“La cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026 è stata kitsch” dicono gli Usa. Forse è vero, ma da che pulpito? 

È proprio dagli Stati Uniti, il Paese campione della spettacolarizzazione e dell’eccesso, che arriva la critica sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026. E così il kitsch si conferma – più che una questione estetica – una categoria politica

Definire “kitsch” la cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 è legittimo. Farlo dalle colonne del Wall Street Journal è invece qualcosa di più complesso: non una recensione, ma uno specchio rovesciato. Perché quando l’aggettivo arriva da chi — da un secolo — esporta nel mondo l’estetica dell’iperspettacolo, del gigantismo simbolico e della retorica visiva hollywoodiana, allora la critica smette di essere solo estetica e diventa geopolitica dello sguardo. È un po’ come se Las Vegas recensisse Venezia accusandola di essere troppo luminosa. Il WSJ ha parlato di cerimonia “over the top”, indulgente, carica di stereotipi italiani: lirica, moda, Rinascimento, design, motori, neve, opera. Troppo. Troppo pieno. Troppo riconoscibile. Troppo italiano. Ma qui si apre il punto vero: il kitsch non è solo eccesso decorativo. È, da Kundera in poi, una categoria politica. È l’estetica del consenso facile, dell’emozione immediata, del simbolo che non chiede interpretazione ma adesione. In termini iconologici, è la vittoria dell’immagine che si consuma senza sedimentarsi. E allora la domanda diventa inevitabile: chi ha globalizzato il kitsch? 

Gli USA e la globalizzazione del kitsch 

Gli Stati Uniti non lo hanno inventato. Lo hanno industrializzato. Le cerimonie olimpiche trasformate in halftime show. Le inaugurazioni presidenziali concepite come blockbuster. Il patriottismo coreografico della NASA e del Super Bowl. Il musical come grammatica nazionale. Il kitsch americano non è vernacolare: è sistemico. È soft power. È macchina narrativa. Hollywood non esporta solo film: esporta l’idea stessa di emozione spettacolarizzata. Qui la lezione di Guy Debord è inevitabile: lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato dalle immagini. E gli Stati Uniti ne sono stati il principale ingegnere culturale. Per questo la critica del WSJ suona, più che severa, involontariamente autoironica. 

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026

La differenza tra storytelling e tradizione 

Che la cerimonia fosse carica di simboli è indubbio. Ma qui entra una differenza sottile che spesso sfugge allo sguardo anglosassone: per l’America, il simbolo è storytelling. Per l’Italia, il simbolo è stratificazione storica. Quando mostri il Rinascimento non stai “facendo scenografia”: stai evocando una genealogia culturale reale, non un set. È una differenza che Aby Warburg avrebbe letto come distanza tra immagine-formula e immagine-memoria: nel primo caso l’icona funziona, nel secondo sopravvive. L’Italia lavora per sopravvivenze simboliche. L’America per performance simboliche.  

L’effettivo kitsch della cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026 

Il problema, semmai, è quando l’identità diventa cartolina. Ed è qui che la critica del WSJ, pur viziata da paradosso, intercetta un punto sensibile. La cerimonia oscillava costantemente tra due poli: Fellini — visionarietà, sogno, eccesso poetico — e Disneyland — plastificazione dell’immaginario. Quando prevaleva il primo, l’Italia era irripetibile. Quando scivolava nel secondo, diventava replicabile. Il kitsch nasce esattamente lì: quando il simbolo perde profondità e diventa superficie luminosa. Una perdita di aura, direbbe Walter Benjamin: l’opera — o l’immagine — smette di essere esperienza e diventa riproduzione. Non è un caso che, nella stessa serata, il pubblico applaudisse i segmenti più autentici e restasse freddo davanti a quelli più “formatizzati”. La gente riconosce istintivamente la differenza tra cultura e intrattenimento travestito da cultura. Ed è forse questa la vera lezione estetica della serata: non tutto ciò che brilla è heritage

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026

Il bue che dà del cornuto all’asino 

Dietro la recensione estetica si intravede un conflitto più profondo. L’America difende il primato dello spettacolo globale. L’Italia prova a riaffermare il primato della profondità culturale. Quando Roma, Milano, Venezia o Firenze salgono sul palco mondiale non competono sul budget: competono sull’aura. E l’aura, per definizione, non è replicabile in studio. Allora sì: forse la cerimonia aveva tratti kitsch. Forse alcune sequenze erano ridondanti. Forse la tentazione della cartolina ha prevalso sull’essenza. Ma sentirlo dire da chi ha costruito un impero estetico sull’iperbole spettacolare resta un esercizio di surrealismo critico. Perché se Milano Cortina è kitsch, allora cosa sono stati i jet che disegnano bandiere nei cieli del Super Bowl, le inaugurazioni presidenziali coreografate come trailer Marvel, le lacrime in steadycam su inni cantati davanti a maxischermi da stadio? Realismo poetico? No. È kitsch con il budget federale. 

Il kitsch è geopolitica 

La verità è che l’America tollera il kitsch solo quando lo produce. Quando lo fanno gli altri lo chiama folklore, e quando lo fanno gli europei lo chiama eccesso. È una gerarchia estetica prima ancora che politica. Il Paese che ha trasformato il mondo in un set accusa l’Italia di aver allestito una scenografia. Il Paese che ha reso permanente il Natale a Times Square trova eccessiva una notte a San Siro. Il Paese che illumina il deserto del Nevada come una cattedrale al neon giudica ridondante la patria del Barocco. Più che una critica, è un riflesso condizionato. Forse la cerimonia era kitsch. O forse era semplicemente italiana — cioè stratificata, debordante, contraddittoria, barocca anche quando prova a essere minimal. E se proprio dobbiamo accettare la lezione estetica del Wall Street Journal, facciamolo fino in fondo. Con gratitudine. Perché in materia di spettacolarizzazione del simbolo, di estetica dell’eccesso e di industrializzazione dell’emozione, gli Stati Uniti restano — indiscutibilmente — la massima autorità mondiale. Non sul kitsch degli altri. Sul proprio. Del resto, come scriveva Walter Benjamin, “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ciò che viene meno all’opera d’arte è la sua aura”. E forse è proprio qui la frattura. Perché se l’aura si perde quando l’immagine diventa replicabile, allora il problema non è che l’Italia sia stata kitsch. È che, per una notte, ha provato a rendere riproducibile ciò che — per storia, per stratificazione, per memoria — non lo è mai stato. La differenza, semmai, è che noi — sotto le luci — avevamo duemila anni di storia. Loro, soprattutto, un ottimo ufficio marketing. 
 
Angelo Argento 

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Angelo Argento

Angelo Argento

Avvocato patrocinante in cassazione e dinanzi alle giurisdizioni superiori. Docente di Legislazione dei Beni Culturali presso l'Accademia Nazionale di Belle Arti di Brera. Presidente di Cultura Italiae, associazione riconosciuta quale ONG UNESCO.

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