Inchiesta. L’arte pubblica è un bene comune?

È da sempre in una posizione difficile, l’arte pubblica, stretta fra la propria poetica, il rischio di strumentalizzazione politica e le esigenze dei cittadini che vivono gli spazi in cui si innesta. A un gruppo di artisti e curatori e professionisti abbiamo chiesto qual è – ammesso che ci sia – la soluzione di questo rebus.

Pablo Helguera
Pablo Helguera

PABLO HELGUERA
ARTISTA
Il termine “arte pubblica” è talmente invocato in molti contesti e situazioni che ha perso ogni significato stabile. In un senso più tradizionale, l’arte pubblica è ciò che vedi nelle strade, negli spazi pubblici, generalmente con grandi dimensioni e una certa permanenza. Questo termine costituisce tuttavia un limite, nella mia percezione, soprattutto per la sua connessione implicita con la sfera dell’economia e della politica. Dal momento che questo tipo di arte dev’essere inserito in uno spazio per un vasto pubblico, diventa per forza un soggetto che riguarda gli interessi politici ed economici di individui che non sono necessariamente l’artista.
In Messico, ad esempio, c’è uno scultore che si chiama Sebastían che crea sculture geometriche. Il suo lavoro degli Anni Settanta è molto interessante, ma presto è diventato il tipo di artista che produce sculture gigantesche per il governo. Nel tempo, queste sculture sono diventate meno degli statement estetici e molto di più esempi di potere egocentrico dell’artista e delle amministrazioni locali che le avevano commissionate. Sono molto costose da fare e mantenere, e possono diventare un peso per le generazioni future. Queste opere esemplificano per me il problema dell’arte pubblica: che in una situazione come questa diventa arte mediocre, egocentrica, che mentre viene imposta al pubblico, in ultima istanza serve gli interessi di un individuo. Ho sempre però difeso l’idea che l’arte deve stare all’interno della sfera pubblica ed essere accessibile al pubblico, ma nel senso in cui, in realtà, deve veramente servire il pubblico e non rendere il pubblico servo.
http://pablohelguera.net/

Alfredo Pirri
Alfredo Pirri

ALFREDO PIRRI
ARTISTA
Faremmo bene, credo, a smettere di denominare “pubblica” tutta l’arte ospitata dentro spazi collettivi, o genericamente non classificabili specificamente come artistici. L’arte è pubblica quando: 1. se ne perde la percezione del possesso a partire dal suo autore, senza per questo doverne per forza favorire l’anonimato come dato caratteristico; 2. quando diviene segno d’amore e rappresentazione efficace. Di conseguenza le istituzioni, mi piace di più però dire lo Stato, dovrebbero non solo farsi coinvolgere ma promuovere l’arte.
Mi chiedo però: forse la sua difficoltà sta nel fatto che ogni volta che prende forma una realizzazione d’arte si demolisce un pezzo della sua autorità? Della sua predisposizione ad affermarsi solo come potere selvaggio invece che proprietà comune? Partecipare, quindi, sia alla creazione sia alla fruizione di un’opera d’arte “pubblica” vuol dire minare le basi autoritarie del potere statale per farne venire alla luce la dimensione logica e terribilmente necessaria.
http://www.alfredopirri.com/

Helidon Gjergji
Helidon Gjergji

HELIDON GJERGJI
ARTISTA
Purtroppo quanto si parla di “arte pubblica”, contemporanea o meno, nella maggior parte dei casi si intendono due cose: o “arte in pubblico”, ovvero arte decontestualizzata dal sito che la ospita, oppure “arte per il pubblico”, che – peggio ancora – è arte neutrale che cerca di soddisfare la maggioranza. E questo è senz’altro un limite che va autoimposto sia dall’artista stesso che dalle istituzioni che sostengono il progetto. E ciò che è una potenzialità diventa un limite. Le istituzioni devono fare proprio l’opposto, cioè: invece di speculare con l’arte della politica, devono cercare di contribuire con le politiche culturali.
L’arte pubblica dovrebbe resistere alle trappole della decontestualizzazione e all’omologazione del gusto/interesse pubblico in favore di un’arte veramente urbana, di un’arte che – usando le parole di Lucy Lippard – è “un’opera accessibile di qualsiasi tipo che si preoccupa del pubblico, sfida, coinvolge, consulta il pubblico a favore o con il quale è stata fatta, nel rispetto della comunità e dell’ambiente”.
http://www.helidon-gjergji.org/

Sara Dolfi Agostini
Sara Dolfi Agostini

SARA DOLFI AGOSTINI
CURATRICE
I limiti ci sono fuori e dentro il museo, ma nello spazio pubblico la sicurezza è la priorità, e in Italia risponde a regolamenti comunali piuttosto restrittivi. Non mancano paradossi: credo che i parchi gioco altoatesini siano assai più pericolosi di qualunque opera concepita dalla mente di un artista. Un altro elemento da considerare è la manutenzione, soprattutto quando il committente richiede un progetto permanente. In alcuni casi può essere un limite, ed è importante studiare da subito possibili interventi di ripristino, nel rispetto della volontà dell’artista, e fornire un prontuario per la conservazione.
È qui che entra in gioco il curatore, cui spetta il compito di facilitare il dialogo tra le parti coinvolte – dai committenti agli sponsor al visitatore – affinché l’opera non perda la sua vocazione originaria nei diversi passaggi. La dinamica partecipativa può esserci o no, e innestarsi in diverse fasi di realizzazione dell’opera sotto il controllo dell’artista: durante la produzione o il giorno dell’inaugurazione, come performance o intervento effimero. Di solito, comunque, è prevista anche una forma di attivazione da parte del pubblico.

