Arte e sfera pubblica. Obrist e l’ideologia del curatore

Anche grazie alla recente traduzione del libro “Curatori d’assalto” di David Balzer, il dibattito su questa figura del mondo dell’arte si è riacceso. In sintesi: servono i curatori? A cosa? Perché? Cominciamo allora a discuterne con una serie di interventi. Il primo è firmato da Michele Dantini, che comincia da un certo Obrist…

Hans Ulrich Obrist
Hans Ulrich Obrist

FOCUS SU OBRIST
L’intenzione è quella di avviare qui una serie di “schede” a cadenza irregolare, dedicate allo smontaggio dell’“ideologia curatoriale”. Sono convinto che sia arrivato il momento di prendere posizione esplicita contro quelle che Sokal chiamerebbe “imposture intellettuali”. Gli osservatori più perspicaci, da John Berger a Don DeLillo, da Orhan Pamuk a Michael Baxandall e Simon Schama, hanno già da tempo espresso perplessità o dissenso sulla crescente importanza della figura del curatore. Satire e romanzi, articoli o commenti recenti, anche qui su Artribune, mostrano tuttavia che l’irritazione va crescendo. Dunque Hans Ulrich Obrist. A che punto siamo, con lui, nella storia dei rapporti tra lo 0,1% e il “pubblico” inteso in senso ampio e generale?
Malgrado l’attività di Obrist sia più che ventennale e attraversi la curatela, il giornalismo, l’editoria, le politiche culturali, l’urbanistica e il fund raising, un’analisi ravvicinata della stessa rivela continuità sorprendenti. Rinvia a quattro assiomi mai discussi né formulati che elenco qui di seguito insieme ad alcune obiezioni presentate in forma schematica.

Lucy Lippard
Lucy Lippard

VERIFICA SPERIMENTALE E AUTORITÀ
Primo assioma: c’è un’affinità o convergenza ovvia e “naturale” tra arte contemporanea e scienza. Il punto è cruciale per Obrist: perché solo questa affinità, se dimostrata, nobilita l’attività curatoriale differenziandola da ciò che ha indole strettamente commerciale, come le “pubbliche relazioni”. Esiste tuttavia un problema, che potremmo chiamare della “verifica sperimentale” (o della “mera intenzione”). Nell’ambito scientifico vale l’obbligo di pubblica prova. In linea di principio tutti devono poter ripetere l’esperimento, senza considerazione del rango o della notorietà di chi l’ha compiuto per primo e ne ha tratto questa o quella conclusione. In arte sembra invece vigere il principio di autorità: dichiarazioni di intenti o affermazioni teoriche di artisti e curatori sono tenute per valide con esclusivo riferimento all’intenzione. In altre parole: non sono mai misurate in base alle loro conseguenze effettive. Un esempio di mancata “verifica sperimentale”? In Fare una mostra Obrist si sofferma a lungo sull’attività curatoriale di Lucy Lippard tra il 1969 e il 1974. “Democratizzare l’arte”, per Lippard, significava al tempo fare mostre che recassero per titolo il numero di abitanti della città ospite. 557087 a Seattle, 955000 invece a Vancouver. Il proposito site specific di Lippard è mirabile, senza dubbio. Ma è anche efficace? Oppure dovremmo ritenere che proprio l’intreccio tra futilità intellettuale e apostolato progressista sia all’origine di quel problema cui oggi ci rivolgiamo?

MERCATO E UMANITÀ
Il secondo assioma postula: “Il mercato è sempre manipolabile a fini umani”. Questa certezza è spacciata con temeraria superficialità, se solo consideriamo i duri insegnamenti che abbiamo tratto dalle più recenti crisi finanziarie. Siamo sicuri che il “fine umano” sia sempre graziosamente reperibile sul “mercato”? Gli osservatori più avveduti, storici, economisti, teorici, non smettono oggi di interrogarsi con preoccupazione, in Europa o negli Stati Uniti, sui complessi rapporti tra capitalismo finanziario e totalitarismo. Dovremmo invece chiederci: un curatore educatosi alla scuola di Obrist è in grado di non censurare il conflitto nelle sue scelte espositive? Obrist ci appare qui come l’interprete di una congiuntura storico-ideologica non più attuale – Gillick direbbe “scenario”: la congiuntura post-1989, intimamente modellata dalla credenza nella “fine della storia” e nell’“ineluttabilità” del capitalismo.

Alighiero Boetti, Niente da vedere niente da nascondere, s.d.
Alighiero Boetti, Niente da vedere niente da nascondere, s.d.

