Arte all’avanguardia. Il film di Mario Schifano

La pellicola “Umano non umano”, firmata dall’artista negli Anni Sessanta, è tornata a nuova vita grazie al meticoloso intervento di RaroVideo, inducendo a una riflessione sul suo valore.

Mario Schifano, Umano non umano
Mario Schifano, Umano non umano

UN FILM D’AVANGUARDIA
Quello che produce Umano non umano – parte mediana della cosiddetta Trilogia per un massacro di Mario Schifano, realizzato dopo Satellite e prima di Trapianto, consunzione, morte di Franco Brocani – è un immaginario molto fecondo e pervasivo. Analogo per esempio a quello del contemporaneo Il seme dell’uomo di Marco Ferreri e vicino a quello da cui vengono fuori anche, nello stesso periodo, I cannibali di Liliana Cavani, La sequenza del fiore di carta (nel film collettivo Amore e rabbia) e Porcile di Pier Paolo Pasolini (e prima ancora La rabbia, 1963) o lo stesso Colpo di Stato di Luciano Salce.
Se pensiamo che appena due anni prima l’artista aveva fondato e attivato quelli che possono essere considerati i “suoi” Velvet Underground, vale a dire Le Stelle di Mario Schifano, con un disco incredibilmente pinkfloydiano come Dedicato a, che si pone all’avanguardia della musica pop nazionale (e non), con proiezioni politiche e psichedeliche, comprendiamo che questo non è mai stato un gioco divertito e ironico, ma una seria ricerca culturale, con tratti di vera e propria sottocultura (seppure sommersa e mai effettivamente sbocciata, dal momento che siamo sempre in Italia).

RIFLESSI MOLTEPLICI
Si delinea così un’attenzione tutta italiana alla critica sociale acuta declinata in forma di fantapolitica. In uno scenario precocemente post-apocalittico. Solo che qui la tensione è orientata verso una non-forma, una struttura non-lineare fondata sull’assemblaggio di piani e frammenti: in questo cinema tutto fatto di rifrazioni e di riflessi, i livelli e le dimensioni sono molteplici. Così, accanto a Mick Jagger e Keith Richards, found footage in bianco e nero sulla Cina o sul Vietnam, Carmelo Bene privato e silenzioso, sindacati, proteste manifestazioni cortei in piazza Colonna e in piazza San Giovanni, una gigantesca falce e martello dipinta su un declivio al tramonto, cacciabombardieri, Alberto Moravia su una spiaggia deserta, un Sandro Penna terribilmente malinconico. Il filo conduttore è il discorso sociologico ed esistenziale sull’Occidente e sul suo declino: siamo ancora e sempre dalle parti dei Paesaggi anemici – in un racconto frammentato, frammentario, spezzato.

Mario Schifano, Umano non umano
Mario Schifano, Umano non umano

L’ESTINZIONE DELL’UMANO
Ci sono molti modi di guardare questo film, e forse due sono quelli principali: da una parte, Umano non umano è uno straordinario documento d’epoca, che registra in modo impeccabilmente “warholiano” il presente e una fase irripetibile come i tardi Anni Sessanta; dall’altra, questi frammenti agganciati e concatenati sono uniti dal filo conduttore della disumanizzazione. È un’opera, infatti, pervasa da un senso “metafisico” della perdita e della fine: continuamente qualcosa, dentro e dietro le immagini – nelle intercapedini, negli interstizi – ci avverte che siamo gli ultimi spettatori, che stiamo assistendo a un’estinzione e che questa estinzione è impegnata a sua volta in una rappresentazione.
Ci accorgiamo che sempre dietro un’immagine se ne nasconde un’altra e poi un’altra ancora; che tra noi e la visione si interpone di continuo un filtro, una distanza, e che questo filtro è ineliminabile – è anzi il dispositivo fondamentale di ciò che stiamo guardando, la sua funzione-chiave, e in ultima analisi il suo tema generale. L’estinzione dell’umano, nelle sue molteplici forme, indagata in modo freddo eppure espressivo all’indomani del boom economico, è il centro dell’attenzione. Un messaggio semplice e terribile come il battito del cuore che percuote interamente questa strana narrazione.

UN BUCO BIANCO
È un cinema percorso costantemente da una sorta di elettricità, di corrente nervosa che lo agita e ne increspa il tessuto narrativo: una qualità assolutamente inedita per quel giro di mesi e di anni (forse solo Elio Petri si stava avvicinando a qualcosa del genere), che al tempo stesso configura un’ipotesi interessante che non avrà purtroppo grande seguito nell’evoluzione dell’identità artistica italiana. Di lì a poco, infatti, la strage di piazza Fontana a Milano cambierà per sempre gli equilibri della società italiana, e muterà profondamente l’intero immaginario nazionale: se i successivi Anni Settanta possono essere immaginati come un “buco nero” che risucchia gran parte delle produzioni culturali più vitali e innovative, questo piccolo grande film – un gioiello che riemerge oggi grazie al paziente lavoro di recupero di RaroVideo – ci mostra come un “buco bianco” vie possibili, e percorribilissime, per il racconto creativo del contemporaneo.

Christian Caliandro

http://www.rarovideo.com/

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).