Terremoto e ricostruzione. Parola a Francesco Venezia

Medaglia d’oro alla carriera nel 2015, l’architetto campano prende spunto dall’attualità per un’ampia riflessione: dal rischio di sparizione di quella qualità diffusa che ha reso tale il “Belpaese” fino al tema della formazione di tecnici e professionisti. Senza dimenticare l’esperienza di Gibellina.

Il Grande Cretto di Gibellina
Il Grande Cretto di Gibellina

IL DESTINO STORICO DEL TERRITORIO ITALIANO
Ogni cinque, sei anni ci interroghiamo sulle stesse cose: ciascuno dice la sua sulle modalità con cui la ricostruzione del post-terremoto di turno andrebbe condotta.
Io pongo una questione che non è legata alla sola ricorrente, tragica attualità. Il problema è di lungo respiro: riguarda, a questo punto, il destino storico dell’intero territorio italiano. Noi abbiamo, come si osservava ancora una volta nei giorni scorsi, un terremoto di notevole intensità mediamente ogni cinque anni. In queste occasioni lamentiamo la scomparsa di una parte del nostro patrimonio storico, artistico e ambientale. Sisma dopo sisma, questa ricchezza si assottiglia sempre più: abbiamo visto come buona parte dell’Irpinia sia sparita nel 1980. Ora siamo davanti alle nuove distruzioni in un bacino condiviso da Lazio, Umbria e Marche. L’ennesima cancellazione che si inserisce nel quadro della vasta, progressiva sparizione di quella che era la caratteristica dell’Italia la quale, a partire dalla metà del Settecento, aveva attratto viaggiatori di tutta Europa. L’Italia era diventata il Belpaese: la scoperta di un “paesaggio classico”, non rintracciabile altrove, frutto della millenaria armonia tra edificazione e orografia, tra forme dell’uomo e forme della natura. Un esempio, da me molto amato: Orvieto, in Umbria. Una città di piccole dimensioni che offre una straordinaria alleanza tra natura e costruzione: una città in forma di acropoli, nella quale la stessa rupe, color oro bruno, è stata oggetto di una millenaria azione di scavo – al Duomo che aspira al cielo, alla luce, si oppone il Pozzo di San Patrizio che si approfondisce nelle viscere della rupe, nell’ombra. Oltre che per grandi città, l’Italia si distingue per una miriade di straordinari piccoli centri, dai colli Euganei alle colline Toscane, dai colli Laziali a quelli Marchigiani giù giù fino alla Sicilia, una miriade di situazioni esposte al rischio di terremoti. È solo la cadenza di questi che cambia.

Renzo Piano
Renzo Piano

INTERVENIRE NELLA NORMALITÀ
La questione centrale non è l’intervento nell’immediato. Certo è un dovere dare rapidamente un aiuto a chi ha temporaneamente o definitivamente perduto la propria casa. E dunque largo a tutti gli interventi in nome dell’emergenza. Ben venga chiamare in causa l’architetto Renzo Piano che è perfettamente capace, tra le altre tante cose, di proporre e coordinare modelli abitativi temporanei; ma il tema rimane assolutamente strategico e politico. L’assoluta centralità resta quella dei modi di edificare nella normalità, in particolare quelle delle opere pubbliche. Dobbiamo operare affinché ogni edificio pubblico, ogni quartiere residenziale, ogni singola unità venga alla luce con criteri degni del patrimonio storico che va a integrare. Solo così facendo, da qui a cento anni non avremo la sparizione di quella qualità diffusa che ha reso il “Belpaese” tale. Sparizione che, per inciso, comporterebbe un gravissimo danno economico. Un’ulteriore riflessione: ciò che noi piangiamo oggi come perdita irreparabile è stato, a sua volta, sostitutivo di altri patrimoni scomparsi per l’azione dei sismi. Prendiamo il caso della Val di Noto: nel 1693, questo territorio subì un terremoto distruttivo. Ma la ricostruzione fu condotta in modo tale che oggi la malaugurata perdita di quegli edifici, di quei monumenti della ricostruzione, sarebbe vissuta come qualcosa di irreparabile. Possiamo immaginare la stessa cosa per le tante ricostruzioni degli ultimi decenni? A chi verrà da piangere, in futuro, per l’eventuale perdita della new town de L’Aquila?

