Salone del Libro. Il punto sullo scontro aperto fra Torino e Milano

Prima gli arresti, poi la notizia che l’Associazione Italiana Editori farà un evento concorrente a Milano. E intanto a Torino si chiede a Massimo Bray di ripensare il Salone del Libro per il suo trentennale. Ma cosa pensano gli operatori del settore? Ecco una piccola panoramica.

Salone Internazionale del Libro di Torino
Salone Internazionale del Libro di Torino

IL SALONE DEL LIBRO? SI FA A MILANO
Ci eravamo lasciati con quattro arresti a Torino, quattro persone accusate di turbativa d’asta. Tema del contendere, il Salone del Libro. Nello stesso articolo davamo notizia delle mosse alle quali si accingeva l’AIE – Associazione Italiana Editori, e in particolare il suo presidente Federico Motta, per organizzare un evento “in concorrenza” a Milano.
Ora sono arrivate le conferme: a Milano un salone, o una fiera, o comunque si chiamerà, si farà, e l’AIE l’aveva già deciso a febbraio. Perché dirlo soltanto ora? Perché c’erano di mezzo le elezioni amministrative, sia a Torino che a Milano, e quindi si è deciso di attendere, per non turbare ulteriormente gli animi.

QUANTITÀ VS QUALITÀ
Cosa succederà allora nel 2017? Avremo Più libri più liberi, la fiera dei piccoli editori a Roma, manifestazione verso la quale negli anni erano già migrati parecchi editori scontenti della china che aveva preso il Salone torinese (enormi stand degli editori più importanti, che portano in fiera quasi esclusivamente novità e le propongono a prezzo pieno, mentre per gli editori più piccoli ci sono spazi costosi e minuscoli dove il flusso di visitatori è assai ridotto). Avremo la nuova manifestazione milanese, organizzata in una città senz’altro più appetibile dal punto di vista anche solo dei trasporti (basta guardare il tabellone dei voli dell’aeroporto torinese di Caselle per rendersene conto, e controllare quali siano i costi dei biglietti per atterrare da quelle parti), con un controllo maggiore e più diretto degli editori (pardon, dell’AIE, che non è la stessa cosa). E infine, o all’inizio, avremo comunque il Salone del Libro di Torino. Almeno fino al 2018, visto che comunque la gara d’appalto è stata fatta e andare a dire a un colosso come GL Events (la società francese che gestisce Lingotto Fiere) “ora non se ne fa più nulla” non dev’essere un’impresa facile e, soprattutto, a buon mercato.
In estrema sintesi, si configura la solita soluzione all’italiana, che abbiamo visto declinata in mille epifenomeni: tante fiere, tanti festival di cinema, tante università, tante riviste d’arte, tanti aeroporti – tanto di tutto, niente di veramente eccellente, quantità a discapito della qualità. Con buona pace della retorica sul fare network, sull’uniti si vince e compagnia cantante.
E allora è forse il caso di fare un minimo di autocritica. Di capire cosa non ha funzionato a Torino – che è poi una città bravissima a creare eccellenze in tanti campi, dalla moda al cinema, dall’auto alla montagna, dall’editoria all’arte contemporanea, per poi credere che si possa campare di rendita. Il risultato è sempre il medesimo: l’eccellenza se ne va da un’altra parte.

Salone Internazionale del Libro di Torino
Salone Internazionale del Libro di Torino

