Un sogno reale. La Beat Generation a Parigi

Il Centre Pompidou di Parigi ospita la mostra dedicata al movimento Beat. Tra la versione originale di “On the road” di Kerouac, l’“Urlo” di Ginsberg e tante opere, film e fotografie inedite, un viaggio alle radici di un movimento che ha fatto storia. Dagli Stati Uniti al resto del mondo.

John Cohen Robert Frank, Alfred Leslie, Gregory Corso, 1959 Épreuve gélatino-argentique, 22.2 x 33 cm © John Cohen photo © Courtesy L. Parker Stephenson Photographs, New York
John Cohen Robert Frank, Alfred Leslie, Gregory Corso, 1959 Épreuve gélatino-argentique, 22.2 x 33 cm © John Cohen photo © Courtesy L. Parker Stephenson Photographs, New York

UNA GENERAZIONE RIVOLUZIONARIA
“I first met Dean not long after my dad died”. Inizia così il testo originale del celebre romanzo On the road di Jack Kerouac, manifesto letterario della Beat Generation, che si srotola come un unico flusso di carta, vita e sudore attraverso la prima sala della mostra allestita al Centre Pompidou e dedicata a uno dei movimenti che più ha caratterizzato e sconvolto il XX secolo. L’esposizione rappresenta perfettamente lo spirito del gruppo di ragazzi che ha scioccato prima gli Stati Uniti e poi il mondo intero. È caotica, multiforme, trasversale, e capita di trovarsi tra le più variegate forme di arte e di espressione – da un video con Allen Ginsberg e Bob Dylan che fanno scivolare fogli con impresse frasi immaginifiche a testi di poesie di Gregory Corso, fotografie di William Borroughs, film come Pull my Daisy di Robert Frank e Alfred Leslie e molto altro. La sensazione che trasmette tutto questo creare in maniera vulcanica e improvvisata è di libertà, di sfida verso una rigidità istituzionalizzata, e soprattutto di volontà di scuotere il mondo con la spensieratezza dell’essere folli di vita. È una mostra che coinvolge, che immerge nella religione del tutto è possibile e che colpisce fin dall’ingresso con la gigantografia della frase di Kerouac “Everything belongs to me because I’m poor”, splendido contrasto con la tradizione capitalistica statunitense.

Gregory Corso «There is No More Street Corner...» Poème manuscrit inédit, 200 x 200 cm, 1960 © DR photo: © Archives Jean-Jacques Lebel
Gregory Corso «There is No More Street Corner…» Poème manuscrit inédit, 200 x 200 cm, 1960 © DR photo: © Archives Jean-Jacques Lebel

LA MOSTRA
La rassegna è poi suddivisa in cinque diverse sezioni in base al periodo storico, alle influenze e soprattutto alla zona geografica.
La prima sezione è dedicata alla scena newyorkese, dove è sottolineato principalmente il forte legame tra la musica e la letteratura che caratterizza il movimento, tra il bepop, il ritmo jazz e la ricerca di un nuovo stile che riuscisse a rappresentarlo in forma scritta, visuale e pittorica. Dipinti di Kerouac, il film Pull my Daisy e pagine di Floating Bear (pubblicato da Diane Di Prima e LeRoi Jones) e Fuck You: A Magazine for the Arts di Ed Sanders animano questa parte.
Una seconda sezione si concentra sulla realtà californiana, dove lo stile sperimentale e le pubblicazioni della libreria-casa editrice di Lawrence Ferlinghetti, City lights, tengono principalmente banco. In quest’area si possono anche vedere i collage e gli assemblaggi tipici del movimento, con opere miste e basate sul riciclo e il recupero di materiali differenti in una diversa prospettiva.