IL CURATORE E L’ARTISTA-MENTORE
Il terzo assioma concerne direttamente il curatore, o meglio il carattere propagandistico della sua attività. Obrist ha definito in vari modi la figura del curatore. Lo ha chiamato di volta in volta “impollinatore”, “catalizzatore”, maestro di “caosmosi” (neologismo da “caos” e “osmosi”) o addirittura “salonnière globalizzata”. Come che sia, il curatore per Obrist è al servizio esclusivo degli artisti, mai del “pubblico”. In particolare è al servizio di una ristretta schiera di Figure Seniorili e Grandi Artisti. Questi lo allevano, lo nutrono con confidente benevolenza, lo istruiscono e infine (circostanza decisiva) lo cooptano. La parola che più ricorre, negli scritti di Obrist, è “mentore”. Boetti e Richter sono per lui quintessenzialmente “mentori”. Così Fischli e Weiss. La ricerca di “mentori”, cioè di cooptazione, non ha mai fine, e questa circostanza ha conseguenze particolarmente ingenerose. In assenza di una qualsiasi norma di terzietà e indipendenza curatoriale, è evidente che “pubblico” non può significare nient’altro per Obrist che “platea di consumatori”: coloro cui, opportunamente educati, spetta solo di acquistare il biglietto e irrobustire il consenso. L’attività critica ha responsabilità civili? Ammette fedeltà che non siano di solo fiancheggiamento? Riconosce la società in generale come proprio destinatario? Sono domande destinate a non trovare risposta.

LA MOSTRA E L’OPERA D’ARTE TOTALE
Il quarto assioma stabilisce l’equivalenza tra “libro” e “mostra” nella trasmissione del “pensiero critico”. Anche in questo caso non si hanno formulazioni esplicite né tanto meno controargomentazioni. Tuttavia è facile constatare come proprio da questo quarto assioma discenda il principio cardine dell’attività curatoriale di Obrist: ogni mostra dev’essere un Gesamtkunstwerk, un’“opera d’arte totale” in senso szeemanniano-wagneriano. Un episodio prometeico in circostanze altrimenti ordinarie. Una mostra non si limita a documentare, spiega Obrist: deve invece “destare una sensibilità”, rapire, trasformare.
Personalmente non credo che una mostra sia mai stata in grado di fare tutto questo, se non in modo successivo e vicario; né che “scrittura curatoriale” sia molto più di uno slogan. Dubito anche che il “pensiero critico” possa essere suscitato per via magica (o “caosmotica”). Non sarebbe peraltro un controsenso? Mi chiedo cosa resti, di simili argomenti estetizzanti e irrazionalistici, al netto della loro immediata violenza autopubblicitaria. Osservo inoltre che il libro, come le grandi opere d’arte, non ha pari quanto a mitezza e liberalità. È portatile e resistente, ha un costo accessibile, concede tempo e silenzio e non adotta pose irrefutabili. È insensato chiamare Félix Fénéon in proprio soccorso se non si comprende come, nel dandy anarchico amico di Seurat, annoverato lui pure tra i “mentori”, il culto dell’impassibilità o dell’esattezza è agli antipodi della vaniloquenza.

Gerhard Richter, Vögel, 1964
Gerhard Richter, Vögel, 1964

LA SOCIETÀ DEGLI ILLUMINATI
Ai quattro assiomi possiamo forse aggiungerne un quinto, relativo ai processi di innovazione cognitiva e all’elitarismo che ne sarebbe il presupposto. Sono singoli geni, agli occhi di Obrist, a spostare sempre di nuovo i confini della conoscenza. E lo fanno in modi che possono sembrare solipsistici. Ecco che allora ha senso riunire una ristretta comunità di Artisti e Scienziati in posti isolati e fuorimano, come a Kytakyushu in anni recenti. Il loro convegno, cui nessuno assiste, riproduce la fantasia di una “società degli Illuminati” alla Raymond Roussel. È plausibile voler associare tutto questo, che intreccia attitudini da “gruppo Bilderberg” all’autoindulgenza della bohéme, alle retoriche dell’utopia?

RICONNETTERE ARTE E PUBBLICO
Il problema più urgente con cui oggi ci confrontiamo, nell’ambito di ciò che si definisce “arte contemporanea”, è la disconnessione tra arte, ricerca e sfera pubblica. È un problema di indifferenza e conformismo, se vogliamo, e di brutalità ammantata di eccellenti maniere. In termini marxiani: “falsa coscienza”. Storico dell’arte e autore, Gombrich ha ricordato in un’occasione l’importanza dei “valori umani”. Non riusciremo a mio avviso a estendere la conoscenza della Grande Arte senza porre severamente in discussione quel principio di “meravigliosa” e conformistica separatezza su cui, malgrado assicurazioni in senso contrario, poggia la definizione obristiana del processo creativo.

