considerando il sensibile calo del numero di lettori negli ultimi quindici anni.

Il paradosso italiano: tanti libri, pochi lettori
A questi dati si contrappone però un valore in controtendenza: nonostante l’Italia sia uno dei Paesi in cui si legge meno, è allo stesso tempo uno di quelli in cui si pubblicano più libri. Questo avviene in risposta a un mercato che sembra aver bisogno di “doparsi” e di alimentare l’intera filiera editoriale attraverso la stampa di un numero elevato di titoli, molti dei quali rischiano poi di finire al macero in assenza di acquirenti.
Secondo il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, a cura dell’AIE-Associazione Italiana Editori, in Italia vengono pubblicati circa 85mila nuovi titoli a stampa ogni anno (l’equivalente di circa 235 libri al giorno). Questo dato colloca il Paese al quarto posto in Europa per numero di libri pubblicati: un risultato significativo, soprattutto se confrontato con il numero di italiani che leggono (vedi sopra). Insomma, il Paese produce decine di migliaia di nuovi libri ogni anno, ma la platea dei lettori abituali rimane relativamente limitata. Il paradosso è palese, e se ne trae che una strategia eloquente sul tema dell’educazione alla lettura, e più in generale sul sostentamento del settore editoriale e librario, è pressoché assente.

In Italia vogliamo davvero più lettori? O solo più librerie?
L’insieme di questi dati ci porta a considerazioni che non possono non toccare anche la sfera politica e il modo in cui il tema della cultura viene affrontato nel nostro Paese. La presenza di una libreria in un determinato territorio dipende anche dal livello di istruzione e dalle abitudini culturali delle persone che lo abitano. In una nazione in cui da decenni vengono sistematicamente operati tagli alla cultura e all’istruzione, come si può pretendere che fiocchino luoghi dedicati alla lettura? Perché ci sorprendiamo, dunque, se si legge poco e le librerie sono assenti nella maggior parte del territorio nazionale?
“Non c’è da stupirsi che non ci siano librerie nella maggior parte dei Comuni. Spesso si dimentica che le librerie sono imprese commerciali: devono sostenere la pressione fiscale e i costi fissi di tutti ma con una remuneratività molto bassa e un mercato sempre più ristretto. Bisognerebbe superare la retorica sull’importanza della cultura e la solita romanticizzazione delle librerie. Chiediamoci cosa si può fare per far sì che la lettura torni a essere popolare, di massa. Quanti di questi Comuni oltre a non avere una libreria, non hanno nemmeno una biblioteca?”, si domanda Marco Guescini della Libreria Nave Cervo, Ubik di San Benedetto del Tronto. “Negli ultimi anni le già poche politiche di aiuto alle librerie si stanno sempre più indebolendo, la riduzione della carta docente su tutte, e il mercato è alimentato da una iper-produzione di titoli (che sostiene la parte industriale, distributori ed editori) e da spinte artificiali, come quella del Fondo Editoria Libraria, che andrebbe riformato e regolarizzato nel tempo. La questione non è solamente l’assenza delle librerie nei centri medio-piccoli, ma cosa stiamo facendo affinché le librerie esistenti continuino, appunto, a esistere: sia nella loro identità e sia nel ruolo culturale all’interno di una comunità”.
Alex Urso
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati