Moda e musei. Il caso Karl Lagerfeld

Nuovo appuntamento con le riflessioni sulla disciplina curatoriale contemporanea. Stavolta Marcello Faletra punta lo sguardo sulle derive del rapporto tra fotografia di moda e realtà museali custodi di patrimoni artistici centenari. Ne è un esempio la mostra fotografica di Karl Lagerfeld a Palazzo Pitti, cortocircuito visivo tra il passato e il presente.

Karl Lagerfeld - Visions of Fashion - exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 - photo Archivio Brusinskj
Karl Lagerfeld - Visions of Fashion - exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 - photo Archivio Brusinskj

LA FRENESIA DEL CONTEMPORANEO
La recente mostra del fotografo di moda Karl Lagerfeld (Visions of Fashion) a Palazzo Pitti è stata un fiasco da molti punti di vista. Un capriccio dei curatori, in linea con la metamorfosi dei musei da gallerie d’arte a parchi-spettacolo.
Come sta accedendo in varie realtà museali nel mondo con la creazione di cortocircuiti visivi tra l’antico e l’attuale, anzi tra l’antico e lo spettacolare. È accaduto alla Reggia di Caserta, recentemente ornata di enormi pupazzetti disposti lungo il percorso, opera di Cracking Art. Una specie di bagno disneyficante che aveva le pretese di rendere la Reggia – ricca di silenzio e di paesaggio – più rumorosa e divertente!
Il museo, il parco archeologico e naturale vengono così costretti ad adattarsi al violento processo di infantilizzazione che colpisce la gestione del patrimonio artistico sottoposto a ogni sorta di trovata. Qualcosa che ancora era libero dalla moda, dallo spettacolo e dalla pubblicità ora non lo è più.
A Palazzo Pitti la fotografia di moda, come un rumore di fondo, ha invaso il segreto della pittura del passato. Divorati da questa frenesia del “contemporaneo” i musei non hanno scampo. Come vedere un film di Godard o di Antonioni continuamente interrotto dalla pubblicità. Così ai feticci conservati con cura nei musei si aggiunge il medium più gettonato: la fotografia di moda che, occorre dirlo, in quanto feticcio privilegiato del presente, non ha retto il confronto forzato con la storia. La mostra di Karl Lagerfeld, infatti, in questo caso, con la sua forzata sincronia – passato vs presente, miti di ieri vs miti d’oggi – ne esce con le ossa rotte. Sepolta da un mare di indifferenza (eccetto gli articoli d’obbligo).

Una delle sculture del progetto Rigeneramento Reggia di Cracking Art nel parco della Reggia di Caserta, estate 2016 - photo Archivio Brusinskj
Una delle sculture del progetto Rigeneramento Reggia di Cracking Art nel parco della Reggia di Caserta, estate 2016 – photo Archivio Brusinskj

EFFETTO INDIFFERENZA
Il presupposto della mostra era quello di vedere “dialogare le dimensioni delle opere con gli spazi espositivi” e “punteggiare l’itinerario dei visitatori lungo le stanze museali ricchissime di capolavori”. Presupposto smentito dai fatti: lungo il percorso espositivo puntualmente i turisti ignoravano le foto disposte all’ingresso di ogni sala, disposte in modo da essere fruite senza la possibilità di evitarle. Tutte foto retroilluminate che pateticamente cercavano di catturare l’occhio dello spettatore rivolto altrove, salvo rari casi. La loro luce interferiva con quello delle sale, disturbando la percezione delle pitture ospiti.
Ed è proprio tale atteggiamento di indifferenza la sorpresa più interessante di questa forzata relazione tra pittura e fotografia di moda. I visitatori erano sì “punteggiati” dalle fotografie, ma questi rispondevano con l’indifferenza, e a volte manifestando fastidio.
Dal momento che le fotografie erano ignorate, paradossalmente, si verificava un fatto strano: era come se la mostra di Lagerfeld non fosse mai avvenuta (così come Baudrillard disse che la Guerra del Golfo non aveva avuto luogo perché l’informazione – embedded – era stata presa in ostaggio dai militari statunitensi).
Ma la variante in questo caso è un’altra: pur esistendo materialmente, la mostra non era suffragata da uno sguardo. Era ignorata nella sua arrogante imposizione. Qui il visitatore si è preso una rivincita di fronte allo sciocchezzaio che a volte segna quelle mostre intenzionate a essere “originali” e che massacrano ogni frontiera (è il Geist der Zeit di questa lunga stagione neoliberista), imponendosi come parole d’ordine del presente. Lo spettatore ha risposto mostrando il suo diritto di mandare a quel paese la mostra. Se è vero che il successo di una mostra oggi si misura dal numero dei visitatori, allora quella di Lagerfeld è fallita. Fallimento mascherato dal gran numero di visitatori che la Galleria Palatina garantisce.
D’altra parte era evidente che l’integrità storica della Galleria Palatina veniva sequestrata dall’arroganza del frivolo, ma a fare le spese di questo sequestro è stata proprio la mostra fotografica, dove i corpi di ragazze buttate nell’arena della storia della pittura venivano sbranati dalla potenza seduttoria di ben altri corpi.

Karl Lagerfeld - Visions of Fashion - exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 - photo Archivio Brusinskj
Karl Lagerfeld – Visions of Fashion – exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 – photo Archivio Brusinskj

FETICCI AL FEMMINILE
Viste isolatamente, le foto di Lagerfeld, come quelle di qualsiasi altro fotografo di moda, fanno vedere quanto sia forte il potere del feticcio femminile, tramite per il potere economico. Tutti i volti di fanciulle-mannequin, le loro pose artefatte, le loro finzioni (in)espressive coronano la potenza dell’immagine che governa la società d’oggi. Ambiscono a ferire lo spazio pubblico come le frecce dei miti antichi.
Queste modelle-mannequin altro non sono che idoli del presente, e gli idoli, si sa, diversamente dall’immagine di Dio, sono declinati quasi sempre al femminile.
Pur avendo pretese di forme estetiche, la fotografia di moda, come la pubblicità, le esclude. Ma, soprattutto, esclude qualsiasi linguaggio proveniente dall’arte o dalla natura che essa ricicla in una combinatoria volta allo spettacolare. L’anestesia del giudizio estetico le è indispensabile per operare in ogni luogo e circostanza. L’assenza di regole del gioco è il suo diktat, come quello che si è potuto vedere a Palazzo Pitti.
Si sa che la moda, come la pubblicità, è un fatto intransitivo: esclude lo scambio, elimina la reciprocità o l’antagonismo di chi vi prende parte. Insomma la moda è univoca, come gran parte dei medium d’oggi. Per certi aspetti è la metafisica del nostro tempo.
La moda, infatti, non è una cosa e neanche una categoria, ma uno statuto di senso o, nell’ottica di Baudrillard, un modello di simulazione che esiste indipendentemente dalle stagioni, dalle classi sociali, dalla storia.
Eppure più che a una violenza fatta alla storia – la storia della pittura che segna il Rinascimento fino al Barocco conservata nella Galleria Palatina – è sembrato di assistere al requiem della fotografia di moda. I visitatori in fondo cercavano la pittura.
Masochismo estivo di questa stagione della moda che non conosce frontiere. E dei responsabili (Pitti Immagine Discovery e Gallerie degli Uffizi). L’obbligo di esporre le foto di un fotografo di moda tra un Raffaello, un Tiziano e un Rubens sottostà all’imperativo che governa il mondo della moda: praticare le esposizioni in qualsiasi luogo come un dovere coniugale. L’unico dovere a cui la moda, amorale per principio, si piega, tradendo la propria causa. In fondo la schiavitù verso la moda cui anche le opere del passato sono costrette a inchinarsi – la sua incondizionata imposizione – è una specie di pulsione psichica dell’aggressività. E se è vero che la moda può essere una passione – soprattutto per chi ha corpose carte di credito – allora la sua manifestazione a Palazzo Pitti svela il suo crimine passionale.

Karl Lagerfeld - Visions of Fashion - exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 - photo Archivio Brusinskj
Karl Lagerfeld – Visions of Fashion – exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 – photo Archivio Brusinskj

EFFIMERO ALLA RISCOSSA
Ieri Baudelaire salvava la moda dal moralismo religioso che castrava i corpi e poteva dire: “L’immaginazione dello spettatore può ancor oggi far muovere e fremere quella tunica e quello scialle”, oggi le uniche tuniche che Lagerfeld ha inscenato sono quelle simulate da modelli che richiamano Ulisse & Co. Tutte le altre foto sono un catalogo delle frivolezze da riviste di moda.
Forse, nell’inconfessata incertezza dei curatori che le foto di Karl Lagerfeld non fossero “opere d’arte”, le si è volute installare in un luogo storicamente segnato appunto da opere che hanno fatto la storia dell’arte, in modo da suggerire al visitatore che quelle fotografie potevano essere viste così come si vede un capolavoro del passato.
In tal modo, il ruolo del museo si è trasformato fino a eleggere a opera l’insignificante, come accade da anni in molti musei d’arte contemporanea, dove la paccottiglia di “opere” è all’ordine del giorno. Nulla vieta che delle foto possano essere installate in un museo tradizionale come quello di Palazzo Pitti, ma il problema è un altro. Con tutto lo spazio che Palazzo Pitti offre, perché proprio la Galleria Palatina? D’altra parte queste foto di moda le vediamo ovunque, negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e in quelle marittime, nelle piazze, nei bar come nelle sale d’albergo, nei cartelloni pubblicitari, nei rotocalchi e nei quotidiani. Una vera iconostasi delle immagini di moda – una teologia del frivolo – che per eccesso si rovescia in una metastasi visiva.
Perché questo gioco infantile di voler mescolare tutto con tutto?
Palazzo Pitti, in quanto tempio fiorentino della moda, poteva benissimo trovare altre soluzioni espositive. Mentre non si è fatto altro che confermare il processo di colonizzazione da parte dell’effimero e del banale che sta colpendo gran parte del patrimonio italiano, il quale, per esistere, viene ridotto a merce o a supplemento di spazi espositivi.

Karl Lagerfeld - Visions of Fashion - exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 - photo Archivio Brusinskj
Karl Lagerfeld – Visions of Fashion – exibition view at Palazzo Pitti, Firenze 2016 – photo Archivio Brusinskj

MODA, CORPO, PITTURA
Nel XIX secolo criticare la moda era un gesto di destra. Nel XX secolo divenne di sinistra. Queste giravolte della storia, se lette staticamente, rischiano di dare chiavi di letture obsolete. La moda, come tutti sanno, è la trasposizione del feticcio in immagine, dunque del denaro che ci prende per la gola o per il nudo. I corpi di donne della pittura incarnano storie, miti, fantasmi, violenze, esistenze reali, mentre i corpi delle cover-girl sono astratte e – come osservava Barthes – sono “il corpo di nessuno” o “una ‘Langue’ senza ‘Parole’”, e per questo rimandano all’indumento, unico significato della fotografia di moda.
C’è pure da dire pure che la moda, se insegna qualcosa, questo è proprio l’adattare i corpi (ma anche la vita) all’effimero. Mentre un museo insegna a leggere e viaggiare oltre il presente.
Perché a questo punto non fare un passo avanti e trasformare i musei in sale da pranzo, hall di alberghi, pizzerie di massa o farli viaggiare nelle gigantesche navi crociera per animare l’occhio distratto ma goloso del turista?
Pietà per Karl Lagerfeld – la sua mostra non è mai avvenuta. Nessuna per i curatori.

Marcello Faletra

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la filosofia. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009), “Grado Zero” (Navarra Editore, 2011), “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Disimparare Las Vegas. Camp, Postcamp e altri feticci” (in “Feticcio”, Grenelle, 2017). “Memoria ribelle. Breve storia delle Comune di Terrasini e Radio Aut nel ‘77” (Navarra, 2018), “Nomi in rivolta. Il demone del graffitiamo”, in “Sporcare i muri” (Derive Approdi, 2018). È stato animatore e redattore di Cyberzone ed è editorialista di Artribune. Insegna Fenomenologia dell’immagine ed Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.