Grandi eventi: ecco perché all’Italia serve un istituto per valutarne il reale impatto
Prendendo spunto dal Regno Unito, anche noi potremmo prevedere un istituto dedicato alla valutazione delle politiche culturali e dei grandi eventi per erogare al meglio i finanziamenti sulla base degli effettivi impatti di queste manifestazioni sulle comunità
Misurare ciò che resta dopo un grande evento: è questo l’obiettivo della call aperta da UK Research and Innovation, attraverso l’Arts and Humanities Research Council e in collaborazione con il DCMS britannico. Il programma finanzierà una ricerca sull’eredità economica e sociale degli eventi culturali e sportivi, con un costo complessivo massimo di 1,32 milioni di sterline. La ricerca dovrà iniziare prima degli eventi e proseguire per due anni dopo la loro conclusione. Ai casi obbligatori, tra i quali figurano le partenze dal Regno Unito del Tour de France e del Tour de France Femmes del 2027, potranno affiancarsi altri grandi appuntamenti nel Regno Unito. L’obiettivo è distinguere i benefici temporanei dai cambiamenti duraturi, confrontando quanto accade nei territori coinvolti con ciò che sarebbe plausibilmente avvenuto senza l’evento. La call affronta quindi una debolezza ricorrente delle valutazioni: dati discontinui, difficoltà nel misurare gli effetti sociali e finanziamenti che terminano troppo presto per osservare il lungo periodo.
L’importanza delle valutazioni per le corrette decisioni
Si tratta di una scelta politica di rilievo. La rilevazione, la misurazione e l’interpretazione dei risultati rispondono a un bisogno in primo luogo pubblico: disporre di informazioni affidabili per assumere decisioni ponderate. Finanziare direttamente la valutazione significa anche ridurre il rischio di trasformare i rapporti in apologie dell’evento, con dati roboanti che hanno più effetto narrativo che decisionale. Dedicare risorse a questa attività permette di proteggerla dalla pressione delle necessità operative e di estenderne l’orizzonte oltre le scadenze della rendicontazione. Basta guardare i primi due criteri di valutazione della call per comprendere quanto questo approccio possa essere utile anche nel nostro Paese.
I criteri per una valutazione oggettiva dei grandi eventi
Nella sezione dedicata alla “visione“, i partecipanti sono chiamati a descrivere la qualità e la rilevanza della ricerca, la sua capacità di produrre nuova conoscenza, l’attualità del problema e i potenziali benefici per la società, l’economia o l’ambiente. La sezione sull’”approccio” richiede invece di dimostrare l’adeguatezza, la trasparenza e la fattibilità del metodo adottato, la capacità di identificare e gestire i rischi, il collegamento con le ricerche precedenti e la solidità del percorso che conduce dai risultati agli effetti pratici. Caratteristiche che potrebbero portare la misurazione degli impatti, anche in Italia, a un differente grado di maturità. Né sarebbe necessario replicare in modo pedissequo quanto proposto dall’UKRI. Nel nostro contesto, un finanziamento concentrato su singoli progetti rischierebbe di non costruire una capacità permanente, capace di integrare ricerca accademica, competenze operative e conoscenza dei territori.
L’importanza di capire il valore dei grandi eventi per gestire meglio i finanziamenti
Il punto, quindi, non è produrre più report sugli eventi, ma costruire una capacità pubblica permanente di apprendere dai loro risultati, per decidere meglio quali iniziative sostenere e a quali condizioni. Si potrebbe quindi immaginare un istituto dedicato alla valutazione delle politiche culturali e dei grandi eventi. Avrebbe due funzioni complementari: condurre ricerche sugli effetti degli interventi e trasferire agli organizzatori strumenti e competenze per raccogliere dati affidabili. La ricerca sarebbe così alimentata dalle specificità delle iniziative analizzate, mentre il lavoro sul territorio favorirebbe una cultura della misurazione oggi spesso più presente “in lettere” che “in numeri”.
Una dotazione pubblica pluriennale per garantire il funzionamento del modello
Il modello di finanziamento potrebbe prevedere una dotazione pubblica pluriennale per il funzionamento e la ricerca, affiancata da risorse dedicate alla valutazione nei finanziamenti assegnati agli eventi. Una parte consentirebbe agli organizzatori di costituire gruppi interni di raccolta dati, formati e supervisionati dall’istituto. La responsabilità dei metodi, dell’interpretazione e della pubblicazione dei risultati resterebbe invece a quest’ultimo. Un nucleo stabile multidisciplinare — economisti, statistici, ricercatori sociali ed esperti di gestione culturale e sportiva — potrebbe collaborare con università e centri di ricerca, utilizzando anche le informazioni già raccolte dagli osservatori esistenti. L’autonomia scientifica dovrebbe essere tutelata attraverso una selezione pubblica della direzione, regole sui conflitti d’interesse e l’obbligo di pubblicare i risultati anche quando contraddicono le aspettative dei finanziatori o degli organizzatori. Ogni valutazione dovrebbe seguire un protocollo definito prima dell’intervento: obiettivi espliciti, rilevazione della situazione iniziale, indicatori verificabili e confronti utili a distinguere gli effetti dell’evento dalle altre trasformazioni del territorio. Il finanziamento dovrebbe comprendere anche le rilevazioni successive alla conclusione, per esempio a dodici e ventiquattro mesi, con metodi e oneri proporzionati alla dimensione delle iniziative.
La possibilità di cominciare con un primo progetto pilota
Un primo progetto pilota potrebbe coinvolgere un grande appuntamento internazionale, un festival di dimensione regionale e una manifestazione culturale locale. La selezione dovrebbe considerare la disponibilità dei dati, la collaborazione degli organizzatori e la possibilità di seguirne gli effetti nel tempo. La sperimentazione permetterebbe di verificare sia i risultati degli eventi sia la sostenibilità del modello di valutazione, prima di estenderlo ai programmi territoriali. Valutazioni trasparenti, fondate su dati verificabili e metodi espliciti, potrebbero contribuire a una migliore allocazione delle risorse e ridurre il rischio di narrazioni strumentali. Un principio che vale per la cultura e lo sport, ma che dovrebbe orientare più ampiamente la valutazione delle politiche pubbliche.
Stefano Monti
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