Non tutti i videogiochi sono opere d’arte. L’editoriale di Fabio Viola

29 milioni di italiani, ovvero uno su due, metà gli abitanti della Penisola. Sono coloro i quali giocano ai videogiochi. Roba da ragazzini? Mica vero. Al MoMA, per dire, sono entrati nella collezione permanente, e pure il Festivaletteratura di Mantova gli sta dedicando – proprio in questi giorni – incontri e laboratori. E allora abbiamo chiesto a un esperto del settore di raccontarci l’irresistibile ascesa di questa forma di intrattenimento.

Immagine tratta dal gioco Assassin's Creed Brotherhood di Ubisoft del 2010
Immagine tratta dal gioco Assassin's Creed Brotherhood di Ubisoft del 2010

Esiste una forma d’arte fruita annualmente da 29 milioni di italiani in cui modellazione, architettura, illustrazione, musica e narrativa convergono per dar vita a opere in grado di emozionare e coinvolgere un pubblico sempre più eterogeneo.

“HO SALVATO LA PRINCIPESSA”
I videogiochi, a soli quarant’anni dalla loro nascita, sono diventati non solo la principale industria creativa mondiale per fatturato e tempo speso, ma anche una delle più complesse – e meno comprese istituzionalmente – espressioni culturali del nostro tempo. Su una nuova tipologia di tela, completamente digitale, i creatori esprimono idee, sviluppano modelli creativi e linguistici, raccontano storie e restituiscono visioni del mondo. E lo fanno dando al fruitore la possibilità di agire e reagire, rendendo la produzione autoriale in qualche misura liquida, e in questo profondamente diversa da tutte le altre espressioni artistiche in cui la meta-riflessione resta a un livello interiore e mai estetico.
Una interiorizzazione dell’esperienza che trova riscontro nell’utilizzo di pronomi personali nei racconti di coloro che hanno sperimentato un videogioco: “Ho salvato la principessa”, “ho esplorato il mondo”, “ho parlato con un personaggio”. Non è forse questa una delle direzioni principali del dibattito culturale, sempre più incardinato attorno a vocaboli come partecipazione attiva, audience engagement e co-curation?

La storia autobiografica dei coniugi Green è confluita in That Dragon, Cancer di Numinous Games del 2016
La storia autobiografica dei coniugi Green è confluita in That Dragon, Cancer di Numinous Games del 2016

GIOCATORI STEREOTIPATI
Opere come Journey, Ico, Assassin’s Creed, That Dragon, Cancer, To The Moon, No Man’s Sky, e diverse altre migliaia, hanno commosso, emozionato, meravigliato e sfidato intellettualmente milioni di individui nel mondo. Titoli che manifestano plasticamente la velocissima evoluzione, un passaggio dalla pittura rupestre all’arte rinascimentale avvenuta in pochissime decadi.
Nonostante i dati restituiscano una figura del giocatore con età media sui 37 anni e certifichino le donne over 50 come uno dei bacini a maggior crescita, aleggia ancora lo stereotipo del passatempo per giovanissimi, un linguaggio in grado di dar sfogo, attraverso la tecnologia e il digitale, a emozioni primordiali connesse al bisogno fisico di gioco. Critiche comprensibili, se consideriamo che la generazione di artisti che ha dato vita ai primi videogiochi è ancora in vita.

TUTELA VIDEOLUDICA
Numerosi governi nazionali, dagli Stati Uniti alla Polonia, hanno legislativamente stabilito l’inclusione del videogioco come patrimonio culturale da tutelare e valorizzare anche mediante agevolazioni fiscali. È lecito immaginare nell’immediato futuro la progressiva presenza di questa nuova forma espressiva all’interno delle grandi istituzioni: le americane MoMA e Smithsonian hanno per prime capito il valore artistico e di design, includendoli nelle collezioni permanenti. Sono anche nati i primi musei specializzati in questo linguaggio – penso al Vigamus di Roma o al Computerspielemuseum di Berlino – e milioni di collezionisti nel mondo spendono anche decine di migliaia di euro per portarsi a casa alcuni titoli.
Includere il videogioco come decima forma d’arte (Beylie) aprirebbe nuove opportunità, favorirebbe la contaminazione tra generi culturali diversi, l’alfabetizzazione del pubblico e, al contempo, responsabilizzerebbe il processo creativo, aiutando il movimento a prendere coscienza degli impatti. I tempi sono maturi?

Fabio Viola

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #32

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Fabio Viola
Da quindici anni nell'industria dei videogiochi, ha lavorato sulle versioni digitali di produzioni iconiche come SimCity, The Sims e Pac-Man. Considerato uno dei top 10 gamification designer mondiali, ha collegato la sua passione per il gioco e per la cultura presiedendo l'associazione culturale TuoMuseo.