Claudia Zanfi
Claudia Zanfi

CLAUDIA ZANFI
CURATRICE
Oggi l’arte nel contesto pubblico ha necessità di attivare strutture nuove, agili e dinamiche, in grado di dialogare con il territorio locale e con quello internazionale, di parlare della contemporaneità e della memoria, di occuparsi dei fatti di grande trasformazione sociale e politica, utilizzando nuove pratiche e network internazionali. È inoltre di grande importanza progettare in maniera sostenibile, con la massima attenzione al genius loci, per caricare di significati nuovi i paesaggi della cultura e del sociale. È necessario lavorare su una nuova idea di territorio e di coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, che possono diventare “alleati”, con cui attivare azioni di recupero dei luoghi.
Da tempo l’arte non è più solo un luogo privilegiato, ma si è trasformata in un osservatorio che si espande nella città e nella società, per abbracciare reti di relazioni culturali attraverso azioni e forme legate alle urgenze del contemporaneo. La principale tra queste è il rapporto tra comunità e territorio, attraverso il quale si rende necessario intervenire sul paesaggio locale, creando situazioni nuove, integrate al contesto in cui vengono a dialogare col pubblico.
http://www.amaze.it/AMAZE/it/node/410

Luca Vitone - photo Jens Ziehe
Luca Vitone – photo Jens Ziehe

LUCA VITONE
ARTISTA
Credo che l’arte pubblica sia il tentativo, da parte dell’istituzione, di coinvolgere, mediante un artista visivo, il cittadino nella difficile attività progettuale di uno spazio per la fruizione collettiva, in moda che abbia un valore culturale riconoscibile dalla comunità che vive i luoghi in cui è concepita. Quest’arte, essendo considerata pubblica perché pensata in luogo pubblico, coinvolge inevitabilmente le istituzioni pubbliche, anche quando il committente è privato e assume altrettanto inevitabilmente un valore politico.
La riuscita dell’opera sta nel sapere trasmettere un pensiero, vedi ideologia, che travalichi le convenzioni senza cadere nel dogmatismo e di produrre un “oggetto” che riesca a sopravvivere nel tempo sia per la conservazione, sia nella memoria collettiva. Tale responsabilità non è solo dell’artista, ma anche della committenza e del cittadino che vive il territorio. Un bene impegnativo che esige una partecipazione consapevole.
http://www.lucavitone.eu/

Cecilia Alemani - photo Timothy Schenck
Cecilia Alemani – photo Timothy Schenck

CECILIA ALEMANI
CURATRICE
L’arte pubblica è parte vitale del tessuto urbano delle nostre città. Essa permette ad artisti contemporanei di portare la propria opera in uno spazio che per definizione è uno spazio di scambio, di dialogo e anche di frizione. Vedo l’arte pubblica come uno strumento per incitare il discorso civico e per generare momenti di incontro tra arte e cittadini, che raramente possono avvenire nelle stanze spesso asettiche di un museo.
Penso sia la responsabilità delle nostre città e delle istituzioni artistiche ad esse connesse dedicare risorse e tempo a portare l’arte negli spazi pubblici: l’arte diventa uno strumento che incoraggia il dibattito pubblico e lo scambio di opinioni. Vedo l’arte pubblica anche come un modo per incentivare la comunità a sentire un senso di orgoglio e di rispetto per la cosa pubblica, un senso di appartenenza.

Alessandra Pioselli
Alessandra Pioselli

ALESSANDRA PIOSELLI
CURATRICE
Limiti e potenzialità sono inscindibili da una politica del contesto. Bisogna considerare quali relazioni culturali e sociali l’arte produce e in quali luoghi. Sondando in profondità categorie come territorio, cittadinanza, pubblico, essa dovrebbe divenire un luogo e un mezzo per creare e connettere narrazioni, domande, risorse, generazioni, collettività che si plasmano attorno alle urgenze della vita contemporanea, per generare un’idea di polis, attraverso la forza motrice dell’immaginario.
L’arte, potenzialmente indipendente da procedure fisse, può premere sulle visioni istituzionali per spostarne i discorsi. Il rapporto con la pubblica amministrazione è importante, in tal senso, per agire e negoziare con la sede di governo del territorio, che dovrebbe predisporre le condizioni per la sua crescita. Quanto alle dinamiche partecipative, per ogni situazione deve corrispondere un’azione: no formule ma chiarezza di obiettivi, responsabilità, capacità di creare spazi per la reale partecipazione, evitando usi strumentali. Domandarsi: chi parla? A nome di chi?

