Curatorial dreams. Quando la ricerca diventa curatela

Prosegue la riflessione a più voci sul mondo della curatela e i suoi interpreti. Dopo il punto di vista di Michele Dantini, tocca ad Anna Chiara Cimoli, storica dell’arte e consulente museale, prendere in esame le tante sfumature del mestiere curatoriale. A partire da un libro, che descrive questa professione come un’arena, per sognatori molto concreti.

Shelley Ruth Butler & Erica Lehrer (eds.), Curatorial Dreams. Critics Imagine Exhibitions - McGill-Queen’s University Press
Shelley Ruth Butler & Erica Lehrer (eds.), Curatorial Dreams. Critics Imagine Exhibitions - McGill-Queen’s University Press

SOGNI DI CURATELA
Terminato un dottorato, mentre mi interrogavo sulla difficoltà di rappresentare temi vivi (anche se nel mio caso storici) in una forma altrettanto contemporanea – dunque spendibile, comunicativa, insomma utile – mi sono imbattuta per caso nel contest Dance your Ph.D. Che è proprio quello che il titolo promette: dottorandi o dottori di ricerca in biologia, chimica, fisica e scienze sociali rappresentano la propria tesi, danzandola. I risultati sono spesso volutamente comici, ma la proposta è, secondo me, molto seria.
Ci ripensavo, in filigrana, leggendo Curatorial Dreams. Critics Imagine Exhibitions, un libro pubblicato qualche mese fa da McGill-Queen’s University Press e curato da Shelley Ruth Butler ed Erica Lehrer. L’argomento cardine è la traduzione in forma di progetti espositivi di temi di ricerca antropologica, etnografica, sociale. Siamo all’intersezione della pratica accademica con quella curatoriale: quel punto in cui la ricerca pura diventa rappresentazione, così poco frequentato dalle università italiane se non nella veste della pubblicazione scientifica, spesso prodotta da specialisti per specialisti. Un mercato che alimenta se stesso.
E non importa se quelli descritti nel volume sono solo progetti: non realizzati, forse neanche realizzabili, in alcuni casi. La mostra diventa il luogo in cui si testa la validità delle proprie intuizioni, ma soprattutto le si mette ulteriormente in bilico, partendo dal presupposto – dato quasi per scontato – della partecipazione dei pubblici, dell’importanza della loro interazione nel processo, del loro ruolo attivo nella produzione della conoscenza. L’atto espositivo diviene così un ulteriore terreno di ricerca, il libro degli ospiti diventa simile al fieldnotes book dell’etnografo. Il progetto della mostra è in sé un passo in più, un fiotto di intelligenza lanciato in avanti. Riprendendo le parole di Julie Ellison, si saldano “analisi e speranza, teoria e azione”.

TEORIE E CONCRETEZZA
Ecco che anche la parola dreams, sogni, perde la sua patina romantica e acquista forza propulsiva: sono mondi che ancora non ci sono ma che potrebbero esistere; e la lettura di queste visioni è già, dal punto di vista scientifico, un contributo prezioso e unico. Perché agli autori coinvolti si è chiesto di redigere un progetto dettagliato: il come, dove, quando, e soprattutto il perché della mostra. Di esplicitare i modi in cui i nodi caldi della ricerca possono restare aperti, interrogativi e generativi. Di dichiarare le criticità, le paure, le zone d’ombra. Di mettere costantemente in relazione il metodo adottato nella ricerca con quello della curatela, metodi che fanno riferimento a cornici scientifiche differenti, ma proprio per questo carichi di un forte potenziale dialogico, che riverbera positivamente su entrambi.  Il lavoro curatoriale, in questa accezione, si appoggia su strumenti volutamente mescolati e “sporchi”: una forma di “teorizzazione nel concreto” che unisce studi di genere, studi culturali, storia, museologia, e che si plasma intorno ai concetti di identità, queer theory, memoria, educazione, e altro ancora.

ESPONGO DUNQUE COSTRUISCO
La mostra viene qui intesa, con grande chiarezza, come luogo di partecipazione e di negoziazione, di incontro/scontro fra pensieri e persone, di frizione: non spazio assertivo e pacificante, ma arena; non manifesto, ma lista di domande. Viene intesa, anche, come processo mediante cui la curatela diventa educazione: ed è un punto importante, troppo spesso dimenticato dalla museologia contemporanea, su cui ha messo l’accento recentemente Maria Chiara Ciaccheri. Soprattutto, si sottolinea il potenziale costruttivo del gesto espositivo, in contrasto con lo scetticismo proprio di molta critica museologica radicale.
Il volume è organizzato in quattro sezioni, dedicate a diverse tipologie di luoghi: gli spazi del quotidiano, le gallerie d’arte, i luoghi di memoria e i musei.