TUTTO CAMBIA, NIENTE CAMBIA
Ma torniamo al Salone del Libro. La colpa è del M5S e della neosindaca Chiara Appendino? È ovviamente un anacronismo: lei si è insediata da pochissimo e inoltre – come dicevamo poc’anzi – la decisione è stata presa a febbraio. La colpa è della politica, in generale e nella sua declinazione culturale? Di un “sistema” che ha tirato un po’ troppo la corda? Sarebbe semplicistico risolverla in questo modo, ma non si può nemmeno far finta di nulla. Da anni molti operatori culturali avevano sottolineato i problemi del Salone e, in più d’uno, anche avanzato proposte costruttive. Ad esempio, perché non guardare a un modello come il Festival della Letteratura di Mantova e pensare a qualcosa di simile – nel senso di aprire maggiormente il Salone alla città, di trasformarlo in qualcosa di più inclusivo, senza per questo sopprimere la componente fieristica? Insomma, perché non fare qualcosa di simile a ciò che aveva fatto Andrea Bellini durante la sua direzione di Artissima?
E invece la situazione è questa, delineata dall’assemblea dei soci della Fondazione per il Libro, tenutasi il 29 luglio: Chiara Appendino diventa Presidente dell’Alto Comitato di Coordinamento (al posto di chi? Di Piero Fassino. Come dire, tutto cambia niente cambia: il sindaco di Torino è presidente), per volere dei suddetti soci. Che sono: il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, la stessa sindaca di Torino, i relativi assessori Antonella Parigi (Regione) e Francesca Leon (Comune), Rossana Rummo per il Mibact, Arnaldo Colasanti per il Miur, Michele Coppola per Intesa Sanpaolo, e infine i consiglieri d’amministrazione Luciano Conterno Roberto Moisio.
Cosa è cambiato? Poco o nulla. In rari casi i nomi (per turn over politico o per dimissioni di routine), ma espressione della medesima logica e configurazione di interessi (che non è una parolaccia in sé, ma lo diventa quando questi interessi sono trattati in maniera fallimentare). E di autocritica nemmeno l’ombra.
Cosa ha deliberato l’assemblea? “Da un lato le modifiche allo Statuto della Fondazione per il Libro, per adeguarlo alle nuove sfide e permettere l’ingresso in Consiglio d’Amministrazione dei nuovi Soci: Mibact, Miur, Intesa Sanpaolo e soprattutto gli editori, che negli ultimi giorni in numero sempre maggiore stanno offrendo la disponibilità a essere coinvolti direttamente nella progettazione e organizzazione del nuovo Salone”. Facile la proverbiale chiosa: stanno chiudendo la stalla quando i buoi sono scappati. “Dall’altro lato, la messa a punto di un progetto di Salone fortemente innovativo, accompagnato dal motto ‘seminiamo il cambiamento’”. Anche qui, tutto molto facile: a quest’ora dovremmo raccogliere frutti maturi da piante almeno decennali, non dover ancora seminare.

Massimo Bray
Massimo Bray

AFFIDARSI A MASSIMO BRAY
Uno sprazzo di novità però s’intravede: “Massimo Bray, indicato come futuro Presidente della Fondazione, lavorerà su una bozza che è già in via di elaborazione, e che nei prossimi giorni si arricchirà di ulteriori contributi e idee”. Bene, il nome potrebbe funzionare. Ma questa bozza chi la sta valutando? Chi la arricchirà di “ulteriori contributi e idee”? Almeno finora, la logica dell’hortus conclusus sembra restare invariata.
E dire che di persone da sentire ce ne sarebbero parecchie. Ad esempio Gianluigi Ricuperati, che lucidamente da anni sottolinea come il modello del Salone del Libro sia stantio. “Il Salone del Libro di Torino dev’essere avanzato e sofisticato, complesso e di qualità globale. Sogno una specie di Club 2 Club dell’editoria. Un’editoria che non si ferma al libro, che guarda alle altre discipline, che riesce a fare ricerca pura e commercio purissimo allo stesso modo”, ci racconta. “Sogno qualcosa che cerco già di fare in tutte le cose cui mi succede di contribuire. Una domanda chiara: c’è un modo ultra-contemporaneo di fare i libri, che sono il più grande progetto di design della storia umana?”. Troppo visionario? Andatelo a dire a quelli di Club 2 Club, che con un approccio del genere hanno fatto diventare quel festival musicale uno dei 3-4 più importanti d’Europa.
Resta il fatto che un’eredità come quella del Salone non la si può dilapidare, tanto più che il 2017 è l’anno del trentennale. “La prima volta al Lingotto sono entrato da una porta dove facevano gli accrediti. Senza accredito. Era il 1998. E il Salone del libro mi sembrava un luogo dove qualcuno aveva organizzato una festa. Un party. Un rave legale. A base di libri. Le feste, però, proseguivano anche fuori dal Salone. E l’attesa a base di chiacchiere, nelle hall degli alberghi e sotto casa di amici o conoscenti stimolava l’adrenalina più dei cocktail che ci saremmo scolati a notte fonda”, ricorda Maurizio Ceccato, agitatore culturale romano che, nella veste di graphic designer, ha segnato la storia di case editrici come Fazi, Arcana, Elliot, Gorée. “Negli anni sono stati tanti gli editori che hanno esposto i miei lavori nei loro stand. A me è sempre sembrata una festa anche per quello. E anche se le feste, le facce e gli editori sono cambiati, per diciassette anni, con il Salone è stata una relazione stabile. Un appuntamento nel mese di maggio dove trovare un piacere al quale non ho mai dato buca”.