Antonella Muzi
Antonella Muzi

ANTONELLA MUZI
STORICA DELL’ARTE
Occuparsi di arte pubblica vuol dire aprire, coinvolgere, costruire zone di pensiero critico, perché con l’arte si torni ad avere confidenza, perché l’arte abbia davvero la capacità di incidere sulla vita di ciascuno di noi. Per farlo bisogna uscire fuori dai luoghi convenzionalmente deputati all’esposizione delle opere e lasciare che queste invadano la quotidianità delle persone.
Il rapporto tra arte pubblica e politica è fondamentale – entrambe lavorano per il bene comune – ma delicatissimo e occorrono competenza e prudenza. I rischi di strumentalizzazione sono enormi: penso a operazioni spregiudicate con cui la politica ammanta di “artisticità” oggetti dubbi, sospesi tra ornamento e arredo. Ogni progetto di arte pubblica deve partire dall’ascolto del territorio e delle comunità, deve costruire un rapporto vivo con la società in una dinamica relazionale. Un progetto di arte pubblica deve necessariamente essere anche un processo educativo, capace di costruire piattaforme di negoziazione di significati.
http://www.lettere.uniroma1.it/users/antonella-muzi

Bryony Roberts
Bryony Roberts

BRYONY ROBERTS
ARTISTA E ARCHITETTO
L’arte pubblica ha avuto una grande diffusione negli ultimi anni, andando oltre la convenzione delle sculture isolate e privilegiando lavori molto più interattivi e multimediali. È un momento eccitante per fare arte pubblica, anche perché i governi, le amministrazioni e le istituzioni culturali sono molto più aperti alle diverse forme e pratiche che la riguardano.
Sono molto interessata all’arte pubblica che può creare una sfida con le attuali condizioni politiche. Può sembrare contraddittorio produrre un lavoro critico con il supporto di governi e istituzioni. Ma le pubbliche istituzioni sono spesso l’unica fonte di supporto per una ricerca sperimentale e che non sia conforme alla domanda di un mercato commerciale. Sfortunatamente molte istituzioni pubbliche stanno affrontando enormi tagli, ma sono essenziali per coltivare un campo diverso e critico della pratica artistica, che non sia solo guidato dalle tendenze di mercato.
http://www.bryonyroberts.com/

Tobias Rehberger
Tobias Rehberger

TOBIAS REHBERGER
ARTISTA
Il mio desiderio è che l’arte appaia più spesso nella vita quotidiana. Che si incontri l’arte non solo in maniera frontale, come al museo, ma in modo più casuale e forse anche più inatteso.
L’elemento della fruizione aggiunge una dimensione ulteriore all’opera, e questo in uno spazio pubblico può diventare un fattore intenzionalmente disorientante – un’opera e un oggetto funzionale possono sembrare concetti contrastanti. Tuttavia, attraverso la loro interazione, sovvertono le categorie che abbiamo accettato in maniera poco consapevole: il non-familiare diventa familiare, un elemento inusuale si può insediare in un contesto quotidiano. Attraverso il contesto, la funzionalità o la disfunzionalità, e le persone che vi interagiscono, un’opera può evolvere e diventare qualcosa di completamente diverso. Diventa parte di un immaginario collettivo, può essere condivisa da una comunità. Si può dissolvere in uno spazio pubblico, pur restando qualcosa di estraneo e differente. Può anche diventare una metafora di come noi come società assorbiamo un elemento ignoto dall’esterno e lo rendiamo parte della nostra storia personale, di come percepiamo la visibilità, la prossimità e la distanza.

a cura di Santa Nastro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #32

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Giorgio

    se è brutta è un MALE comune

  • angelov

    Concepire l’idea di un’arte pubblica implica necessariamente l’esistenza di un’arte privata, e questo è un’assurdo: come dire che la politica si occupa delle necessità di una collettività, ma non dei bisogni degli individui che la compongono; sarebbe un paradosso no? quindi, è per “convenzione” che si può definire arte pubblica, per esempio, la scelta di una bella scultura vista in una galleria da parte di un pubblico amministratore, e voluta in un determinato spazio pubblico, senza troppi ragionamenti inutili e bizantini sulla pelle dei cittadini; come del resto è sempre avvenuto quando un mecenate decideva l’acquisto di un’opera e la sua collocazione etc;
    Che poi la stessa opera, in uno spazio pubblico, presenti delle problematiche tecniche molto diverse che se fosse situata in uno spazio privato, anche questo mi pare ovvio, ma ciò non dovrebbe indurre a spostare tutta la faccenda su di un piano ideologico, come mi sembra si stia tendendo di fare ora per motivi per lo più solo soggettivi.

  • paolocarniti

    L’arte pubblica è una forma promozionale, lo spazio pubblico non ha bisogno di arte ma di dinamiche di servizio