GLI ESEMPI
Particolarmente interessanti sono i sogni curatoriali in luoghi non convenzionalmente dedicati a mostre, come quello di Chandra Bhimull, che immagina una mostra sul tema del volo nella diaspora africana all’aeroporto delle Barbados, o quello di Monica Patterson sull’eredità dell’apartheid presso l’ospedale pediatrico di Durban. Altri studiosi lavorano sulla dimensione della cultura immateriale, come Lisette Olivares e Lucian Gomoll, che rappresentano una danza di coppia cilena diventata solitaria nell’interpretazione delle madri di vittime della dittatura (la “cueca sola”); oppure Joshua Cohen, che investe una galleria e un teatro con una riflessione sulla trasformazione della cultura performativa guineana nella diaspora. Altri sogni riflettono sullo statuto stesso del museo: è il caso di Serena Iervolino e Richard Sandell, che trasformano il Tropenmuseum di Amsterdam in uno spazio di attivismo grazie ai diversi expertise, normalmente trascurati, di chi abita e legge la città.
Per osservare più da vicino il metodo, prendiamo a esempio il saggio di Erica Lehrer, docente alla Faculty of Arts and Science alla Concordia University di Montreal e studiosa di Jewish Heritage nella Polonia contemporanea. La Lehrer ha immaginato una mostra presso il museo etnografico di Cracovia centrata sulle statuette di legno che raffigurano – in modo spesso caricaturale – gli ebrei, molto diffuse prima della guerra e ancora oggi vendute come scomodi, ambigui memorabilia nei mercati, nonché prodotte come portafortuna.
Tenendo in conto tanto la retorica del rifiuto quanto, all’opposto, quella della trivializzazione, Lehrer costruisce il suo discorso curatoriale intorno a queste statuine, considerate terreno di un possibile incontro, pretesto per una riflessione da attualizzare e accompagnare, attori di un processo culturale già in corso in cui un conflicting heritage chiede di uscire dall’oblio e di diventare un reagente. Ancora di più, qui si parla di curatela come di cura, dunque di strumento “terapeutico” (una riflessione sull’etimologia svolta in modo molto interessante anche da David Balzer in Curatori d’assalto).

Tropenmuseum, Amsterdam
Tropenmuseum, Amsterdam

UNO SCAMBIO DI IDEE
Il “sogno” raccontato nel libro prevede l’esposizione delle figurine ad altezza d’occhio, riportate alla scala naturale e dunque sottratte alla dimensione del soprammobile. La metafora è quella di un alveare: tante celle, tutte diverse, e un forte rumore di fondo che non permette di distinguere i suoni, così intimamente mescolati, e le rivendicazioni, le attribuzioni di significato, le rimozioni più o meno consapevoli. E poi, vari livelli di narrazione e spazi per l’interpretazione: come i ‘libri degli ospiti’ distribuiti nelle sale con delle domande aperte per i visitatori, o la stanza alla fine della mostra con i mediatori che raccolgono e organizzano le reazioni del pubblico o il sito web in cui caricare altri contributi visivi o la presenza in mostra di un artigiano del legno che ancora produce le statuette di ebrei, secondo un topos di molte mostre etnografiche, ma che al tempo stesso si rende disponibile al dialogo, per quanto potenzialmente difficile, perché per lui “lo scopo è lo scambio di idee”.
La mostra, spiega bene la studiosa, potrebbe avere un effetto controproducente: acuire le tensioni in atto in una città che solo da pochi anni sta facendo i conti con la scomparsa quasi totale della sua comunità ebraica, nonostante il tema del turismo legato al Jewish Heritage abbia dinamizzato molto la questione. Ma il sogno è quello di “raccogliere persone diverse in un’atmosfera condivisa di spiazzamento, attenzione, incontro e interrogazione di sé rispetto ai sintomi negati di un passato difficile”.
Curatorial Dreams è un volume prezioso, che, proprio per il suo essere così problematico, aperto e sperimentale, offre prospettive inedite, soprattutto qui da noi, dove la ricerca universitaria stenta a uscire dall’autoreferenzialità, tanto nei contenuti quanto nei modi comunicativi. La sua lettura sarà utile a curatori, ricercatori, mediatori culturali, ma anche agli insegnanti, che ne trarranno stimoli utili per una traduzione delle idee in forma di progetto: per poterle rappresentare e discutere, come forma di democrazia del sapere.