Michele Dantini

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.
  • Whitehouse Blog

    la risposta è semplice e basta un commento: in una sovrapproduzione di artisti similari e poco incidenti la committenza, che sia pubblica o privata, cerca un ordinatore, un selezionatore, un curatore appunto che possa mettere ordine al caos. Il problema è che l’artista viene di fatto tagliato fuori, e diventa una comparsa e una sfumatura sulla tavolozza per il progetto del curatore. Questo crea un vuoto sostanziale e una sorta di “dittatura del curatore”, per quanto anche benevola e senza malafede. Si determina una spiacevole competizione tra artista e curatore. O peggio l’artista si conforma a quello che sa che il curatore potrebbe chiedere per il suo progetto. Per non parlare del denaro della committenza spesso gestito dal curatore stesso con artisti disposti, quasi, a pagare loro per partecipare. E per uno che si rifiuta di lavorare grata ci sono altri 50 artisti disposti a farlo (come operai non specializzati). Possiamo intuire quello che questo significa per la qualità proposta. Ma alla fine alla committenza serve solo un evento standard, dove fare aperitivo, attirare curiosi, giustificare gli sgravi fiscali di una fondazione o la modernità del territorio (es. il MAXXI ci deve essere perché dimostra la modernità di Roma, quello che avviene dentro è secondario, basta che sia uno standard spesso mediocre). Poco importano opere e artisti. Infatti tendiamo a ricordare il nome del curatore e quasi mai gli artisti e le opere che hanno partecipato ad una biennale, per esempio.

    • Roberto Ago

      Ciao vecchio, subito in pista è? Puntuale intervento di Dantini, cui varrebbe la pena di replicare/rilanciare con un lungo editoriale, ma in mancanza di tempo e anche di voglia mi limito a 4 brevi considerazioni post scriptum:
      1- Le ideologie del curatore-intellettuale, della mostra-testo, dell’arte come impegno teoretico-civile, sono appunto ideologie, roba da adolescenti che giocano a fare i corsari della cultura senza accorgersi che non fanno che illustrare vacui pensieri (e sottolineo illustrare). Così gli artisti sulla stessa linea. 2- Dopo il tramonto dell’arte sacra e di quella di Stato all’arte non restava che il linguaggio, e infatti nel ‘900 non s’è occupata d’altro (e alla grande). Ma dopo il 2000 curiosamente s’è visto che il gioco non poteva durare a lungo: oggi l’arte non è che design (spesso ottimo) degli stilemi precedenti. 3- Non si pensa mai che l’arte così com’è non è detto che debba durare per sempre, pensiamo alla musica sinfonica o all’opera, e prima ancora alla pittura di chiesa. L’arte in gallerie e musei ha irrimediabilmente stufato. 4- Un bell’assioma indimostrato è quello per cui l’arte precorrerebbe i tempi: non l’hai mai fatto, ha sempre e solo illustrato le ideologie del suo tempo, e oggi l’ideologia dominante è quella di un’arte onnivora che fa il design di se stessa e di quella passata. Per questo un testo come Radicant è del tutto ingenuo e fuori tempo massimo. Ma lamentarsi non ha senso, quando ci si stufa di una donna ci si molla e si passa ad altro, non le si resta a fianco lamentandosene. Occuparsi d’arte oggi richiede molto caffeina, se non ben altri eccitanti. Buon anno! Bob

      • Whitehouse Blog

        Grande Bob! Come spesso accade condivido il tuo pensiero. Io sono più sbrigativo perché sento fuori i fischi dei proiettili. Se guardi Luca Rossi Campus, capisci che una nuova arte è possibile. Facebook è una grande opere di arte relazionale…gli artisti sono altrove e non ambiscono a Gioni e alla Biennale. Le giurie di qualità sono bruciate, resistono a master chef. Ci sono ancora margini di manovra. Allego un link solo come esempio concreto, tanto nessuno andrà a Porrette Terme :) https://lucarossicampus.com/en/thermal-refuge/

        • Roberto Ago

          Sì Luca, ma continui a rivolgerti al pubblico dell’arte, a restare dentro il sistema: che ti frega se tanto lo ritieni vetusto (e lo è indiscutibilmente)? Comunque io sono un ottimista, il design artistico mi piace, mai pensato che l’arte dovesse e soprattutto potesse cambiare il mondo o anche solo le coscienze, quello semmai è appannaggio dei libri, non scherziamo. Quando i curatori dall’impegno facile capiranno che l’unica carta che l’arte possiede è quella di ampliare i codici linguistici (quello è il suo unico mandato “rivoluzionario”), e non quella di illuminare le coscienze attraverso l’illustrazione canonizzata di concetti, non sarà mai troppo tardi. Ma il punto è che in presenza di codici triti e ritriti l’impegno didascalico diventa il paravento per l’accredito di mostre, fiere e biennali spuntate. Aloa RA

          • Whitehouse Blog

            No, mi rivolgo al turismo e al pubblico del beauty. Ci sono due binari paralleli, ma quello dell’arte può ancora essere sviluppato diversamente. Poi c’è tanto spazio per la formazione di artisti e per il pubblico. Ma in modalità non convenzionali. Il riferimento è Luca Rossi lab e Luca Rossi Campus

    • Livia

      ti sei risposto da solo: se gli artisti sono similari e poco incidenti è ovvio che poi venga tagliato fuori (uso le tue parole) in una tavolozza complessiva

      falso problema quindi
      (purtroppo )

      • Whitehouse Blog

        Infatti, sono coloro che chiamiamo e che chiamano artisti che devono cambiare approccio. Su Luca Rossi Campus ci stiamo facendo un corso.