LA CADUTA LIBERA DELLA FORMAZIONE
Il primo, necessario, avvio di questo percorso di lunga durata non può che essere il salvare le Istituzioni, in primis le Scuole di Architettura, dalla caduta libera attualmente in corso. Non esiste più da tempo una preparazione che permetta di affrontare adeguatamente le sfide che ci attendono. E la prova è la quasi assenza, sull’intero territorio nazionale, di edifici, complessi, che siano degni di memoria con l’essere annoverabili nel grande patrimonio storico-monumentale. La politica del dopoguerra in Italia non ha mai riconosciuto l’alto valore civile dell’Architettura. L’Architettura non è stata collocata in cima ai pensieri dei governanti. E forse neppure al fondo. Faccio un’eccezione, tra le pochissime, per il Sacrario delle Fosse Ardeatine: forse l’unico autentico monumento realizzato. Sarà stata una svista?
Ci siamo adeguati agli standard della speculazione edilizia, anche nel caso di importanti edifici pubblici.
Il panorama degli Edifici di Culto, dei Palazzi di Giustizia, delle Sedi Comunali, degli Edifici Scolastici è in larghissima parte sconfortante. Architetti, Imprese, artigiani, maestranze e committenti sono tutti appiattiti su quel livello. Gli stessi restauri di insigni monumenti presentano sovente materiali e finiture che ritroviamo in una pizzeria o nelle villette lungo i litorali! E infine la corruzione pervasiva, grande alleata del sisma nell’azione distruttrice.
Non c’è più quell’asse – che nei miei 27 anni di cattedra universitaria ho cercato di mantenere vivo – che faccia capire come siano propri dell’Architettura valori perenni, che vanno naturalmente rinnovati nel presente.

Il centro storico de L'Aquila, devastato dal sisma
Il centro storico de L’Aquila, devastato dal sisma

DERIVA
Da questo monito sorge la necessità di intervenire affinché l’Italia non diventi l’Australia, paese che annovera siti naturali di grande bellezza, ma che è priva di un patrimonio storico-architettonico.
Quando ho lavorato a un progetto di concorso per Sidney mi colpì il fatto che si richiedesse ai progettisti invitati la messa in valore dei resti del porto, porto del 1843!
Per loro era l’antico, il bisogno o, meglio, la struggente nostalgia di una qualche traccia del passato, spia del disagio della coscienza storica. In cambio l’Opera House è un magnifico monumento che domina la baia. Realizzata 50 anni fa, appare nelle pubblicità di viaggio a fianco dei grandi monumenti del passato italiani ed europei. Un atto di accusa alla politica italiana, addormentata sul passato ricevuto in eredità.
Va scongiurata anche la tentazione – se ne parla a ogni dopo terremoto – di ricostruire come erano antichi borghi distrutti. Quel che bisogna conservare è il carattere dei luoghi. La ricostruzione di Messina dopo il terremoto del 1908 è esemplare – negativamente. Il cinquecentesco Teatro Marittimo sulla Falce del porto, distrutto da un terribile terremoto nel 1783, fu ricostruito in forme neoclassiche ma senza tradirne il carattere. La ricostruzione dopo il terremoto del 1908 ha tradito quel carattere, distruggendo la grande bellezza di quella città, oggetto di ammirazione da parte dell’intera Europa. La cosiddetta “Palazzata”, in effetti una sequenza disunita di edifici modesti, in nulla ha ereditato la lezione delle due precedenti edificazioni, dove unità della forma, ritmo dei fornici – traguardo visivo delle strade che scendevano verso il porto –, profondo senso dell’Ordine concorrevano alla formazione di quell’eccezionale esempio di architettura della città. La paura è stata esclusiva ispiratrice dell’ultima ricostruzione a partire dal 1908.
A Napoli, la ricostruzione di via Marina, fronte sul porto del centro antico, occasione straordinaria di ripresentare l’idea del Teatro Marittimo si è mutata in una passerella di osceni edifici.

IL DESTINO DELLA BELLEZZA
Occorre avere coraggio, ed è questo oggi a mancare. Siamo in una condizione di codardia diffusa, nella quale spuntano i “rammendi” e altri concetti privi di senso.
Con tutta la buona volontà, non riesco a immaginare cosa l’espressione “rammendare una periferia” possa significare.
La periferia? È una sterminata quantità di edifici priva di forma e di un qualsiasi rapporto col suolo. Cosa vuol dire che la si può rammendare? Si può rammendare una forma infranta, non qualcosa del tutto privo di forma. Temo sia un’espressione “ad effetto”, sotto la quale c’è il nulla, o meglio, la prospettiva di una miriade di incarichi professionali del tutto ininfluenti sul destino di questa sterminata poltiglia edilizia. L’unica speranza è che lo scadente calcestruzzo armato con il quale è stata realizzata ne determini la scomparsa nel giro di quaranta o cinquanta anni.
La strategia da attuare deve possedere la visione storica della costruzione in uno specifico territorio per continuare a mantenere viva quella qualità e quei caratteri che i terremoti fatalmente e in parte distruggono. Dobbiamo sostituire in termini di qualità, non in termini esclusivi di antisismicità: la qualità architettonica è un valore, non l’antisismicità. Ricordo che nel terremoto del 1980 un edificio scioccamente asimmetrico fu gravemente danneggiato a dispetto della sua struttura antisismica. La bellezza, l’ordinata composta distribuzione dei corpi e delle parti in un edificio è primo fattore della resistenza al sisma. Poi c’è ovviamente la sapienza costruttiva.