Suggestioni Monet… Riflessioni necessarie sul bene comune… Allestimento Bookstock Village Salone Internazionale del Libro di Torino 2014
Suggestioni Monet… Riflessioni necessarie sul bene comune… Allestimento Bookstock Village, Salone Internazionale del Libro di Torino 2014

VOCI TORINESI
Sulla stessa linea è Luca Iaccarino, critico gastronomico e autore per EDT-Lonely Planet, sensatamente difensore della “sua” Torino, ma con la lucidità per individuare la direzione che andrebbe imboccata: “Non deprimiamoci. Abbiamo cose che Rho non avrà. Un largo pubblico fidelizzato prevalentemente torinese: quello che era un difetto in passato è uno zoccolo da cui partire. Una macchina rodata (anche se da revisionare). Abbiamo editori, scrittori, intellettuali da sempre amici di Torino. Abbiamo, soprattutto, Torino, una splendida città che sempre di più dovrà essere non ospite ma protagonista del Salone, come in altre esperienze fortunate (penso a Torino Spiritualità o Biennale democrazia e, presto, al Salone del Gusto). C’è una cosa che invece non dobbiamo fare: contrapporci ai grandi editori. Non è una questione di copie vendute: i grandi editori pubblicano – anche – grandi autori cui non si può rinunciare. Come loro non vorranno rinunciare a un grande e bell’evento. E una cosa che dobbiamo fare: rimetterci a elaborare, a pensare al Salone in prospettiva, più festival e meno fiera, più internazionale e meno concentrato sui soliti noti, ancor più – in tutti i sensi – torinese. Sul progettare siam sempre stati bravi: non smentiamoci ora”.
Non usa mezze parole Guido Curto, per anni direttore dell’Accademia Albertina e ora a capo di Palazzo Madama. A lui si deve il conio dell’espressione “Torino capitale dell’arte contemporanea”. Solo che “Torino continua a perdere pezzi importanti della propria storia e della propria identità. È indispensabile rafforzare l’immagine di Torino come città di arte, cultura, alta formazione e innovazione. Ho timore che anche sul fronte dell’arte contemporanea stiamo perdendo colpi. Credo che, cicero pro domo sua, si debba tentare almeno di rafforzare la comunicazione di una Torino capitale barocca e anche, per gli aspetti urbanistici, quasi paradossalmente di città rinascimentale e razionale, col suo impianto a scacchiera, ispirato al castrum romano, tutto l’opposto di fesserie quali città magica … Siamo razionali, cartesiani, è meglio per tutti!”.
Ancora più radicale la prospettiva di Luca Beatrice, da sei anni presidente del Circolo dei Lettori: “Non credo si possano fare due saloni del libro in Italia… E se a Torino non lo si riesce più a fare, lo facciano a Milano. Certo non si possono costringere gli editori alla diaspora. Il problema sta in una Fondazione pesante, una struttura che è stata ricettacolo di malgoverno e di spreco di denaro pubblico. Per non parlare del ministro Franceschini, che ha tolto il suo sostegno al Salone appena Chiara Appendino ha vinto le elezioni”. Ma al di là della questione politica, il Salone funzionava? “Trent’anni sono tanti e la formula era desueta: una libreria a cielo aperto, con scolaresche deportate per vedere Checco Zalone. La cultura del libro la facciamo noi come Circolo dei Lettori”.
Con accenti diversi, pars destruens e pars construens collimano fra quasi tutti gli operatori che abbiamo interpellato. Qualcuno presterà loro ascolto?

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.

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