        • Livia

          caro mio l’arte non è questione di approccio ma di talento

          • Whitehouse Blog

            No no, è questione di approccio. Perché se in Italia 10 o 15 anni fa avevi talento oggi eri morto. Ti chiedo un artista italiano dai 30 ai 50 anni che per te ha talento. Grazie

          • Livia

            che fai rovesci la frittata? sto dicendo io che manca il talento
            tu che manca l’approccio

          • Whitehouse Blog

            No, dico che oltre al talento serve un nuovo approccio. Ma vorrei capire cosa intendi per talento. ti chiedo il nome di un artista di talento.. Grazie

          • Livia

            uffa
            cerco di essere chiara, e logica:

            sono io che dovrei chiederlo a te, visto che dici che manca l’approccio

            io dico che manca il talento

            ora è chiaro?

          • Whitehouse Blog

            Scusa non avevo capito :)

  • Whitehouse Blog

    A corollario segnalo anche questo articolo: “Un Nuovo Medioevo senza artisti”: http://www.huffingtonpost.it/luca-rossi/italia-arte-contemporanea-nuovi-artisti-_b_10002970.html

  • Tronti

    ma allora, malgrado il caratteraccio :) lei dimostra di avere sale in zucca.
    Avanti così, cordiali e sinceri saluti da Tronti.

    P. S: mi scusi dissento solo su un dettaglio secondario, ammesso di non averla fraintesa: non mi tiri in mezzo in questa combriccola Raymond Roussell utopista di un Positivismo folle e improbabile , solitario certamente,ma ben poco furbo.
    Illuminati : Robert Shea , Robert Anton Wilson.

  • angelov

    Vorrei esprimere una mia opinione personale; avendo anche letto il libro Fare una mostra di HUO.
    L’ideologia curatoriale può anche essere vista come un sintomo o un effetto, piuttosto che come un motivo o una causa: in realtà nelle dinamiche dell’esistenza c’è poi una interscambiabilità tra i due termini…in politica si usa sovente l’espressione: “vuoto di potere”, per definire una condizione che ha dato origine a X avvenimenti etc; nel caso specifico di HUO, le sue scelte, il suo modo di vita e tutto ciò che riesce a farsi ruotare intorno, rappresentano ed esprimono un nuovo concetto antropologico di cultura.
    Costui, ad esempio, si interessa sopratutto dei nuovissimi talenti, sopratutto giovanissimi; presenta ed introduce artisti in ascesa, ma lo potresti trovare nel luogo più improbabile che si intrattiene con un artista naive sconosciuto: sembra non abbia limiti come ogni divo che si rispetti, anche se tutto questo sembra solo far parte della facciata…
    Ho avuto buoni stimoli dalla lettura del suo libro, perché non ammetterlo, e lo considero un personaggio abile nel cavalcare la tigre del suo tempo.
    (un mio commento precedente era solo una battuta…)

  • artriste

    Il nulla che avanza

    • http://doattime.blogspot.it/ doattime

      più che il nulla la dimostrazione che alla fine una marea di parole (scritte o condivise) non producono nulla

  • Michele Dantini

    @ Tronti: il Roussel di “Impressions d’Afrique” è a pieno titolo parte della “combriccola”. Basta leggerlo. E’ Obrist stesso a citare Roussel: anche lui tra i “mentori” – come dubitarne – adeguatamente semplificato e levigato.

    @ Ago: Considero con abituale scetticismo le retoriche civilistico-progressiste di tanta arte contemporanea, in specie “relazionale”. Credo dunque che il commento di Ago sia in parte fuori fuoco. Quantomeno non si rivolge a niente di quanto scrivo qui o ho scritto altrove. Peraltro il problema attorno a cui ruota l’articolo è quello dei rapporti tra immaginazione e “programmi”: viene il momento, a mio avviso, i “programmi” intralciano l’immaginazione. Questo momento è oggi. Nel prossimo numero di “Artribune”, nella mia rubrica “Zion”, tratto della crescente irrilevanza dell’”arte contemporanea”, segnalando quelle eccezioni che a mio avviso dischiudono vie future. Si potrà leggere questo mio testo a giorni. Inutile dunque anticipare, se non in modo stringato e schematico. La mia tesi è che oggi non è l’”arte” (né tantomeno gli artisti) a costituire un “bene scarso”, dunque prezioso, ma il “pensiero critico”. Ecco che la gerarchia dei saperi o delle “abilità” viene a riformularsi di conseguenza. E avremo a breve, se già non abbiamo, grandi migrazioni di interessi.

  • Michele Dantini

    @ Tronti: il Roussel di “Impressions d’Afrique” è a pieno titolo parte della “combriccola”. Basta leggerlo. E’ Obrist stesso a citare Roussel: anche lui tra i “mentori” – come dubitarne – adeguatamente semplificato e levigato.

