Dak’art. Reportage dalla Biennale africana

Fra stazioni ferroviarie art déco, palazzi di giustizia invasi dalle crepe, musei d’arte tribale e passeggiate du Souvenir africain, la 12esima biennale del Senegal riunisce decine di mostre ed esposizioni. Sotto la supervisione del curatore svizzero Simon Njami.

Dak'art 2016 - Amira Parree
Dak'art 2016 - Amira Parree

BREVE STORIA DELLA BIENNALE DI DAKAR
La Biennale di Dakar, ovvero Dak’Art – Biennale de l’Art Africain Contemporain, è uno fra gli appuntamenti d’arte contemporanea più estesi d’Africa. La biennale nasce nel 1989 come progetto teorico; la manifestazione nel 1990 viene dedicata alla letteratura e l’edizione del 1992 alle arti visive. Nel 1993 la sua struttura viene modificata e la Biennale di Dakar del 1996 diviene una mostra specificamente dedicata all’arte contemporanea africana.
Nel 1998 la manifestazione si consolida e durante l’edizione del 2000 assiste a un grande cambiamento: viene eletto il nuovo presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, pochi mesi prima della data di apertura della Biennale. Per la prima volta sale al potere un nuovo partito politico dopo quarant’anni di monopolio dell’Unione Progressista Senegalese.

LE MOSTRE DELLA 12ESIMA EDIZIONE
Alla sua 12esima edizione (che ha inaugurato dal 3 al 6 maggio e che proseguirà fino all’11 luglio), la Biennale di Dakar è dedicata alla promozione internazionale dell’arte contemporanea africana ed è strutturata in un programma ufficiale chiamato IN e in un programma satellite, che esplora la città in sedi di piccole e medie dimensioni, chiamato OFF. Il programma della Biennale di Dakar è strutturato secondo tre principali esposizioni: quella internazionale, che presenta artisti contemporanei africani; a margine della 12esima edizione, è stata inaugurata anche la prima edizione del MADAK – Marché international de l’art de Dakar; e in ultimo le esposizioni individuali, omaggi e retrospettive che focalizzano l’attenzione su alcuni protagonisti dell’arte contemporanea.
Queste esposizioni sono affidate a curatori esterni che interpretano e arricchiscono il programma ufficiale, comprendente anche esposizioni di pubblicazioni, saloni di artisti non solo senegalesi, il salone dell’infanzia che presenta i risultati di laboratori e iniziative organizzate con le scuole, laboratori, visite guidate alle esposizioni da parte di operatori culturali e un programma di concerti e spettacoli che quest’anno, durante i giorni dell’opening, si sono tenuti, a partire dalle 21, all’interno della cornice dell’affascinante e ormai dismessa Gare Ferroviaire (ufficialmente, da quest’anno, Village du Biennale).

Dak'art 2016 - Kader Attia
Dak’art 2016 – Kader Attia

LA MOSTRA PRINCIPALE
Sulla traccia di una citazione, tratta da alcuni versi del leggendario presidente-poeta senegalese Léopold Sédar Senghor (Ta voix nous dit la République, que nous dresserons la Cité dans le jour bleu / Dans l’égalité des peuples fraternels. Et nous nous répondons) la 12esima biennale di Dakar ha presentato innumerevoli percorsi cittadini, attraverso quattro giorni di inaugurazione. E ha intitolato il suo percorso principale, curato dal critico d’arte svizzero Simon Njami, La Cité dans le jour bleu. La prima e più estesa biennale africana rende, nell’arco di otto settimane, la sterminata città di Dakar una rete difforme di luoghi espositivi. Regolarmente blindati e attraversati da guardie armate.
All’interno di un intricato meccanismo di selezione e dislocazione di artisti (quali Anne Historical, Kader Attia, Bili Bidjocka, Jems Robert Koko Bi, ma anche, fra gli altri, Folakunle Oshun e Hyppolite Sama) Njami ha proposto un percorso principale dalla spina visuale solida e dal livello narrativo in crescendo continuo. Una mostra che ha letteralmente frazionato in molteplici dimensioni i migliaia di metri quadrati in via di dismissione de L’ancien Palais de Justice.
Fra installazioni video, come la stanza dedicata a Mboya’s American dispositif di Samson Kambalu, e interventi a terra, come quello plasmato nella sabbia dall’egiziano Youssef Limoud, Maqam – opera vincitrice del Grand Prix Léopold Sédar Senghor –, si sono distinti progetti caratterizzati da un’elevata portata concettuale. Come le pagine poste a parete di Leçon d’ècriture del congolese Moridja Kitenge Banza, oppure il lavoro in loop di Bettina Malcomess, Echolalia.

Dak'art 2016 - Amira Parree
Dak’art 2016 – Amira Parree

PERFORMANCE E PERCORSI LATERALI
Tra le decine di artisti esposti, durante il vernissage si sono svolte performance continuative, rituali di coscienza, di Anna Mapoubi, che ha accolto i visitatori assieme ad artisti già storicizzati come Barthélémy Toguo, come la cupa Amira Parree e l’esorcizzante artista del Gabon Miriam Mihindou.
Al centro di una rappresentazione figurativa, frutto di una tradizione basata sulla trasmissione del sapere orale, si è riscontrato, all’opposto, un addensamento del linguaggio scritto, degli artisti de L’ancien Palais de Justice. Autori che hanno interpretato “lo spazio contraddittorio di una geografia fantasma, composta dalle nostre proiezioni e dalle nostre paure, così come dal quel che noi di questa terra riteniamo di sapere. Un territorio da attraversare con nuove lenti dell’arte”: così lo ha definito Njami.
A qualche centinaia di metri in linea d’aria, la seconda sede espositiva di Dak’art è il Musée Théodore Monod de l’IFAN. Qui i tragitti semantici di La Cité dans le jour bleu si dissolvono nei progetti curatoriali: dello spagnolo Orlando Britto, della brasiliana Solange Farkas, dell’italiana Valentina Levy, dell’indiano Sumesh Sharma e del coreano Sujong Song (senza dimenticare Breath’arts e le performance curate da Nadine Bilong).
L’intento è quello di mettere in mostra paesaggi valorali africani attraverso artisti europei, indiani, coreani e brasiliani intrecciando riverberi e specchio per un pubblico internazionale. Da ricordare, in questo ambito, il video di Aurelien Froment con Somnath Mukherjee e Ismael Thiam, così come, nel giardino esterno, la performance di Koffi Kwahulé et la Bande de Niaismans.

Ginevra Bria

www.dakart.net