Anna Chiara Cimoli

Shelley Ruth Butler & Erica Lehrer (eds.) – Curatorial Dreams. Critics Imagine Exhibitions
McGill-Queen’s University Press, Montreal 2016
Pagg. 400, $ 39,95
ISBN 9780773546837
www.mqup.ca

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Anna Chiara Cimoli
Anna Chiara Cimoli è una storica dell’arte e consulente museale. Specializzata in museologia all’Ecole du Louvre, ha lavorato per dieci anni al Politecnico di Milano, e successivamente alla Fondazione Arnaldo Pomodoro e presso la casa editrice FMR-Art’è. Dal 2001 collabora con ABCittà-Officina del futuro, occupandosi di musei e inclusione sociale, con un accento sulla diversità culturale. Nell'ambito del progetto europeo MeLa*-European Museums in an age of migrations ha svolto una ricerca sui musei delle migrazioni e le loro retoriche. Ha curato diverse mostre dedicate al tema della rappresentazione dell’altro nel Mediterraneo, fra cui Museo della memoria del mare. Ha pubblicato Musei effimeri. Allestimenti di mostre in Italia 1947-1963 (il Saggiatore) e Divina Proporzione. Triennale 1951 (con Fulvio Irace, Electa).

2 COMMENTS

  1. Certo che associare l’aeroporto delle Barbados alla diaspora africana é un bel colpo di genio, anche se il progetto é immaginario. Io proporrei una mostra sul colonialismo a partire da un indagine sulla provenienza degli animali dello zoo di qualche paese europeo scelto tirando a caso le frecce su una carta geografica . E magari farei un progetto di mostra sille tematiche di genere a partire da un’analisi delle relazioni personali tra Batman e Robin così come sono state descritte nelle varie versioni cinematografiche. Notare bene che nell’articolo si fanno degli esempi di progetti , più o meno plausibili e forse non plausibili , ma non si fa mai cenno ad esempi di artisti individuati che dovrebbero poi effettuvamente svolgere il tema.
    Ma l’autrice dell’articolo nellla sua ingenuitá non si rende conto che la presentazione di questi temi è giá ridicola di per sè stessa anche se non danzata da chi la proferisce.
    Il punto grave infatti , da parte dei tanti aspiranti al ruolo di operatori culturali , è non capire che in definitiva tutti i progetti possono essere buoni, anche quelli più stupidi se non si tiene in nessun conto la qualità degli artisti.
    Gli artisti di qualità infatti sono un progetto già di per sè mentre le idee dei curatori sono dei contenuti per buona parte
    Di seconda o anche di terza mano.
    Questo problema era evidente agli albori delle recenti derive curatoriali ma oggi sta esplodendo. L’auroritarismo curatoriale non produce contenuti ma pretesti, uniformando le pratiche artistiche e misconoscendo la progettualità intrinseca alla singolaritá artistica. Giustamente si lamenta la mediocritá dell’arte attuale e l’intercambiabilitá degli artisti che non riescono ad avere un ruolo nodale.
    Dato che i curatori sono al centro di tutta una serie di mediazioni il liro ruolo è inevitabilmente quello dei normalizzatori e data la povertá della loro priduzione intelettuale hanno a questo punto un ruolo parassitario.
    Ovviamente bon intendo generalizzare , ci sono delle eccezioni , ma la tendenza è di questo tipo.
    Soluzioni ? Nessuna o meglio, la piú difficile: gli artisti devono
    Diventare più indipendenti : i curatori non lo sono , anzi ancora peggio, teorizzano la dipendenza totale per giustificare tutto e il contrario di tutto in nome di una propria indispensabilità che spesso è solo opportunismo.
    Ma ció che è indispensabile è una ritrovata qualitá degli artisti, oggi non garantita dalle figure di mediazione , tutte in profonda crisi di credibilitá.

  2. Forse questi esperimenti e queste ricerche non sono così nuovi come vorrebbero sembrare a prima vista; mi sento in dovere perciò di segnalare una ricerca, l’ultima in realtà, fatta da Aby Warburg dal titolo: Mnemosyne Atlas, risalente al lontano 1927.
    Aby Warburg?
    e chi era costui?

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