    @ Ago: Considero con abituale scetticismo le retoriche civilistico-progressiste di tanta arte contemporanea, in specie “relazionale”. Credo dunque che il commento di Ago sia in parte fuori fuoco. Quantomeno non si rivolge a niente di quanto scrivo qui o ho scritto altrove. Il problema attorno a cui ruota l’articolo è quello dei rapporti tra immaginazione e “programmi”: viene il momento, a mio avviso, i “programmi” intralciano l’immaginazione. Questo momento è oggi. Con “valori umani” non intendo niente di facilmente riconducibile a determinate ideologie progressiste. Nel prossimo numero di “Artribune”, nella mia rubrica “Zion”, tratto della crescente irrilevanza dell’”arte contemporanea”, segnalando quelle eccezioni che a mio avviso dischiudono vie future. Si potrà leggere questo mio testo a giorni. Inutile dunque anticipare, se non in modo stringato e schematico. La mia tesi è che oggi non è l’”arte” (né tantomeno gli artisti) a costituire un “bene scarso”, dunque prezioso, ma il “pensiero critico”. Ecco che la gerarchia dei saperi o delle “abilità” viene a riformularsi di conseguenza. E avremo a breve, se già non abbiamo, grandi migrazioni di interessi.

    • Tronti

      Bella la foto. Roussell l’ho letto tutto o quasi a partire da tanti anni fa. Per fortuna dici anche “semplificato e levigato”. Ma Obrist cita mezzo mondo.
      E Roussel è un’altra epoca , e aveva pure paura di attraversare le gallerie, quindi il suo circo itinerante era una roulotte ma non ancora l’aereo , ma ne riparleremo spero.
      Intanto aspetto con curiosità il tuo prox intervento.

    • Whitehouse Blog

      Il pensiero critico, la capacità di fare le differenze. Anche se partecipi all’ultimo dei corsi di digital strategy ti dicono che oggi uno dei valori su internet è proporre selezioni in un caos-multitudine di informazioni. Ma COME fare le differenze critiche? Dal 2009 cerco di stimolare un confronto critico, ma oggi questa stessa rivista ostracizza i miei comunicati (lo stesso Dantini NON mi risponde colpevolmente). Dal 2009 lavoro su una progettualità che vive una fibrillazione tra esperienza reale e immaginazione. Quindi rilevo una certa disonestà o miopia intellettuale. Ma ripeto, il tempo delle giurie e delle redazioni che aiutano gli amici è finito. Quindi suggerisco di abbracciarci, dialogare, anche criticamente, e remare tutti insieme. Smettiamola con i soli atteggiamenti che tendono a mantenere tutti sotto il livello di mediocrità, per rassicurare la propria presunta mediocrità o impossibilità ad essere migliori.

    • Roberto Ago

      ciao a todos, non avendo per una precisa scelta di vita uno smartphone vedo solo ora artribune.
      @ Dantini: io chiacchieravo con Luca, non era tanto un commento al tuo bel testo ma una sua “exaptation”. Ritengo, con Luca, che non si affronti mai il vero problema: il progressivo anacronismo dell’arte post-2001, ma soprattutto la scarsa competitività dell’arte italiana (di cui per la verità ti sei occupato). Due argomenti per molti versi sovrapponibili ma anche ben distinti, e che io e Rossi ogni tanto amiamo rimpallarci. Sulla rarità del pensiero critico, che condivido, è funzionale allo stallo artistico: in caso contrario non lavorerebbe quasi più nessuno specie in Italia (vedi il paradossale forum di Prato).
      @ Bertolo: ciao piktor, come molti artisti italiani predichi bene e razzoli male: quando si applica il pensiero critico al tuo lavoro all’improvviso non senti ragioni. Dunque?
      @ Rossi: sagge parole al vento. Ma certo che a volte i colleghi di artribune hanno ragione a rinfacciarti che sei un genio incompreso… : )

      • Luca Rossi

        Caro Bob, gli amici di Artribune hanno sviluppato con me una certa acredine (io ritengo immotivata e senza necessità) da quando ho osato criticare alcuni artisti a loro amici. Questa è l’Italia, basta un aperitivo per diventare una grande famiglia solidale ma non collaborativa. Non so se sono un genio, sicuramente sono l’unico ad aver sollevato con forza alcuni nodi critici della scena italiana, in tempi non sospetti. A Prato avevo proposto una progettualità formativa per artisti e pubblico; non educare ma creare uno spazio di opportunità per entrambe le categorie. E lo sto facendo! Da solo e senza fondi pubblici e privati! Mentre dal Forum di Prato sono usciti solo documenti e riassunti. Per non parlare dello stupido ostracismo che devo subire da parte della Redazione di Artribune…..assurdo. Non si capisce che, pur nel confronto critico, remiamo tutti nello stesso senso e sulla stessa barca. In Italia non si riesce a fare squadra ma solo “gruppetti di quartiere” capaci di negare ogni evidenza…..è un peccato.

