Tre secoli di moda in mostra a Parigi. Intervista con Pamela Golbin

Il Museo delle Arti Decorative di Parigi celebra i trent’anni della sua collezione di moda con una mostra intitolata “Fashion Forward. 3 siècles de mode”. Un viaggio che inizia nel XVIII secolo e arriva ai nostri giorni.

Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly
Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly

La curatrice Pamela Golbin, conservatrice en chef della collezione di moda e tessile del Museo delle Arti Decorative da oltre vent’anni, svela i dettagli del progetto allestito negli ambienti dell’istituzione parigina, offrendo il suo punto di vista sulla moda e sul posto che occupa nel museo. Celebri e di grande successo le esposizioni da lei curate e consacrate alle icone fashion, da Madeleine Vionnet a Marc Jacobs e Valentino.

La mostra abbraccia un arco temporale di tre secoli. Può dirci qualcosa sull’idea di partenza e sulle scelte espositive?
Fashion Forward è un’esposizione un po’ atipica, che vuole celebrare i trent’anni della collezione di moda delle Arti Decorative. Per queste ragioni si è scelto di esporre nella Grande Nef, lo spazio più prestigioso del museo. Uscire dal luogo abituale delle gallerie permanenti significava rinunciare alla possibilità di utilizzare le vetrine, e il direttore del museo, Olivier Gabet, mi ha chiesto di riflettere in proposito per trovare soluzioni nuove.
Data la mia esperienza nel museo e nella curatela di numerose esposizioni, questa doveva apparire come la mostra più semplice: l’obiettivo iniziale era quello di creare una cronologia della storia della moda, spiegandone cambiamenti e rotture. Un compito che non avevo mai affrontato prima, anche perché, se tutti i musei di Belle Arti possono permettersi di mostrare le evoluzioni dell’arte nelle varie epoche, questo criterio non esiste per la moda. Alcuni hanno cercato di farlo, ma un costume non è come un quadro: non si può appendere al muro. Un abito è di fatto una scultura a quattro dimensioni ma, contrariamente a una scultura canonica, è estremamente fragile e richiede una conservazione preventiva scrupolosa.

Oltre alla questione della conservazione, quali altre difficoltà ha dovuto affrontare?
Raccontare la storia della moda attingendo soltanto dalle nostre collezioni. Inoltre, se di norma, per una mostra di moda, si espongono 70-80 pezzi, qui il numero sale a 350. 400 se includiamo gli accessori.

Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly
Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly

Per quanto invece concerne gli aspetti “positivi”?
La scelta di cui vado più fiera è quella di aver integrato il percorso espositivo con l’inserimento di alcuni capolavori appartenenti ad altre collezioni del museo (che vanno dai vetri agli smalti, dagli arredi alle porcellane, e coprono tutte le epoche), con lo scopo di arricchire il dialogo tra tutte le arti decorative, di cui la moda fa parte. È stata l’occasione per collaborare con tutti gli altri dipartimenti e dimostrare che il vocabolario stilistico non è impermeabile, ma che esiste una conversazione tra tutte le arti.

Quali criteri ha seguito per l’allestimento durante la fase di ideazione?
La prima domanda che mi sono posta è stata la seguente: come realizzare questo percorso? Tre secoli è un arco cronologico consistente e le nostre collezioni annoverano 150mila pezzi. Bisogna sempre cercare di rivolgersi al grande pubblico, ma allo stesso tempo il soggetto deve essere sufficientemente importante e complesso perché si possano raccontare più storie possibili. Qui da noi passano un po’ tutti: dai professionisti della moda, che vengono per ispirarsi, ai connaisseurs, curiosi di vedere cose nuove. E per generare un discorso stratificato abbiamo ritenuto opportuno considerare un arco temporale di tre secoli, in un percorso che inizia nel XVIII secolo e termina nel presente. Toccando questi periodi della moda ci si può rivolgere a tutti i pubblici.
Le persone trovano ispirazione in quello che vedono, e quindi tutti devono sentirsi a proprio agio visitando la mostra. Recarsi al museo è uno sforzo per il pubblico. Inoltre, i visitatori pagano un biglietto per ammirare il frutto del nostro lavoro, e non devono rimanere delusi. Per queste ragioni credo fermamente che il mio compito sia quello di condividere la mia conoscenza di conservatore e storico della moda.

