Fra corpo e voce. La Triennale di Tokyo

Giunta alla sua quinta edizione con il titolo di My Body, Your voice, Roppongi Crossing 2016, una delle Triennali più interessanti del Giappone, ospitata dalla Mori Art Tower di Tokyo, esplora il rapporto tra il sé e l’altro, in un’epoca caratterizzata dalla fluidità di spazio e del tempo. Il corpo può essere considerato un medium che dà voce alle parole altrui, alle memorie del passato, agli spazi e alle cose, aprendosi a una condivisione che supera l’individualità, e prefigura nuove prospettive sull’umanità presente e futura.

Katayama Mari, you're mine #001, 2014 - coll. privata - courtesy Traumaris, Tokyo
Katayama Mari, you're mine #001, 2014 - coll. privata - courtesy Traumaris, Tokyo

DAR VITA ALL’INVISIBILE
C’è qualcosa che rende speciale Roppongi Crossing, la Triennale d’arte contemporanea allestita nella Mori Art Tower di Tokyo a partire dal 2004, nel complesso architettonico di Roppongi Hills: la presenza di artisti emergenti, i temi vicini al sociale, i pezzi di storia del Giappone che escono dalle griglie del silenzio e della censura. Ma quest’anno Roppongi Crossing ha superato se stessa, dando respiro, vita, anima all’invisibile: il mio corpo, la tua voce. Forse l’immagine più forte e più emblematica di tutta la rassegna è una sequenza brevissima di immagini ­­− una ripresa aerea − su una fila di sacchetti neri allineati in una lunga fila, poi sovrapposti a formare un muro, alla fine trasformati in una grande distesa, come un mare piatto e oscuro, o una colata d’asfalto. Sono le ceneri delle vittime del grande terremoto del Tohoku, parte dell’installazione di Dausuke Yamashiro, Talking Lights. Soltanto da una certa distanza si può raccontare il doppio dramma che ha investito il Giappone nel 2011.

Ishikawa Ryuichi, OP.001208 2011 Ginowan (dalla serie Okinawan Portraits), 2016
Ishikawa Ryuichi, OP.001208 2011 Ginowan (dalla serie Okinawan Portraits), 2016

CHI SONO IO?
Roppongi Crossing 2016 mette in mostra le opere di venti artisti scelti da quattro curatori provenienti dal Giappone, da Taiwan e dalla Corea del Sud. A caratterizzare questa edizione non solo la scelta di chiamare anche alcuni curatori provenienti da paesi con i quali il Giappone ha intrattenuto, e intrattiene, difficili relazioni diplomatiche, ma anche quella di chiamare artisti non perfettamente allineati con la società e la cultura giapponesi: chi proveniente da isole lontane dall’Honshū, la principale dell’arcipelago, chi giapponese di un genitore straniero, chi trasferito all’estero, o straniero in Giappone. Una prospettiva esterna, obliqua, in parte “estranea”, e per questo forse più sensibile al cambiamento. È partendo dalla domanda “chi sono io?” che il senso della mostra prende corpo. Essa si impianta sul tema della trasformazione della dialettica tra corpo e identità in un’epoca in cui la comunicazione prescinde dal tempo e dallo spazio. Ci si sarebbe aspettati molta corporeità, sulle orme della cultura e della tradizione artistica giapponese, che spesso confonde i generi artistici, e che non prevede alcuna distinzione tra carne e spirito, e invece la maggior parte delle opere pone lo spettatore di fronte a una resa visibile dell’invisibile. Come se la mancanza di quell’hic at nunc possa scolpire l’identità dell’uomo. Come se si affermasse una spiritualità che trascende i confini fisici.

Katayama Mari, you're mine #001, 2014 - coll. privata - courtesy Traumaris, Tokyo
Katayama Mari, you’re mine #001, 2014 – coll. privata – courtesy Traumaris, Tokyo

SULLE TRACCE DELL’IDENTITÀ
Il tema predominante della retrospettiva è la ricerca delle propria identità, indagine vissuta come individuazione del sé nell’altro (i primissimi piani fotografici della serie okinawan portraits 2010-2012 di Ryuichi Ishikawa; le bambole, alter ego dell’artista, di Mari Katayama; le tracce del passaggio di corpi femminili sugli oggetti nei dipinti di Tomona Matsukawa), come appropriazione delle memorie altrui (la bandiera cucita con stoffe provenienti dai kimono di alcune donne, di Sasa Shun, Where the Flags Are), o come racconto di un passato di guerra che finalmente trova un modo per emergere (una classe di studenti coreani riproducono le torture subite da parte dei Giapponesi nel video The Educational System of an Empire di Hiraku Fujii; gli echi di Hiroshima, mon Amour nel film di Alain Resnais sollecitano a chiedersi cosa sia il perdono nel bellissimo video The Age of Guilt and Forgiveness di Jun Yang). I rimandi alle due bombe nucleari s’intrecciano a quello di Fukushima in un leitmotiv che caratterizza buona parte delle opere, e gli spiriti degli avi sembrano aleggiare nelle stanze del museo come se fosse obon, la festa del ritorno dei morti sulla terra ad agosto. Non si vuole dare un senso alla storia, trasformarla in un disegno coerente, ma lasciar intuire la fluidità delle due dimensioni del tempo e dello spazio. Forse è fatto di materia simile ai ricordi l’uomo contemporaneo, perché, sottolinea Erika Kobayashi nella video-installazione Sunrise: “Time, memories and radiation are invisible”.

Daniela Shalom Vagata

Tokyo // fino al 10 luglio 2016
Roppongi Crossing 2016. My Body, Your Voice
MORI ART MUSEUM
53F, Roppongi Hills Mori Tower
www.mori.art.museum

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Daniela Shalom Vagata
Professore associato specifico di lingua e letteratura italiana all’Università di Kyoto, vive in Giappone dal 2006. Laureata all’Università di Bologna in letteratura italiana, indirizzo filologico, ha successivamente conseguito un Master negli Stati Uniti in letteratura e cinema, e un dottorato di ricerca presso l'Università di Bologna con una tesi sul commento alle “Grazie” di Ugo Foscolo. Scrive per Argo. Rivista d’Esplorazione ed è redattrice della rivista per la quale ha curato l’inserto multimediale “Watershape”. Ha iniziato a studiare danza da adulta, a Kyoto, e la danza le ha aperto le porte della conoscenza delle arti performative in Giappone e in Oriente.