        • Roberto Ago

          Mi amareggia sentirti sempre così frustrato a causa del tuo operare in solitudine, quando indubbiamente hai il merito di capirci qualcosa più di tanti altri. Ritengo tuttavia che dipenda da quello che tu ami chiamare “sovrapposizione di ruoli” ma che è a tutti gli effetti conflitto di interessi: anche tu predichi bene e razzoli male. Sfido che non raccogli solidarietà. Delle due l’una: o critichi il sistema dell’arte soprattutto italiano (e lo hai sempre fatto bene), o ti imbrodi sul tuo non-lavoro, che in tutta onestà non si riesce a fruire per la scomodità del format (occorre ogni volta aprire e leggerti e non è che non si ha nulla da fare…). Complice anche una curatela miope che invece di salutarti come voce critica ha sottolineato il tuo versante artistico, alla lunga ti sei disinnescato. Fossi in te sacrificherei il tuo versante creativo concentrandomi su tematiche critiche e pedagogiche. Ora però devo salutarti, alla prossima, Bob

          • Whitehouse Blog

            Ciao Bob, la mia frustrazione è molto relativa, rammarico certamente. Forse avviene quello che su altre scale avviene dappertutto in italia e forse non solo. Semplicemente mi rammarico per un confronto e una collaborazione che potrebbe aiutare tutti. Basti pensare che gli articoli dove mi sembra utile commentare diventano gli unici a vedere un minimo di confronto. Mi fa anche sorridere la tua riflessione, in un sistema dove i curatori fanno tutto: critici, artisti con il loro sito personalizzato e i loro progetti , gestori dell’evento, ecc ecc (ma non essendo propriamente autori ma affiancatori di opere altrui, con artisti debolissimi il risultato è un vuoto sostanziale). Da tempi non sospetti il mio lavoro si basa su una fusione e confusione di ruoli, che è poi quello che sta avvedendo oggi in modo spesso subdolo. Dal mio punto di vista in un’opera o in un progetto c’è tutto, anche la componente critica e pedagogica. Il problema è confrontarsi con una scena desertica, dove gli stessi “esperti” non vedono o non vogliono vedere. Ma ripeto, il tempo delle “giure di qualità” va superato. La mia non è frustrazione quanto rammarico.

  • Michele Dantini

    RRll.

  • Luca Bertolo

    Sarei solo entusiasta di vedere le tematiche commesse a curatore/curatela rimesse in gioco da una prospettiva ben più importante: la salvaguardia dello spirito critico, che a sua volta, come suggerisci, implica un rapporto – complesso e non im-mediato (aggiungo io) – col pubblico. Per fare un solo esempio, ma non secondario, trovo notevole che ci siano voluti vent’anni di arte “relazionale” e relativa ideologia per capire che questa nuova operatività dell’arte produceva un singolare paradosso, mettendo in burletta proprio l’idea di relazione (tra spettatore e opera, tra spettatore e artista, tra artista e opera): relazione come una risposta, a metà strada tra Pavlov e lo small talk durante un party, a un banale dispositivo ideato dall’artista invece che un complesso meccanismo di elaborazione critica, fantasmagorica, profondamente personale e dunque nel caso, robustamente politica, che coinvolge i tre termini della relazione stessa (artista, spettatore, opera).

    • Marco Enrico Giacomelli

      Ciao Luca,
      considera però anche la prospettiva storica. Il discorso sulla relazionalità nasce in un contesto piuttosto preciso. Non dico che per ciò non vada criticato, ma credo sia altresì necessario, per l’appunto, contestualizzarlo.
      Un caro saluto

      • matusalemme

        Giacomelli secondo me il contesto in cui sono nate queste cose è noto e probabilmente Bertolo, nato nel 1968, lo conosce. L’arte relazionale alla Bourriaud ha dettato legge a partire dalla proliferazione di una certa formula espositiva (fatta di mostre itineranti con arte a a basso costo e tempi di realizzazione veloci oltre che di di spazi e occasioni di intrattenimento per i “turisti della cultura”) che ha avuto una certa influenza indubbiamente ma
        che ha sempre avuto anche i suoi dissidenti , debitamente tacitati.
        Anni prima teorizzazioni così banali , e lasciami dire pure povere, vivi ancora i maîtres a penser oggi tutti scomparsi,
        sarebbe stata ridicolizzata. Prendiamo un testo di un Jameson, di un Lyotard, di un Deleuze ecc e confrontiamolo con i successivi testi di tanti curatori: il dibattito artistico sulle riviste di punta ha subito un deciso tracollo qualitativo. Se un critico mercenario come Luca Beatrice non si vergogna di citare Renato Zero, nella sponda della critica che si vuole più impegnata qualche citazione di seconda mano mal digerita non migliora di molto il livello. Tornando alla cosidetta arte relazionale, epifenomeno di una più generale censura del contenuto e della singolarità, dici bene Giacomelli riferendoti al contesto di un periodo : il contesto era quello della normalizzazione di quegli anni e di un declino del ruolo degli intelettuali, sostituiti dalla loro versione più semplicemente professionale del curatore o dell’opinionista televisivo e, per quel che ci interessa, dell’artistino che volgarizza il procedimento duchampiano (dimenticando lui si il contesto duchampiano). Mi pare che Caliandro nei suoi articoli abbia tentato diverse volte di descrivere e comprendere lo snodo di quei tardi anni 80 inizio 90 che ha portato allo stato attuale non esaltante. Ma non si può capire davvero quel contesto se non si è vissuto o approfondito quello che c’era ancora prima (anni 60 e 70 , ma non mi riferisco soltanto all’enclave dell’arte contemporanea)e non si capisce quanto la situazione oggi sia in realtà ben peggiore di quanto si rendano conto i quarantenni o meno, con tutto il rispetto per diversi di loro.

