Non si fa mai finta di niente. I Kienholz alla Fondazione Prada

Con “Five Car Stud”, Germano Celant posa una nuova pietra miliare nella storia dell’arte. La grande installazione che dà il titolo all’antologica di Kienholz racconta il ritrovamento di un documento nascosto per quarant’anni.

Edward & Nancy Reddin Kienholz, Bout Round Eleven, 1982 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward & Nancy Reddin Kienholz, Bout Round Eleven, 1982 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio

Edward Kienholz (Fairfield, Washington, 1927 – Sandpoint, Idaho, 1994) è stato un precursore dell’assemblaggio e della cosiddetta funk art, tra gli Anni Cinquanta e Sessanta. Un movimento dedicato a raccogliere detriti e rottami da discariche e negozi di seconda mano per comporre agglomerati che, invadendo la griglia della quotidianità come estensioni tridimensionali del vero, la provocassero. La fustigassero con la resa plastica della repulsione, l’assopita coscienza sociale e l’ascesa della cieca, furiosa fiducia riposta nei confronti del capitalismo americano.
Ora la Fondazione Prada propone Kienholz: Five Car Stud. Il percorso a cura di Germano Celant estrapola e ri-contempla lavori di medie e grandi dimensioni – tra i quali la storica installazione che dà il titolo alla mostra milanese. Conglomerati esondanti di cose, composti da Ed Kienholz e, anche, dalla sua quinta e ultima moglie, Nancy Reddin Kienholz (Los Angeles, 1943). Con lei abbiamo parlato del lavoro della coppia.
Ogni volta che realizzavamo un lavoro”, ricorda Kienholz, donna dal pensiero tenace e dalla risata che contagia, “era come se scaricassimo al di fuori di noi stessi un enorme fardello, talvolta orribile, restituendolo a collezionisti, musei, gallerie. Un peso aggravato dai nodi dei pensieri, dalle nostre discussioni, delle ricerche compiute per trovarne le parti e anche dal tempo dedicato a sottrarre elementi”. Il concetto di assistere a un atto di sottrazione, nel processo di lavorazione degli assemblaggi di Ed e Nancy, potrebbe sembrare una sorta di contraddizione in termini, ma la realtà, nel loro mondo, sovverte l’intuizione.

Edward & Nancy Reddin Kienholz, The Caddy Court, 1986-87 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward & Nancy Reddin Kienholz, The Caddy Court, 1986-87 – Fondazione Prada, Milano 2016 – photo Delfino Sisto Legnani Studio

Ed mi ha insegnato ogni cosa che conosco dell’arte, dei suoi scenari e dei meccanismi che la regolano. Lavoravamo assieme ogni giorno e ogni ora. L’arte per lui era importante più di un figlio, come una creatura che continuava ad auto-generarsi e a crescere, al punto da sfinirlo”, prosegue l’artista. “Fin da subito, attraverso i nostri continui spostamenti, i viaggi da zingari durante i quali nemmeno noi sapevamo dove ci trovassimo, abbiamo capito che tutto quello che avevamo era quello che cercavamo, che producevamo, divertiti nel compiere tutto quel che capitava”.
Nel 1979 Kienholz dichiarò che tutto quel che aveva prodotto a partire dal 1972 in avanti sarebbe stato da ritenersi in piena collaborazione con Nancy, una fotoreporter, una giornalista che aveva conosciuto proprio in quell’anno a una festa a Los Angeles. “Ogni opera era il frutto del tempo passato assieme che tornava indietro, attraverso quel che avevamo visto alla televisione, attraverso la gente incontrata per strada o all’ultimo bicchiere di vino rosso che ci eravamo versati. Poi bastava fermarsi ed esclamare: ‘Ok, let’s try to make it visual’, e si rielaborava ogni suggestione fisicamente”.

Edward Kienholz, The Nativity, 1961 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward Kienholz, The Nativity, 1961 – Fondazione Prada, Milano 2016 – photo Delfino Sisto Legnani Studio

In mostra colpisce anche The Nativity (1961), un environmental assemblage che sposta la linea del tempo agli inizi di Kienholz, quando ancora Nancy non era entrata nella sua vita e quando i contemporanei di quella natività profanata – che al posto di San Giuseppe pone il peluche senza testa di un barboncino affumicato – erano Claes Oldenburg, Donald Judd, Dan Flavin e Robert Irwin. Sebbene resti del 1964 il primo vero bagno di folla e di critica di Kienholz, al LA County Museum of Art, quando venne esposto per la prima volta Back Seat Dodge ’38, rievocazione in scala 1:1, ri-ambientazione di una coppia di figure in pieno amplesso, sul sedile di una vecchia Dodge. “Attraversare qui, oggi, tutti questi lavori riuniti assieme”, afferma Nancy quasi commossa, poco al di fuori di Five car stud, “assemblaggi che non mi capitava di vedere talvolta da venticinque anni – a causa del fatto che fossero in collezioni pubbliche e private per me irraggiungibili – è stato come rivedere la casa dove sono nata. Non saprei come meglio descrivere questa sensazione. È incredibile riguardare ogni passaggio come fosse la prima volta”.

Edward Kienholz, Five Car Stud, 1969-72 - Fondazione Prada, Milano 2016 - photo Delfino Sisto Legnani Studio
Edward Kienholz, Five Car Stud, 1969-72 – Fondazione Prada, Milano 2016 – photo Delfino Sisto Legnani Studio

Il percorso, attraverso la sala dedicata alla potenza amara della televisione con Twilight home (1983), così come attraverso In the Bear Chair (1991), Surely Shirley (1992) e la celeberrima The Bronze Pinball Machine with Woman affixed Also (1980), termina con Five Car Stud  (1969-72) che, esposta per la prima volta alla Documenta 5 di Kassel, riproduce in dimensioni reali una scena di violenza razziale. Five Car Stud è rimasta nel deposito di un collezionista giapponese per quasi quarant’anni. Solo tra il 2011 e il 2012, dopo il suo restauro, è stata ripresentata al pubblico del Los Angeles County Museum of Art e del Louisiana Museum of Modern Art in Danimarca. Ora, parte della Collezione Prada, riappare per la prima volta in Italia.
Ma forse il muro di rifiuto più respingente, più imponente dell’intero percorso resta 76 J.C.s Led the Big Charade (1992–1994). “È forse l’ultimo lavoro che abbiamo realizzato insieme, prima che Ed se ne andasse”, confessa Nancy. “Non abbiamo fatto altro che tradurre ‘in cose’ una vecchia canzone da banda militare.  Abbiamo impiegato più tempo a trovare i 76 kids-wagon di cui è composta – carretti per bambini – che ad assemblare le icone di santi posizionate su ognuno di loro! Quanto sa essere banale, ripetitiva l’immagine di una religione senza spiritualità! Ricordo che viaggiammo, per comporlo, tra Guadalupe e Città del Messico, ma anche Fatima e il Portogallo, componendo allo stesso tempo una sorta di pellegrinaggio al contrario”.

Ginevra Bria

Milano // fino al 31 dicembre 2016
Kienholz: Five Car Stud
a cura di Germano Celant
FONDAZIONE PRADA
Largo Isarco 2
02 56662611
[email protected]
www.fondazioneprada.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/53770/kienholz-five-car-stud/

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.

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