Inpratica. Critica come fraternità (VI): Nero

Dopo Marta Roberti, Gian Maria Tosatti, Giuseppe Stampone, Paola Angelini e Cristiano De Gaetano, la nuova serie della rubrica Inpratica punta l’attenzione sulla ricerca artistica di Nero, tra memoria e presente.

Nero, Red Home China, 2015 - particolare - vecchio pollaio modificato, terra refrattaria smaltata, fango e merda cinese
Nero, Red Home China, 2015 - particolare - vecchio pollaio modificato, terra refrattaria smaltata, fango e merda cinese

Yet from those flames
No light, but rather darkness visible.

John Milton, Paradise Lost (1667-74)

Barbarie. Il mondo antico, con i suoi oggetti e le sue idee, non sarebbe sopravvissuto senza i riusi di generazioni successive disposte a distorcerlo, a montarlo con altre tensioni interpretative e altre lingue. La tradizione è sempre e comunque una traduzione, di quello che ci è accaduto.   
Come nella nostra vena migliore, Nero (Faenza, 1980) si appropria artigianalmente e genialmente di processi cristallizzati: così, con strumenti scarsi e inadeguati (e proprio a causa di questa scarsità e inadeguatezza), l’indagine riesce a sorprendere per profondità, per acume dolce e implacabile, perché si nutre di amore per l’esistenza e per l’esperienza. Da una parte la memoria, la storia, il passato (nostri e degli altri); dall’altra la solitudine endemica del presente, condizione spazio-temporale caratterizzata da una terribile, splendida inabitabilità.
Recupero, riuso.  
Questa è evidentemente una prospettiva post-apocalittica, posizionata dopo che la catastrofe si è compiuta: nutrita da una cura, da un’attenzione, da una curiosità per ciò che nasce e viene dopo. Una prospettiva che gestisce intelligentemente le macerie, assemblandole e conferendo ad esse nuova vita (= nuovo senso). Che, sulle rovine e sui rottami e sulle scorie del mondo precedente, traccia le modalità per raccontare e costruire un nuovo inizio.
Smontaggio. Decostruzione. Riduzione. Semplicità. Perché l’identità culturale italiana si fonda praticamente da sempre sulla piccolezza, sulla perdita, sulla povertà, sulla nudità – rivestite di strati e strati di magnificenza, di gloria, di sontuosa decorazione. Gli edifici, i testi, le opere d’arte, persino i dolci. Alla base c’è l’elaborazione – e la rimozione – della sconfitta.

Nero, ITTL#4, 2015 - particolare - travi da ferrovia recuperate, terra refrattaria smaltata, gomma industriale riciclata
Nero, ITTL#4, 2015 – particolare – travi da ferrovia recuperate, terra refrattaria smaltata, gomma industriale riciclata

La prima volta che ho conosciuto Nero (alias Alessandro Neretti) aveva uno strano zaino costruito a partire da una semplice scatola di cartone, che seguiva pedissequamente le dimensioni indicate dalle compagnie aeree low cost e che aveva un aspetto al tempo stesso neorealista e fantascientifico. Rivestito elegantemente di nastro adesivo argentato, corredato di due belle cinghie nere, era un oggetto davvero alieno: ho provato un’istantanea familiarità per quello zainetto, perché ne ho percepito la sostanziale e simpatica estraneità rispetto a quello che ci circonda. Lo zaino, così semplice ed efficiente, era portatore – e al tempo stesso riflesso – di un intero, nuovo sistema di valori.
Quello zaino è un’opera, come le altre che vedete (e con cui condivide il processo interno): un oggetto perfettamente funzionale, anche molto bello, che riesce contemporaneamente a capovolgere questa funzione e a far intravvedere il resto, ciò che abitualmente rimane fuori dai discorsi e dalla produzione di senso, ciò che sembra inutile a prima vista e che invece è essenziale. Raggiungendo così il nucleo, il cuore delle cose – e il loro retro misterioso – attraverso questa disposizione d’animo che è capace di unire l’utile al simbolico, al magico, al mistico: “I nostri corpi e il mondo intorno a noi sono come un display olografico. Sono abbastanza reali, ma non ci mostrano la causa delle cose. Il perché accadono è una questione di cui non potremo mai essere sicuri, guardando il display dell’universo. Ma dietro di esso, all’interno di esso, se potessimo vederci attraverso troveremmo la causa di tutto…” (Orson Scott Card, Ender III: Xenocidio, Editrice Nord, 1991, p. 331).

Nero, Work in progress, 2015
Nero, Work in progress, 2015

Nero sviluppa e materializza costantemente questa attitudine metafisica, senza alcuna supponenza né posa intellettualistica. Piuttosto, a me sembra da quando lo conosco – di persona così come nei lavori: e la fraternità, questa fraternità presuppone naturalmente una perfetta corrispondenza tra le opere e le persone, le loro facce i loro comportamenti i loro atteggiamenti il loro linguaggio i loro sogni – uno strano e piacevole incrocio tra alcuni dei protagonisti della beat generation (più Jack Kerouac e Neal Cassady, per intenderci, che non Allen Ginsberg o William Burroughs) con la loro ricerca ostinata e disperata della beatitudine, della libertà, e uno di quei personaggi dei cartoni animati giapponesi che guardavamo da bambini in cucina sulle tv locali, sempre sorridenti, capaci di tirare fuori idee e azioni sorprendenti a ogni puntata.
Ecco come mi sembra Nero: sano, beato, armonico. Un aggiornamento prezioso della metafisica italiana – questo spirito che attraversa da secoli la nostra arte visiva (cinema compreso) e la nostra letteratura, costantemente negletto rimosso represso ma che sempre ritorna, in forme diverse e talvolta irriconoscibili, insospettabili… – che toglie di mezzo i contorcimenti e i piagnistei per rimettere al centro dell’attenzione quello che è sempre stato l’obiettivo segreto del nostro costruire cose (e dunque anche opere d’arte) minute, ingegnose, resistenti, belle e ben fatte, severe e serie nella loro ironia, cose di cui aver cura. Vale a dire: immaginare e rendere visibile una dimensione che sembra sempre sul punto di voler sfuggire al tempo e allo spazio – di volersi porre impossibilmente al di fuori di essi.

Christian Caliandro

www.ovveronero.net

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).