      • Whitehouse Blog

        Ragazzi, quante chicchere. Chi le legge? Pochi sparuti addetti ai lavori. A nessuno interessa individuare un valore pubblico e condiviso del contemporaneo. Perché questo vorrebbe dire dove lavorare bene. Essere giudicati. Agli artisti non importa – anzi – essere sotto una vera lente critica; ai galleristi bastano 10-12 collezionisti possibilmente internazionali; i direttori di museo non vengono pagati in base ai biglietti e quindi perché volere una vera platea giudicante? Ai giornalisti di riviste come Artribune perché criticare e inimicarsi qualcuno allontanando quella possibile opportunità di lavoro futura? Mentre il pubblico è destinate e non è messo in grado di appassionarsi a opere e valori in campo. Poi continuate pure a citare Ravel,Pignaux e Vattelapesca. Noi non ci limitiamo a criticare ma con “luca rossi campus” stiamo, nel nostro piccolo, lavorando per risolvere questa palude di mediocrità in cui verte la scena artistica italiana. Vedremo.

        • Michele Dantini

          caro Luca,

          non credo siamo qui per cambiare il mondo. Questo è un obiettivo smisurato. Siamo qui per contribuire a formare una comunità discorsiva innovativa e avanzata, in cui discutere attorno alla cosa stessa. Se riuscissimo a farlo, avremmo fatto quello che dobbiamo. Un caro saluto

          • http://lucarossilab.it Luca Rossi Lab

            Caro Michele,
            Grazie per la tua risposta. Io vorrei proprio fare questo, in termini di confronto aperto, ognuno con la sua parte. Mentre invece mi ritrovo spesso ostracizzato, e questo dispiace. Io comunque procedo serenamente. Il tempo delle giurie è finito. L’11 ottobre sarò in un incontro pubblico a Roma, se riesci sarebbe bello parlare.

    • Michele Dantini

      caro @LucaBertolo,


      con Koolhaas e altri, Obrist è stato tra gli interpreti più in vista di un’ideologia anni Novanta, estetica e politica al tempo stesso, che ha creduto di poter addomesticare il Dominio con il Gioco. Una blanda ipocrisia, per quanto ne sappiamo oggi.

      Si è creduto di poter attenuare la critica di Bordieu alla “distinzione” invitando il pubblico a “partecipare”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: invece di promuovere processi di crescita intellettuale e collettiva, o di trasferire durevolmente ai partecipanti abilità complesse, le pratiche “relazionali” non hanno fatto altro che reinstaurare la differenza tra “produttori” e “consumatori” togliendo a questi ultimi persino il diritto di rifiutare il proprio interesse – cosa che un quadro o una scultura, così volentieri accusati di essere “autoritari”, non si sono mai sognati di fare.

      Credo però che il punto cruciale non sia più l’”arte contemporanea” [?], tantomeno se intesa nel senso corrente delle “economie delle cultura”, delle esposizioni e dei vernissage. Dal punto di vista odierno, con un Capitale che, per citare Schiffrin, “[ritiene che] l’abbassamento del livello intellettuale [sia] la strada sicura verso i grossi profitti”, gli “artisti” viventi average non possono fare molto né significano molto. Sono semplici partite IVA precarizzate per lo più prive – ed è un paradosso – di una cultura dell’immagine originale e specifica, sganciata dall’ammiccamento pubblicitario e dal luogo comune. Il problema si sposta a questo punto su un piano più ampio e generale: concerne il diritto delle classi medie a accedere a un’istruzione superiore e al requisito della cittadinanza responsabile.

      Il culto che circonda ancora oggi la figura dell’”artista” – mi riferisco ancora all’artista “average”: nient’altro che una partita IVA precarizzata, in definitiva – è un stucchevole residuo di epoche trapassate. Oggi questo stesso artista è il vero “filisteo”. Tuttavia esistono eccezioni, ed è di queste che, come umanisti in senso stretto, dobbiamo occuparci. Nella consapevolezza che la differenza non passa più tra “arte” e “scienza” o tra arte e “inflessibile erudizione” (la citazione è da Foucault); ma tra tra Grande Creatività e tutto il resto. Ho un libro in uscita su tutto questo, in autunno; e il prossimo editoriale di Artribune. Spero sarà possibile discuterne ancora.