Nella foto in copertina, particolare del Palazzo Di Lorenzo a Gibellina - Francesco Venezia, 1981-87
Nella foto in copertina, particolare del Palazzo Di Lorenzo a Gibellina – Francesco Venezia, 1981-87

IL BELICE E GIBELLINA
Ho vissuto, come progettista, l’esperienza del dopo terremoto del Belice, o, per essere più precisi, di quegli interventi successivi alla prima fase della ricostruzione. Ad eccezione di Salemi, in molti altri casi, tra cui Gibellina, ci fu il trasferimento dell’intero abitato in zone ritenuta geologicamente più idonee.
Ebbene, la vita nell’abitato della Nuova Gibellina come si presenta? Il piano urbanistico fu concepito in modo che, in caso di nuovo terremoto, le case collassando al suolo potessero lasciare libere da macerie due corsie per i mezzi di soccorso. Case a due piani con i fronti distanti circa 20 metri! Una città può fondarsi esclusivamente su questi criteri?
Siamo nella Sicilia occidentale, dove l’ombra è un grande tesoro per ogni agglomerato urbano: come si vive in un luogo che ne è stato privato? Come si sta per sei mesi all’anno perseguitati dall’assenza di ombra a quella latitudine? Ben lo sapevano gli arabi, che da quelle parti abitarono e costruirono. Una città come Alcamo porta ancora i segni della loro sapienza urbanistica.
Dobbiamo, in conclusione, evitare che l’Italia perda definitivamente l’attrattiva insita nel possesso di uno straordinario patrimonio architettonico e urbanistico, insediato in un paesaggio antropizzato, col quale si compone. Un processo che deve iniziare subito, a partire dalla formazione di quanti debbono lavorare in futuro per vincere questa sfida.

Francesco Venezia

 

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Francesco Venezia
Laureatosi in Architettura nel 1970 presso l'Università di Napoli, svolge attività di ricerca presso l'Istituto di Progettazione Architettonica della Facoltà di Architettura dell'Università Federico II di Napoli. Nel 1971 inizia l'attività professionale aprendo un proprio studio di progettazione a Napoli. Partecipa insieme a molti altri artisti ed architetti di fama internazionale al progetto di ricostruzione di Gibellina distrutta nel 1968 dal terremoto del Belice, progettando il museo di Gibellina, che racchiude frammenti dell'antico Palazzo Di Lorenzo. Dal 1974 collabora con a+u Architecture and Urbanism di Tokyo. Divenuto docente ordinario di composizione architettonica nel 1986, insegna alla Facoltà di Architettura di Genova, all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, alla Sommerakademie di Berlino, al Politecnico Federale di Losanna, all'Università Harvard e all'Accademia di Architettura di Mendrisio. Nel 1987 viene incaricato dalla Triennale di Milano di rappresentare Napoli per la mostra "Le città immaginate. Un viaggio in Italia. Nove progetti per nove città" e coordina, insieme a Paolo Di Caterina, un rilievo critico del sottosuolo partenopeo. Dal 1998 è Accademico di San Luca. Nel 2015 gli viene conferita la medaglia d'oro alla carriera dalla triennale di Milano. Tra le sue opere più importanti: Piazza Marginale-Lancelotti a Lauro(1974-1976), Palazzo Di Lorenzo a Gibellina (1981-1987), Piccolo giardino a Gibellina (1984-1987), Biblioteca Universitaria e Polo Universitario Giuridico ed Economico ad Amiens (1993-1997), Laboratorio prove materiali dello IUAV a Mestre (1995-2002), Allestimento della mostra "Gli Etruschi" presso Palazzo Grassi a Venezia (2000), Spazi Ipogei nel Duomo di Caserta (2011-2014), Allestimento della mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943” presso il Salone della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e presso l’Anfiteatro degli Scavi Archeologici di Pompei (2015), Allestimento mostra “Mito e Natura” presso il Palazzo Reale di Milano (2015), Padiglione espositivo per il progetto “Arch and Art” presso il parco della Triennale di Milano (2016), Allestimento mostra “Pompei e L’Egitto” presso la Palestra Grande degli Scavi Archeologici di Pompei (2016). Il suo pensiero e i suoi lavori sono descritti in numerose pubblicazioni tra le quali: La Torre d'Ombre o l'architettura delle apparenze reali (1978); Scritti brevi (1990); Francesco Venezia: le idee e le occasioni (2006); Francesco Venezia: che cosa è l’Architettura (2011).

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