Design e sperimentazione. A Miart

Che ci fa un oggetto di design da collezione in una fiera d’arte? E quale ruolo assolve all’interno del più vasto sistema design? Una conversazione con Domitilla Dardi, curatrice per il Design del MAXXI Architettura, in questi giorni in trasferta a Milano per presentare la sezione Object, che ha curato per l’ultima edizione di Miart.

Object, Miart 2016
Object, Miart 2016

Design e cultura dell’oggetto sono sempre più protagonisti nel panorama della creatività contemporanea. Lo dimostra anche Object, la nuova sezione di Miart, curata da Domitilla Dardi, che qui racconta la nascita e lo sviluppo di un progetto destinato a far parlare di sé.

Come è nata la tua collaborazione con Miart e con essa la sezione Object?
L’idea di inaugurare la presenza delle gallerie di design a Miart comincia con Vincenzo De Bellis. Già all’inizio della sua avventura, Vincenzo mi aveva contattato per coinvolgermi nel progetto e io avevo manifestato un po’ di scetticismo poiché non ho una formazione specifica nel mondo del design di collezionismo. La prima occasione che ho avuto di rapportarmi in maniera sistematica con questa realtà si è verificata due anni fa, con la curatela della collezione Delta di Formafantasma per Giustini/Stagetti Galleria O. Roma, esposta nella sua interezza a Miart. Non ho esperienza di fiere, quindi ho risposto a Vincenzo che avrebbe potuto trovare persone più accreditate di me. Lui invece ha insistito e alla fine mi ha convinto, dicendomi di essere stato in grado di dare un taglio riconosciuto a Miart grazie al suo sguardo da outsider. Credo che abbia avuto ragione lui, perché mi sono accorta che il famoso occhio vergine di cui parla Bruno Munari mi ha senz’altro aiutato a dare un segno di riconoscimento, un’identità, alla presenza del design in questa fiera.

Quale è stato il presupposto curatoriale che hai deciso di seguire?
Mi sono domandata quale può essere il senso di una sezione di design all’interno di una fiera d’arte che si svolge a Milano in questo momento preciso dell’anno, prima del Salone del Mobile, ma soprattutto a un mese e mezzo da Basilea. Che cosa trova il collezionista che va a Milano? Ho pensato che forse sarebbe stato interessante recuperare quella dimensione di sperimentazione di cui si comincia ad avvertire la mancanza sul versante del Fuori Salone, da qualche anno sempre più legato al momento della performance e dell’evento che alla ricerca vera e propria.

Object, Miart 2016
Object, Miart 2016

Perché, dal tuo punto di vista, l’industria ha in parte perso questa capacità?
L’industria deve minimizzare il rischio, questa è una tendenza avviata da almeno quindici anni, e lo vediamo con il fiorire delle riedizioni. Oggi, però, quel coraggio quasi folle di investire su una macchina-scatolina come poteva essere una Cinquecento o su una poltrona riempita di pallini di polistirolo come la Sacco non c’è più. O meglio, se c’è, deve essere comunque tutelata dalla firma, da qualcuno già accreditato dalla critica e della stampa. Il gallerista, al contrario, deve rendicontare solo a se stesso, ha tempi di gestazione più lunghi e porta avanti un’incredibile ricerca sulla prototipazione artigianale, che è poi il motivo per cui i costi dei suoi pezzi sono decisamente superiori. Come al solito, quando conosci tutta la filiera, capisci che il costo non è un capriccio e non rappresenta il desiderio di interloquire solo con una nicchia che si può permettere quella spesa: non si tratta di bollino di lusso, ma è davvero il riconoscimento di un lavoro estremamente complesso e coordinato.

C’è un mercato del collezionismo anche e soprattutto locale, italiano, che è pronto a ripagare questo sforzo imprenditoriale?
Senz’altro i galleristi tengono conto del loro pubblico e portano avanti le loro scelte, ponderando molto bene la ragione e il sentimento, l’istinto e la razionalità. Alcuni dei progetti che raccontiamo sulle riviste hanno delle storie che li rendono meravigliosi, ma un gallerista sa che alla fine l’oggetto deve vivere di per sé, deve essere autonomo anche rispetto alla sua storia, deve possedere una sua forza empatica e autonoma, non può essere iconicamente fragile. Nella dimensione industriale l’aspetto iconico c’è, ma c’è anche una necessità di maggiore versatilità dell’oggetto, che deve entrare in tanti contesti e realtà. Dal canto suo, il collezionista sa che può contribuire a un circolo virtuoso, che come un mecenate ha la possibilità di alimentare questo tipo di ricerca e lavoro.