      Un caro saluto Michele

    • Michele Dantini

      caro @LucaBertolo,
con Koolhaas e altri, Obrist è stato tra gli interpreti più in vista di un’ideologia anni Novanta, estetica e politica al tempo stesso, che ha creduto di poter addomesticare il Dominio con il Gioco. Una blanda ipocrisia, per quanto ne sappiamo oggi. Si è creduto di poter attenuare la critica di Bordieu alla “distinzione” invitando il pubblico a partecipare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: invece di promuovere processi di crescita intellettuale e collettiva, o di trasferire durevolmente ai partecipanti abilità complesse, le pratiche “relazionali” non hanno fatto altro che reinstaurare la differenza tra “produttori” e “consumatori” togliendo a questi ultimi persino il diritto di rifiutare – cosa che un quadro o una scultura, così volentieri accusati di essere “autoritari”, non si sono mai sognati di fare.

      Credo però che il punto cruciale non sia più l’”arte contemporanea” [?], tantomeno se intesa nel senso corrente delle “economie delle cultura”, delle esposizioni e dei vernissage. Dal punto di vista odierno, con un Capitale che, per citare Schiffrin, “[ritiene che] l’abbassamento del livello intellettuale [sia] la strada sicura verso i grossi profitti”, gli “artisti” viventi average non possono fare molto né significano molto. Sono semplici partite IVA precarizzate per lo più prive – ed è un paradosso – di una cultura dell’immagine sganciata dall’ammiccamento pubblicitario e dal luogo comune. Il problema si sposta a questo punto su un piano più ampio e generale: concerne il diritto delle classi medie a accedere a un’istruzione superiore e al requisito della cittadinanza responsabile.

      Il culto che circonda ancora oggi la figura dell’”artista” – mi riferisco all’artista “average” – è uno stucchevole residuo di epoche trapassate, con le retoriche avantgarde. Tuttavia esistono eccezioni, ed è di queste che, come umanisti in senso stretto, dobbiamo occuparci. Nella consapevolezza che la differenza non passa più tra “arte” e “scienza” o tra arte e “inflessibile erudizione” (la citazione è da Foucault); ma tra tra Grande Creatività e tutto il resto.

      Attendo una tua risposta al mio prossimo editoriale @Artribune (magazine). Spero sarà possibile discuterne ancora. Un caro saluto Michele

      • Tronti

        Musica per le mie orecchie infastidite

  • angelov

    Arte Contemporanea = Quando il Curricilum Vitae di un artista è tenuto in più conto del valore (intrinseco) delle sue stesse Opere; e tutte le implicazioni che ne conseguono…

  • http://buonsens.blogspot.it/ CoDa

    BMOA (Bring My Own Art) – Thanks to Dantini, Obrist e il fotografo della foto all’inizio dell’articolo. I primi due non mi interessano particolarmente, il terzo di piú. Non tanto lui direttamente, quanto la foto che ha fatto ad Obrist. Ma non perché rappresenta questo curatore, bensì perché contiene, se ingrandita, un’immagine piccola sulla destra di Obrist, più o meno all’altezza dei suoi occhi (ci sta dicendo di guardarla? Eheh…). Il gioco di ombre e trasparenza genera la forma di un essere (umano?) che sembra indossare un cappotto/impermeabile e sotto é senza niente. Questa mia precisazione non vuole assolutamente dire nulla (fa pensare a tante cose ovviamente che potrebbero generare scritti lunghissimi, ma non mi interessa farlo). Vuole solo evidenziare, al di là di tante parole e semplicemente, quello che significa fare arte a disposizione di tutti: guardare tutto continuamente, sentire (coi sensi) continuamente, cambiare punto di vista continua mente.

    • Intolerrante

      Anche occuparsi di minchiate?

      • http://buonsens.blogspot.it/ CoDa

        certo! perchè tante minchiate oggi potrebbero essere rivalutate domani

        Mai sottovalutare nulla :)

  • http://lucarossilab.it Luca Rossi Lab

    (commento del 15 settembre 2015) Dantini, Caliandro, siete bravissimi ad analizzare, spolpare, il tutto criticamente. Ma quando Dantini parla di “disobbedienza”, mi deve spiegare cosa intende. Perchè prima di indicare la disobbedienza o la rivoluzione ci devono essere persone che riconoscono la rivoluzione e la disobbedienza. La cultura e l’arte vedono invece un pubblico abbandonato e analfabeta. Come se stessimo a parlare su torri d’avorio di materie universitarie e sotto, a 100 metri ci fossero bambini delle elementari. Sia chiaro, essere bambini delle elementari non è dispregiativo. Bisogna finirla con analizzare/criticare e mettere in pratica nuovi protocolli. Passare dalle parole ai fatti, e neanche ai libri o agli articoli. Uscite dalle Accademie. Evitate di vedere solo la vanità e l’egocentrismo altrui. Fate finta che nessuno abbia enciclopedie da vendere. E siate inclusivi e pronti al dialogo. http://www.lucarossilab.it / http://www.lucarossicampus.com

  • angelov

    TOGLIETEMI TUTTO MA NON IL MIO OBRIST…