Ha appena citato il numero di pezzi che conta la collezione di moda del museo, creata a partire dall’unione dei fondi del Museo delle Arti Decorative (nato nel 1864) e dell’UFAC – Unione francese delle Arti del Costume, fondata nel 1948 e oggi presieduta da Pierre Bergé. Qual è stato il ruolo dei donatori per la creazione di questa collezione?
È importante sottolineare il ruolo dei donatori. Circa il 90% della collezione è stata donata da privati o case di moda. Nel 1986, grazie all’iniziativa di Jacques Long, le due collezioni sono state riunite per creare il Museo della Arti della Moda nel Pavillon de Marsan del Louvre, inaugurato da François Mitterrand e che oggi, dopo ulteriori ricollocazioni, si trova nei due piani delle gallerie permanenti, aperte al pubblico nel 1997.

Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly
Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly

Vorrei tornare al rapporto fra un abito e una scultura. Nel comunicato stampa si legge che “tutta la storia della moda è anche una storia del corpo e dell’allure” e che per questo motivo si è scelto di affidare al danzatore e coreografo inglese Christopher Wheeldon la direzione artistica dell’esposizione. Com’è nato il progetto?
Sono più di vent’anni che lavoro qui e sono consapevole del fatto che la moda è fatta per essere portata, e che gli abiti non possono muoversi da soli. Ma, una volta entrati nel museo, dovendo attenersi ai principi di conservazione preventiva dei Tessili, gli abiti non possono più essere indossati. Nel corso degli anni ho voluto mostrare l’interno, il davanti e il “dietro” dell’abito, l’abito a 360 gradi, sospeso, ho collocato i vestiti su dischi rotanti.
Mi sono resa conto che la maggior parte dei miei colleghi aveva la tendenza a mettere gli oggetti à plat, ovvero distesi. Cosa che ho fatto anch’io, ma poi mi sono detta: “Un vestito à plat non è più un abito!”. Se togliamo il corpo, restano dei tagli di tessuto assemblati, ma l’abito perde il suo compito principale.
Avendo studiato danza, il balletto mi ha sempre appassionata, mi ha sempre toccata. Era giunto il momento di rivolgersi a qualcuno che lavora col corpo per avere un nuovo sguardo, in cui il corpo esistesse veramente nella silhouette. Ho visto Un Americano a Parigi coreografato da Wheeldon e ne sono rimasta rapita. La prima volta che ho incontrato Chris per presentargli il progetto, mi ricordo che mi disse: “Ma cosa mi stai chiedendo?”. Ma quando ho iniziato a mostrargli i pezzi, si è sentito completamente coinvolto.

Nella prefazione al catalogo, Pierre Bergé afferma che nel 1986 “un grande quotidiano evocava l’entrata della moda al Louvre in termini fracassanti”, aggiungendo che questo soggetto era “allora ancora largamente considerato come minore”. C’è ancora scetticismo intorno alla presenza della moda in un museo?
È difficile per me rispondere a questa domanda, perché in Francia la moda fa parte della cultura del Paese fin dal XVII secolo come elemento sociale. E anche se la moda resta pur sempre un’industria, e non ho alcun problema ad ammetterlo, è un’industria estremamente creativa.
Non mi sono mai chiesta, personalmente, se la moda fosse arte o meno. Nel momento in cui ho organizzato mostre itineranti, però, ho notato che in alcuni contesti risultava molto complicato per il pubblico comprendere perché la moda fosse entrata in un museo. A me sembra una cosa del tutto normale.

