La questione della lingua. L’editoriale di Michele Dantini

Buoni propositi per la nuova stagione: evitare metafore esauste e prosa accademica. Seguendo i consigli di George Orwell. Perché “pensare con chiarezza è un primo passo necessario verso la rigenerazione politica”.

Lana del Rey
Lana del Rey

Spingere la pretenziosità fuori moda.
George Orwell, Politics and the English Language, 1945

Ultraviolence.
Lana del Rey, 2014

Duchamp rivendica di avere modellato la propria vita sul principio dell’“euforia costante”: l’arte, spiega, è stata per lui una disciplina di “invenzione perpetua”. Niente ripetizioni, niente luoghi comuni, niente routine. C’è qualcosa di questa “euforia” modernista nelle riflessioni che Orwell dedica al buon uso della lingua (scritta) e ai suoi rapporti con il 99%.
Tutto, scrive Orwell, congiura perché noi diventiamo macchine linguistiche, semplici propagatori di banalità e vacue astrattezze. Un’anestetizzante routine. Questo, non altro, è il discorso politico-mediatico, che si nutre di eufemismi, insincerità, anestesie. Guardate il giornalista che impugna il microfono, suggerisce caustico. Ci sembra di vedere “non una persona ma una specie di idiota: un sentimento che si fa più pungente quando il riflesso delle luci trasforma i suoi occhiali in cerchi bianchi. Non troviamo più occhi dietro le lenti”.
Sono due, per Orwell, i veleni mortali che uccidono invenzione e perspicacia. Le metafore esauste, neppure più percepite come tali; e l’inganno, che si nutre di mancanza di precisione. Con inflessibilità pressoché militare Orwell persegue un programma di semplicità congiunta a concretezza. “Oggi il discorso politico è in larga parte una difesa dell’indifendibile”.

La prosa accademica è il suo secondo bersaglio polemico. Ampollosità, perifrasi, tecnicismi, involutezze. Si è tanto oscuri, insorge, “perché si vuole dire questa o quella cosa ma non se ne ha una vivida immagine mentale”. Critica d’arte e critica letteraria sono per lui importanti, al loro grado di incandescenza: non perché ci inducano a trillare come usignoli ma perché forgiano costumi di chiarezza (argomento, questo, anche di Longhi e Contini negli stessi anni). Certo: occorre tenersi a distanza da termini ormai privi di senso – qualcosa come “romantico, plastico, valori, umano, morto, sentimentale, naturale, vitalità”. Ma se lo facciamo, promette Orwell, avremo in cambio doni di limpida acutezza. “Forse”, consiglia, “sarebbe meglio non usare parole per un po’ e elaborare invece immagini o sensazioni appropriate”.
La lingua è oggi un “caos”, denuncia Orwell, ma “il processo è reversibile”: se ci impegniamo, le cose possono cambiare. Ecco dunque alcune regole facili cui ricorrere contro la degenerazione. “Mai usare una metafora o un modo di dire che trovi spesso sui giornali”. “Se puoi eliminare una parola, ebbene fallo”. “Non ricorrere a termini tecnici o di origine straniera se hai buoni equivalenti nell’inglese parlato”. O infine: “Infrangi immediatamente queste regole se attenerti ad esse ti spinge a argomentare in modo orribile”. Questa la strategia di una guerrilla condotta, in ogni ambito, in nome di una proba “lingua standard” a uso del cittadino-lettore e di calzanti metafore di nuovo conio.

Fra l'incudine e il martello
Fra l’incudine e il martello

Potremo mai invocare ancora i “talloni di Achille”, l’“incudine e il martello” o il “canto del cigno”? Proprio no, sibila l’autore di 1984. La riflessione linguistica si fa immediatamente civile. Dovrebbe essere chiaro a tutti, osserva, che “pensare con chiarezza è un primo passo necessario verso la rigenerazione politica. Ecco perché la battaglia contro la cattiva lingua non è frivola né riguarda solo gli scrittori”. Recuperiamo per un attimo l’immagine priva di vita del politico e del giornalista. Dobbiamo temere, dobbiamo avversare il loro uso del luogo comune. Il rifiuto di una lingua diretta e penetrante è parte di una più generale cospirazione per indurre apatia e reclutare consenso. Se una metafora ci colpisce e per di più ci sembra appropriata proviamo in noi quell’“euforia” che nelle parole di Duchamp accompagna i processi di scoperta. La “scarsa consapevolezza” alimenta invece passività e “quietismo”.

Michele Dantini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Michele Dantini
Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; Eberhard Karls Universität, Tubinga; The Courtauld Institute, Londra; Ludwig-Maximilians-Universität München, collabora con i principali musei di arte contemporanea italiani ed è responsabile del Master MAED al Castello di Rivoli. Scrive di arte contemporanea, politiche culturali e dell’innovazione, tecnologia, Rete e digitale. Tra le pubblicazioni recenti Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012); Humanities e innovazione sociale (Milano 2012); Apple cosmica. Come le narrazioni fantascientifiche modellano il design e il marketing della Mela (Milano 2012); Horses and other herbivores (Bezalel Academy of Art and Design, Jerusalem 2010). Coautore dei manifesti TQ “università e ricerca” e “patrimonio storico-artistico e ambientale”, è interessato ai temi della diversità culturale e del cosmopolitismo postcoloniale. Il suo Diario Namibiano (e/o, Milano 2003), inchiesta sulle trasformazioni delle abilità tradizionali in Africa australe all’ingresso nel mercato globale condotta in collaborazione con la National Gallery di Windhoek, è stato finalista del premio Paola Biocca|Società Italo Calvino nel 2002. Suoi reportage e fieldworks sono stati presentati alla Fondazione Merz, Torino; CCCS Strozzina, Firenze; Centro di arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Centre de la Photographie, Ginevra; MAO, Torino. Collabora a L’Huffington, Alfabeta2, Doppiozero, ROARS, Il giornale dell’arte, il manifesto.