Brion Gysin, William S. Burroughs Untitled (Primrose Path, the Third Mind, p.12), 1965 Brion Gysin © Archives Galerie de France William S. Burrougs © 2016, The William S. Burrougs Trust. All rights reserved © Los Angeles Country Museum of Art, Los Angeles / dist. RMN- Grand Palais / service presse Centre Pompidou
Brion Gysin, William S. Burroughs Untitled (Primrose Path, the Third Mind, p.12), 1965 Brion Gysin © Archives Galerie de France William S. Burrougs © 2016, The William S. Burrougs Trust. All rights reserved © Los Angeles Country Museum of Art, Los Angeles / dist. RMN- Grand Palais / service presse Centre Pompidou

DAL MESSICO A PARIGI
La terza parte è focalizzata sulla produzione in Messico, dove prima Borroughs e poi Kerouac e Bruce Conner vissero tra feste, droghe, tragedie e un pacifismo estremo, che ha contribuito a influenzare successivamente l’intero movimento hippie, sia dal punto di vista religioso che culturale e musicale.
Una quarta sezione è dedicata al periodo passato da diversi artisti Beat a Tangeri, la città in cui Borroughs ha ambientato il suo più celebre romanzo (The naked lunch) e dove al Muniria hotel Kerouac, Ginsberg, Gysin e Corso hanno subito l’influenza della trance music e della tradizione mistico-magica amplificata dal continuo uso di kif, una droga leggera a base di hashish.
L’ultima sezione della mostra è incentrata sul periodo parigino, trascorso soprattutto al Beat hotel, dove diversi artisti tra cui Gysin sperimentarono quella che poi passerà alla storia come la tecnica cut-up, che consiste nel tagliare un testo scritto lasciando intatte alcune parole e frasi per poi mischiarlo creando nuovi testi. In evidenza anche i legami tra gli artisti beat e quelli francesi del tempo, con un particolare riguardo verso la devozione che Borroughs o Ginsberg nutrivano per il geniale e controverso scrittore Céline.

Wallace Berman Untitled (Allen Ginsberg) année 1960 Collage Verifax sur carton monté sur bois, (cadre original fabriqué par l’artiste), 29 x 33 cm Collection particulière © Estate of Wallace Berman © galerie frank elbaz, Paris
Wallace Berman Untitled (Allen Ginsberg) année 1960 Collage Verifax sur carton monté sur bois, (cadre original fabriqué par l’artiste), 29 x 33 cm Collection particulière © Estate of Wallace Berman © galerie frank elbaz, Paris

VIAGGIO E LIBERTÀ SENZA CONFINI
Ciò che emerge dalla mostra è l’internazionalità del movimento, l’essere sempre sulla strada e il non essere mai arrivati da nessuna parte, e forse proprio per questo la continua ed estrema voglia di mettersi in gioco, di gioire della vita e di cambiare le cose, proponendo una rivoluzione pacifica, culturale e sociale che è effettivamente riuscita a influenzare il mondo. Come diceva Kerouac: “There was nowhere to go but everywhere, so just keep on rolling under the stars”. Ecco, se si crede all’ideale del viaggio, della libertà più estrema e ci si vuole immergere nella realtà della Beat Generation, questa mostra potrebbe essere una prima tappa dell’inafferrabile e affascinante everywhere Beat.

Tommaso Santambrogio

Parigi // fino al 3 ottobre 2016
Beat Generation
a cura di Philippe-Alain Michaud
CENTRE POMPIDOU
Place Georges Pompidou
+33 (0)1 44781233
www.centrepompidou.fr

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Tommaso Santambrogio
Milanese classe 1992, Tommaso Santambrogio si è laureato in economia e management per l’arte, la cultura, i media e la comunicazione presso l’Università Bocconi. È appassionato e affamato di tutto, specialmente di ciò che non è economico, come l’arte nella sua totalità, il cinema (più è ricercato o semplicemente geniale meglio è), la musica, la letteratura, la poesia e qualsiasi disciplina culturale e che tocca l’uomo nella profondità dell’animo. Ama viaggiare, come testimoniano le esperienze lavorative in una galleria d’arte contemporanea a Cape Town e presso il festival del cinema indipendente europeo di Parigi. Si considera un regista e uno sceneggiatore, senza però avere il benché minimo diritto per farlo; ha collaborato a diversi progetti culturali e imprenditoriali universitari e non, e ama i sognatori in quanto è l’unica categoria in cui si riesce a identificare.

1 COMMENT

  1. BYOA (Bring Your Own Art) – Thanks to Beat Generation: lasciate perdere la mostra, andate “on the road” “everywhere”, anche solo per qualche giorno, per sentire la libertà.

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