Domitilla Dardi
Domitilla Dardi

Cosa vedremo in fiera?
Tutti i pezzi che saranno presentati a Miart hanno una funzionalità, una loro ragione di essere. Non dobbiamo pensare che all’interno di una fiera d’arte il design si trasformi necessariamente in una stranezza. Credo che questa sia una peculiarità delle gallerie che continuano a fare un lavoro serio nel tempo: produrre un design che deve uscire dalla galleria, entrare in una casa e assolvere uno scopo. Alla fine, nessuno vuole acquistare per la propria abitazione un pezzo da museo sul quale non può sedersi.

Quali sono le presenze che caratterizzano Object?
C’è una grande partecipazione italiana dal riverbero internazionale, insieme a nomi internazionali noti qui in Italia. Molti galleristi, inoltre, hanno deciso di presentare un ampio ventaglio di autori: il maestro di domani, dunque, può essere sia il giovane emergente sia un autore a metà carriera che si sta avvicinando o riavvicinando a questo genere di design o anche un nome del passato. Per fare un esempio, Luisa delle Piane, grande signora del design milanese, ha colto perfettamente questa dimensione mettendo insieme Giorgia Zanellato, giovane designer italiana conosciuta all’estero, e Andrea Anastasio, che ripresenta alcuni pezzi proposti in galleria all’inizio degli Anni Novanta. Al loro lavoro è affiancato un bellissimo pezzo di BBPR, che rappresenta Milano, la storia, qualcosa di eterno. Poi c’è qualcuno come Nina Yashar che mi ha davvero stupito per l’entusiasmo e la freschezza con cui si è affidata a un giovanissimo, Federico Peri, non particolarmente accreditato dalla stampa, sottolineando ancora una volta la sua grandissima capacità di talent scout. Abbiamo già citato Formafontasma con Giustini/Stagetti Galleria O. Roma. Poi ci sono alcune realtà molto interessanti, come la spagnola Machado-Muñoz, Nero, Dimore Studio e Luciano Colantonio, che hanno sviluppato un vero e proprio progetto di interior, proponendo una dimensione ambientale. Due presenze a cui tenevo tantissimo, Subalterno1 e Massimo Lunardon rappresentano i primi le istanze dell’autoproduzione, e il secondo la figura unica di artigiano che è al tempo stesso un gallerista editore. Ancora, ci sono le gallerie abituate a lavorare con il contemporaneo come Secondome e Camp Design Gallery, che sta facendo un bellissimo lavoro con Analogia Project. Non manca un’incursione nel settore del gioiello, rappresentato da Antonella Villanova. Infine, Patrizia Tenti creerà un doppio dialogo tra Nanda Vigo e Carlo Trucchi, che è una sua scoperta.

Object, Miart 2016
Object, Miart 2016

In questo scenario che valore assume il Design after design della XXI Esposizione Internazionale?
Sicuramente vuole tenere conto di realtà che vanno al di là del modello milanese, il quale rappresenta un patrimonio giustamente da valorizzare sebbene al suo interno sia necessario cercare delle conferme e delle deroghe alla regola. Per questo, Design after design è un modo per guardare oltre, per interrogarsi. Il modello milanese è stato vincente per anni, ma in tanti iniziano a domandarsi se dobbiamo continuare a sostenerlo o dobbiamo prevederne una sostituzione. Io credo che da un lato sia sbagliato perdere, per ansia di rinnovamento, ciò per cui si è stati vincenti e su cui si è formata la propria forza caratteriale: quello che ha fatto grande il design italiano legato al suo spazio geografico, la condivisione dei saperi, secondo me non deve essere troppo trasformato. D’altra parte, in questa epoca è necessario aprirsi a convivenze senza vederle come una tifoseria calcistica: se tifi una squadra, in un contesto diverso puoi tifarne anche un’altra.

Giulia Zappa

www.miart.it

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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.

2 COMMENTS

  1. Light box, neon, infrarossi, luci multimediali, suoni armonici, rumori assordanti, sedie capovolte , luci psichedeliche, elementi componibili , lampade eco sostenibili con energia alternativa, pannelli fotovoltaici ed altro ancora io ho realizzato le girandole.

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