9 COMMENTS

  1. Forse ho letto distrattamente l’editoriale, ma mi sembra smentire il titolo.
    Io sono d’accordo su tutto quanto detto nel pezzo, ma ancor più sul titolo: da padre di diciassettenne gameaddicted, posso assicurarvi che la mia curiosità quando mi accosto, mi sistemo comodo e osservo (e badate che mio figlio fa di tutto per dimostrarmi la nobiltà del prodotto) viene il più delle volte frustrata dal semplicismo dei testi finto-poetici, finto-esistenziali, dalle colonne sonore manieriste, dalle strizzate d’occhio alla disobbedienza civile, alla violenza come scorciatoia (e non è catarsi).
    In definitiva, al di là della dipendenza e dunque del troppo tempo speso lì e sottratto ad altre fonti, traggo l’impressione che sia più un laboratorio di omologazione verso il basso che non di valorizzazione del proprio specifico; che mi sembra più parente dell’arte, a dire il vero. Fermi restando la presenza di qualche buono spunto sul mercato, e il valore “di principio” di quanto affermato nell’editoriale.

    • La qualità nei games è rara, devo dire la verità, ma è questione di gusti (è relativo). Ognuno cerca quello che piu lo attrae e quindi non è un discorso polarizzante o esclusivo è un discorso di contaminazione tra arte e prodotto, due cose ben diverse come molti ben sappiamo, ma molti allo stesso tempo ignorano. Detto questo, non è qui il punto. In italia ancora c’è poca comprensione di questo se ne parla poco, ma soprattutto c’è scarsa consapevolezza della tecnologia, scarsa la tech literacy enorme il digital divide.
      C’è molto da fare, il cuore di tutto non è il videogame, il cuore è capire che giocare ci può portare molto lontano perché gli umani, questo è un tabu, come gli animali, essendo animali, imparano giocando…

      • Vero. Ma il “molto che c’è da fare”, perchè il pubblico guadagni questa consapevolezza, non spetta – in una logica di mercato – all’utente, ma a chi si propone. E finora quello che arriva a uno come me, all’esterno del cerchio, è solo mainstream: quasi sempre effettacci e poca sostanza, poca immaginazione.

        • La qualità va cercata e si trova. (se permetti) parlando di games, pare che nella sua estrema violenza Shadow Of War (Mordor) terrà vivo tolkien per quanto mi riguarda dopo già un primo capitolo innovativo nei sistemi di gioco dinamiche che proponeva. Giocare unico, narrazione, iliade, tutte cose che rubiamo da “Omero”, rubiamo dai libri e mettiamo nei videogames. Se i videogames diventano libri e ci permettono di scrivere si abbattono gli orizzonti, si impara di nuovo … forse. (dipende) lo può fare chi ha una cultura come me,… come pochi di noi.
          Anche Witcher 3.. anni di lavoro, non l’ho giocato, ma è chiaro che cosa ha da offrire.

          La qualità ha bisogno di programmazione anche in politica nn si può pensare di andare ancora a polarizzarci (come gli hooligans)… ma ahimé è tutto così da noi (almeno il mainstream).
          Bisogna pensare anche nella competizione al team, al fatto che siamo tutti dalla stessa parte. non ci sono parti. Un progetto di qualità (tutto questo per dire che) un progetto di qualità necessità di anni. Guardiamo Harry Lee… cosa hanno fatto a singapore questi. In diversi anni hanno creato un programma e hanno rilanciato (ancora di piu rispetto a prima) la realtà di questo piccolo Stato (una dittatura illuminata è stato detto e forse è così).

          Beh ognuno deve trovare le sue costituzioni, di certo c’è una marea di finanza penetrata ovunque da almeno 20 anni, che decide ogni cosa. Il cash flow è fondamentale.

          Ubisoft regge mettendo sterco nelle console e PC della gente che.. nn capisce niente e segue mode perché per loro è bene seguire mode… ma la qualità la si trova in prodotti beni made by play station… hanno diversi lavori fatti da dio (se vuoi un orientamento).

          Non mi piace il concetto di esclusiva ma hanno fatto ad ogni modo e continuano a fare belle cose.

          La qualità è rara ma va cercata e si trova.
          Poi ognuno ha la sua estrazione sociale, la sua educazione e quindi oltre quello “non va”…
          poi c’è l’attitude… la mentalità e quella gioca brutti scherzi alle scelte delle persone e le rende migliori o mediocri.

          Oggi il mondo si basa in questa fase di singularity elevata tutto sull’attitude delle persone.
          La bassa tech literacy sta mangiando lo spirito critico no che cosa dico.. sta mangiando la libertà di persone chenon sanno nemmeno cosa sia la libertà in realtà (ad esempio massa USA)…

          La libertà è avere la possibilità di dubitare qualsiasi cosa e porre domande su tutto.
          Non di fare quello che si vuole (a scapito di altri)…
          In questo Cina e USA si assomigliano molto.

          Il gioco sta plasmando molte cose visto che da 30 anni i giovani ci crescono INSIEME…
          Il gioco è collegato a tutte queste sfere del politico e non solo.
          Ma un commento è troppo poco per parlare di tutto, nonostante questo io ci provo sempre, sempre fallendo, forse.

          Premiamo i produttori che se lo meritano. Quelli che portano progresso nel settore. E per fortuna ancora ci sono.

