Where the streets have no name (I). Migrazioni e conoscenza

Prende il via il nuovo ciclo di saggi firmati da Christian Caliandro. Stavolta il titolo si ispira a quello di un famoso brano degli U2 e l’allusione è a un’epoca in cui gli incontri e gli scambi sembravano una realtà possibile, ma totalmente opposta al tempo presente.

U2, The Joshua Tree (1987) - photo Anton Corbijn
U2, The Joshua Tree (1987) - photo Anton Corbijn

“I wanna run, I want to hide
I wanna tear down the walls
That hold me inside.
I wanna reach out
And touch the flame
Where the streets have no name”.

U2, Where the streets have no name (1987)

In treno da Bari a Senigallia, 21 luglio 2016.
In partenza per Demanio Marittimo Km-278: parleremo di migranti & migrazioni, di nuovi muri in Europa – costruzioni e ricostruzioni identitarie, come si fa a ripartire da una nozione ibrida e aperta di se stessi e dell’altro – quando tutto sembra finire, e siamo d’accordo su questo, come si fa a concepire e praticare l’inizio – una nuova civiltà, una nuova forma di vita, un nuovo paradigma forse – parola abusata dai presunti innovatori e “iniziatori” di quest’epoca spicciola e scadente, a buon mercato.
Il tema dei migranti e dei nuovi muri che vengono eretti in Europa è uno dei più attuali e scottanti in Italia e nell’intero continente, dal momento che influenza direttamente molteplici dimensioni: la società, l’economia, il costume, la cultura. Pur essendo dunque una questione fondamentale per definire il presente e il futuro prossimo del nostro Paese, non sempre il suo racconto è all’altezza delle aspettative e delle esigenze collettive: siamo abituati infatti a un tipo di percezione mediatica che privilegia i toni dell’emergenza, trascurando nuove prospettive, percezioni del presente e punti di vista sul futuro da cui osservare e analizzare il fenomeno. Una di queste – di rilevanza enorme per iniziare a studiare la nuova identità italiana che sta emergendo nonostante tutto: articolata, complessa, ibrida – ha a che fare con il valore e il senso culturale dei migranti e delle migrazioni rispetto a un immaginario condiviso.
Che cosa possono fare l’arte e la cultura rispetto a questo fenomeno? E che cosa potrà fare questo fenomeno per l’arte e la cultura del nostro tempo?

***

Vlora 1991: nell’agosto di venticinque anni fa, l’arrivo della nave albanese nel porto di Bari come una supernova storico-culturale; e ventitré anni fa, Zooropa degli U2 come l’annuncio di un’epoca meravigliosamente fantascientifica, intessuta di fusioni unioni incontri sovrapposizioni illuminazioni fulminee/fugaci, mai avveratasi – e trasformatasi anzi nel suo opposto speculare…

***

Stiamo oggi vivendo e facendo esperienza di un’“utopia retrograda” (Zygmunt Bauman), con maggioranze silenziose che sognano una “vagheggiata heimat omogenea, protetta e rassicurante” (Gigi Riva).
Siamo ancorati, e trascinati giù, dall’autorassicurazione, dall’autoconsolazione, dalla continua ricerca di conferme per quello che presumiamo di sapere già – il che vuol dire che ci siamo disabituati non solo a imparare cose nuove, ma soprattutto a vedere quelle vecchie in modi diversi. Questo deficit, questa carenza di prospettive, di punti di vista interessanti ci facendo sprofondare. E intanto, quasi non ci soffermiamo su quanto poco sappiamo, in realtà, di queste identità culturali così estranee, straniere.

***

Alessandro Bulgini, Opera Viva Migrants. Jungle Calais, 2016
Alessandro Bulgini, Opera Viva Migrants. Jungle Calais, 2016

Su Gian Maria Tosatti e Alessandro Bulgini a Calais (8-18 luglio 2016).
Due operazioni quasi analoghe, eppure di fatto opposte – perché diversissimi, opposti sono gli atteggiamenti, le attitudini, le disposizioni d’animo che le guidano. L’uno, Alessandro, si concentra tutto nel tempo dell’esistenza – si consegna, quasi, all’altro, in una disperazione speranzosa di bruciare vita esperienza attesa progetto – e nel fare questo l’opera stessa si annulla, e al tempo stesso si completa, si dissolve e scompare perché appare in tutta la sua potenza e energia dispiegata momentaneamente, esiste semplicemente nel vento e nella Jungle e nell’umanità di rapporti che si stabiliscono volta per volta, che faticosamente si costruiscono e gioiosamente si disfano.
L’altro, Gian Maria, sta portando avanti un’archeologia, in due sensi complementari: come carotaggio del passato più o meno recente, della storia dell’Italia repubblicana (dal secondo dopoguerra agli Anni Novanta), e come atto di fede, faticoso tentativo di rintracciare i segnali e i semi del futuro immediato. Archeologia dunque di un passato in gran parte rimosso, inattingibile perché da esso ci separa uno schermo, e al tempo stesso di un futuro integralmente da progettare e costruire. È per questo che la sua opera ha così spesso a che fare con reliquie, reperti, residui, scarti e detriti. Ha grande familiarità con il crollo.

Christian Caliandro

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

1 COMMENT

  1. Il nostro atteggiamento nei confronti dei migranti e delle migrazioni è lo stesso con quello che abbiamo avuto nei confronti delle realtà periferiche del nostro paese : non abbiamo mai o quasi, ad esempio, prestato un minimo di attenzione chiedendoci come mai interi paesi della penisola dalle alpi agli appennini, soprattutto al centro-sud e non solo di zone montuose, si sono svuotati completamente nell’arco di 30/40 anni, in cui gli abitanti hanno dovuto subire la violenza del sistema politico ed economico in corso costringendoli ad abbandonare le proprie terre. le proprie case, i propri affetti . In ogni caso il confronto e il dialogo dell’arte e della cultura con gli immigrati e il problema dell’immigrazione è sempre presente e implicito nel proprio messaggio : non servono zainetti o gommoni a decorare colonne o bifore, l’arte se tale è già accoglienza, pace, comprensione e rispetto verso l’altro .

Comments are closed.