È morto il cantore del trash. In ricordo di Tommaso Labranca

Divenne famoso nel 1994 per aver pubblicato un libro che s’intitolava “Andy Warhol era un coatto”. E da allora ha fustigato senza tregua la cultura “alta”, anzi la pretesa stessa di distinguersi da quella “bassa”. Qui lo ricorda una dei Giovani Salmoni. Che sono coloro che…

Tommaso Labranca
Tommaso Labranca

Ho letto tante volte la parola “incompreso” negli articoli dedicati a Tommaso Labranca (Milano, 1962 – Pantigliate, 2016) in queste ultime ore. Tommaso non era incompreso, Tommaso era impossibile da non comprendere: chiaro, fulmineo, preciso, impietoso. Semmai, è stato poco ascoltato, evitato, nascosto. In molti casi è stato lui stesso a nascondersi, per non essere sporcato, frainteso, sfruttato.
La sua analisi del panorama culturale dell’Italietta in cui viviamo – povera intellettualmente, soggiogata dalle mode, ammalata cronica di cialtronismo – era talmente lucida, vera e sconfortante da permettere solo due reazioni: riconoscersi, come guardandosi in uno specchio, oppure negare tutto, facendo finta di non aver visto e sentito.

Tommaso Labranca, Andy Warhol era un coatto, Castelvecchi 1994
Tommaso Labranca, Andy Warhol era un coatto, Castelvecchi 1994

NOI GIOVANI SALMONI
Il primo incontro con le parole di Tommaso risale al 1994, quando come tanti altri rimasi folgorata da Andy Warhol era un coatto: un libello di appena 70 pagine pubblicato da Castelvecchi. Quel libro fu per molti di noi un vero e proprio certificato di cittadinanza, un’autorizzazione a esistere. Tutti quelli che si erano sentiti in colpa per aver amato la cultura popolare, per aver ascoltato musica leggera, per aver mangiato junk food. Quelli che sentivano la pressione di doversi conformare a un certo canone imposto, quello dell’estetica established, che distingueva tra cultura alta e bassa, tra espressioni nobili e plebee, che bollava senza appello tutto ciò che era anche soltanto in odore di trash.
E proprio del trash Tommaso diede la definizione precisa, quella di “emulazione fallita di un modello alto”, sgomberando il campo dai tanti fraintendimenti e dagli utilizzi impropri del termine. Tommaso ci diede anche un nome, ci battezzò “Giovani Salmoni” perché impegnati a risalire il fiume della corrente per raggiungere le fonti di tanta presuntuosa ignoranza e prosciugarle per sempre. Scriveva nel primo capitolo del libro: “Ai Giovani Salmoni piacciono le cose brutte, basse e sottoculturali che brutte, basse e sottoculturali però non sono realmente, ma tali vengono ritenute dai misoneisti, soprattutto da quelli che vedono costantemente intaccato il proprio ruolo dominante”.
La cultura dominante: era questo il bersaglio perenne di Tommaso, sempre pronto a smascherarne la superficialità, il conformismo, la vuotezza di idee. Una cultura che si fa posa, moda, accessorio prêt-à-porter per una classe d’intellettuali allergica al cambiamento e alle pericolose e inebrianti altezze del libero pensiero.

Tommaso Labranca, Vraghinaroda, 20090 Ventizeronovanta 2015
Tommaso Labranca, Vraghinaroda, 20090 Ventizeronovanta 2015

NELLA TANA DEL BIANCONIGLIO
Ho continuato a leggere i libri e gli articoli di Tommaso con avidità negli anni successivi, traendone infiniti spunti di riflessione e ammirandone la lucidità, l’ironia, il coraggio. Ho amato i suoi saggi ma anche i suoi romanzi, che riuscivano a essere delicati e incazzati, poetici e sarcastici, eleganti e taglienti. Il suo amore per le periferie, per i paesaggi nebbiosi e solitari dell’hinterland milanese, il suo programmatico isolazionismo.
Poi un giorno l’ho conosciuto, e ho scoperto che la sua intelligenza spietata era accompagnata da un’umanità gentile e disarmante. Il suo ultimo libro, Vraghinaroda, è dedicato al mondo dell’arte contemporanea, un ritratto impietoso dei vizi di un sistema ormai grottesco e autoconcluso, una setta di intransigenti “nemici del popolo”. Non l’ho ancora finito, è sul mio comodino, con una dedica sulla prima pagina. Mi rendo conto solo ora che è un libro che ho inconsciamente temuto, rimandandone giorno dopo giorno la lettura. È uno specchio in cui ho paura di guardare. Per chi nel mondo dell’arte ci lavora, le sue pagine possono diventare la pillola rossa di Matrix, quella che conduce nelle profondità della tana del Bianconiglio. Ma mi risveglierò, Tommaso, è una promessa.

Valentina Tanni

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.