          Titoli?

          Shadow of Mordor
          Valiant
          Flower- Journey
          Inside
          Mass Effect (+ che decente, specialmente il primo e il secondo)
          Red Dead redemption
          ..
          Elite dangerous
          Arma (Operation Flash Point) — questi due Elite e Arma sono per chi ama la simulazione, guerra strategia tattica e il primo sullo spazio esplorazione spaziale astronomia osservazione Role play game, orizzonti massimi non c’è nulla da battere o da vincere… SOlo un viaggio personale.

          Ce ne sono.. dico solo che meno soldi ci sono piu qualità c’è questo è un dato di fatto perché gli umani si rovinano hanno fame di soldi e potere… tutto il movimento vuoto start up ne è una prova in quanto ci si dimentica dell’importanza dei contenuti. La qualità dov’è? Dov’è la ricerca.
          Guardiamo a Apple stessa poi. dov’è l’innovazione in delle cuffie… (senza filo?!)… con jobs è un po’ morta l’etica ma muore ogni giorno in tante cose che facciamo o accettiamo ci vengano fatte (patriot act 2001 è stato come accettare il IV reich).

          E’ vero comunque che “c’è poca immaginazione” o lasciano poco spazio ad essa … è proprio vero. I giochi di un tempo parlavano un altro linguaggio. Ma qualcosa di buono c’è ancora…

          Bello anche quello che ha provato a fare EA con Battlefield1 … violenza estrema fa capire cos’è la guerra ora che siamo oltre il limite 50 anni, intervallo oltre il quale gli umani dimenticano. Un videogioco.. può salvare delle vite facendo capire alla gente CHE COSA E’ LA GUERRA… e io sono uno che non ha mai girato lo sguardo e ha visitato cimiteri per capire e riflettere. Plauso a BF1 qundi per quanto mi riguarda.

          Poi… devo dire questo… andiamo vero il LIFE LONG LEARNING oggi.
          E da videogiochi ultimi a anche serie TV come MR Robot sta andando a PALLA l’EDUTAINMENT.
          (ma lo ha sempre fatto oggi torna con mezzi maggiori tecnologici per essere piu capace di fertilizzare chi siamo e saremo). L’edutainment e imparare giocando…

          Vabbe mi fermo qui, stiamo positivi e criticicostruttivi allo stesso tempo.

  2. Chiedo scusa all’autore ma questo articolo è indecente. Parte con un titolo “slogan” che non centra nulla con il contenuto, è diviso in tre trafiletti praticamente scollegati e che dicono ben poco. Non metto in dubbio che Viola sia esperto del mondo videoludico vedendo il suo CV, ma da queste righe escono solo banalità. “Ho salvato la principessa?” Oddio questa frase sembra riportare i videogiochi a un era anni ’80, mi viene in mente un rpg in 2d…cerchiamo di andare un pò oltre dai. Personalmente considero tutti i videogiochi un’opera d’arte, buona o cattiva che sia. Se la pittura è una forma d’arte, anche se spesso da luogo a scarabocchi senza valore, i videogiochi allo stesso modo sono una forma d’arte nonostante molti titoli siano puro intrattenimento e nulla più. Ciò che è interessante è che i sottogeneri dei videogiochi sono ormai talmente ampi da coinvolgere ogni tipologia di utente, dai 3 anni in su. Software house come Telltale o frictional, autori come Benoit Sokal o David Cage per non parlare di titoli indipendenti come The Path o The vanishing of ethan carter stanno esplorando negli ultimi anni interessanti possibilità di narrazione che non sono rivolte unicamente agli adolescenti e che riescono a far riflettere e intrigare l’utente con minime interazioni; la riscoperta dei Sandbox con Minecraft, i mmorpg, o le nuove possibilità date dalla realtà aumentata sono altrettanto interessanti. Certo è che i videogiochi mainstream son come il cinema mainstream, ma a chi interessa il videogame come medium (e il termine videogame è a mio avviso ormai limitante) deve saper guardare oltre Call of Duty o Resident Evil che, per quanto a modo loro siano dei bellissimi titoli, hanno la necessità di semplificare dialoghi e spesso banalizzare le trame per vendere al grande pubblico.

  3. Quando vidi i primi videogiochi, mi venne alla mente la struttura del Giardino Giapponese: un’area di piccole dimensioni che, attraverso accorgimenti tecnici compositivi spaziali, appariva essere di dimensioni molto più estese; qualcosa derivato dall’arte, se possiamo chiamarla arte, del troumpe l’oeil. E forse una delle finalità dei videogiochi, consiste nel poter avere una finestra molto piccola ma che dia accesso ad uno spazio (virtuale) di dimensioni illusorie anche mastodontiche, e quindi una specie di amplificatore di spazio per persone che vivono in società sovraffollate dove di spazio ne è rimasto ahimè ben poco…

    • Interessante input. Oggi davvero pochi scrivono cose interessanti cosi come il tuo commento qui, che è ben più di un commento quindi.
      Grazie per aver condiviso questo pezzo della tua coscienza.

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