Oggi la moda conosce una stagione di grande successo anche nel cinema. Pensiamo ai film Valentino: The Last Emperor e Coco avant Chanel, fino ai due film dedicati a Saint Laurent l’anno passato. Crede che una simile attenzione sull’argomento determini, in qualche modo, un valore aggiunto per attirare l’interesse del pubblico verso queste esposizioni?
Rispondo molto semplicemente dicendo che la moda oggi fa parte della vita di tutti, è un fenomeno culturale planetario. Ed è normale che essa si ritrovi in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Molte maison si fanno conoscere a livello internazionale investendo capitali consistenti in pubblicità, collaborazioni con personalità di spicco… Siamo perseguitati dalle immagini. Questo sistema fa in modo che tutti possano accedere e appropriarsi di una certa moda.

Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly
Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016) – installation view at Les Arts Décoratifs, Parigi 2016 – photo Luc Boegly

In Italia, a tutt’oggi, non esiste un grande museo consacrato alla moda. Era stata annunciata l’apertura di un museo a Roma, ma il progetto non si è poi concretizzato. La realtà italiana restituisce un panorama di fondazioni private e di realtà relativamente piccole. Qual è il suo punto di vista?
Non posso permettermi di parlare troppo dell’Italia, non trattandosi del mio Paese. È vero che già nel 1951 Franco Marinotti fondò il Centro Internazionale delle Arti e del Costume a Venezia. A Roma è dal 1993 che si parla dell’apertura di un museo di moda. E potrei fare altri esempi. Trovo che questo mostri la personalità del Paese.
La Francia ha impiegato trent’anni per avere un museo di moda, mentre i musei anglosassoni possiedono delle collezioni di moda dall’inizio del XX secolo. L’Italia ha raggiunto l’Unità nazionale tardi rispetto ad altre nazioni. E forse adesso i tempi sono maturi. Potrebbe occuparsene lei! [sorride, N.d.R.].

Alcuni tra i couturier italiani entrati nella storia della moda hanno sfilato, lavorato o si sono formati a Parigi (come Schiaparelli, Valentino, Ferré). Ritiene che Parigi rappresenti una tappa fondamentale per uno stilista?
Assolutamente sì! Si può dire quel che si vuole, ma a partire da Charles Frederick Worth la città è diventata la capitale della creatività per la moda. I giapponesi hanno avuto successo perché sono passati di qui, lo stesso discorso vale per gli americani o per McQueen e Galliano. Parigi è la lettre de noblesse per uno stilista.
Valentino, fermo restando che stiamo parlando di un grande couturier, ha ottenuto la consacrazione definitiva a Parigi. E mi permetto di esternare questo pensiero perché è stato lo stesso Giancarlo Giammetti a dirmelo.

Com’è cambiata l’alta moda in questi ultimi anni?
La couture si è molto evoluta tecnicamente. Ho osservato e studiato tutti i capi Schiaparelli custoditi in archivio insieme a Christian Lacroix, che mi ha mostrato come i tagli e le finizioni utilizzate allora oggi non sarebbero più accettabili. Dagli Anni Venti a oggi si sono perfezionate le tecniche; la couture ha raggiunto un livello di sofisticatezza ineguagliabile. Tutto è in eterno cambiamento, tutto è una sorpresa. La moda è ormai un mestiere maturo, mentre negli Anni Venti e Trenta esisteva da appena settant’anni.

Massimiliano Simone

Parigi // fino al 14 agosto 2016
Fashion Forward, 3 siècles de mode (1715-2016)
a cura di Pamela Golbin
LES ARTS DÉCORATIFS
107, rue de Rivoli
+33 (0)1 44555750
www.lesartsdecoratifs.fr

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Massimiliano Simone
Massimiliano Simone è nato ad Alessandria nel 1988. Ottenuto il diploma di Master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con un elaborato finale sulla gestione dei Musei di Strada Nuova di Genova, è attualmente dottorando in Storia dell’Arte presso l’Università Paris 8 Vincennes-Saint-Denis, in tutela congiunta con la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha collaborato con il Museo Civico d’Arte Antica di Palazzo Madama per l’allestimento della mostra “Affetti personali” e svolge ricerca per pubblicazioni scientifiche.