Inpratica. Nuove noterelle sull’Italia

La cultura non ha più quasi nulla a che fare con l’esistenza concreta degli individui. Nulla a che fare con le esigenze profonde delle comunità e con le istanze dei territori, ma solo con le assurde pretese particolari di ceti minoritari. Come la mettiamo?

Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze, 1882-83
Telemaco Signorini, Mercato Vecchio a Firenze, 1882-83

I was your mind, you were my, my enemy,
You were mine, I was your, your enemy,
You would mind, I was you, your enemy,
You were mine, I was your en… aaahh
Nirvana, Hairspray Queen (1992)

Occorrerebbe fare uno studio antropologico delle facce che fa la gente italiana di fronte ai potenti: di fronte al potere. Cambiano istantaneamente, infatti, espressione. Gli italiani vengono colti da stupore e ineffabile dolcezza, che si diffondono sul viso con chiarezza impressionante, terrificante. Sono di colpo tutto un miele: se un attimo prima erano nervosi, scontrosi, rigidi, quasi ostili, tutti compresi del loro ruolo della loro qualifica della loro uniforme, incontrando il potente si sciolgono. La corazza evapora, ogni schermo si dissolve, e ritornano bambini davanti alla maestra. Imbarazzati, sorridenti, un po’ timorosi ma tutto sommato fiduciosi che il Potere avrà qualche sorpresina per loro, che se si comportano bene e fanno una buona impressione il potente potrà conservare questa impressione, come una lastra fotografica umana, ritenerla e usarla nel futuro. Se sono buoni, umili, pazienti; se condiscendono, se si dimostrano sussiegosi come sempre sono e sono stati – e questa è proprio l’occasione buona per farlo vedere, forse l’unica!… – allora qualcosa di buono, di miracoloso accadrà nelle vite loro e dei loro cari…

Particolare del presepe della Reggia di Caserta, seconda metà del XVIII sec.
Particolare del presepe della Reggia di Caserta, seconda metà del XVIII sec.

Molti pensano oggi di vivere in un mondo predeterminato, che segue un suo corso immutabile e prestabilito. Le decisioni passate ci hanno lasciato in eredità l’inquinamento, la spersonalizzazione e il disfacimento delle città; qualcuno ha preso decisioni per conto nostro e noi ne subiamo le conseguenze. Questo atteggiamento esprime un infantile e pericoloso rifiuto delle responsabilità…” (Michael Crichton, Il terminale uomo, 1972).
Un tema fondamentale, e per questo costantemente rimosso da ogni discorso sulla cultura, è quello legato al profondo classismo della società – anche culturale – italiana. C’è una barriera evidentissima, che impedisce di fatto in ogni modo ai ceti popolari (piccola borghesia; proletariato; sottoproletariato) di accedere ai mezzi di produzione della cultura, e anche a quelli che consentirebbero la sua fruizione (che poi, i due livelli in realtà si identificano: sono infatti la stessa cosa).
Ciò risulta piuttosto evidente (attraverso una minima osservazione antropologica dei codici di comportamento) nelle scene di “riconoscimento sociale”: sono tutti amici, bacini baciò, gli sguardi complici e teneri, quello è uno importante, uno che conta, è figlio di, marito di, voglio farmi vedere con lui e da lui, conosco suo padre. È tutto un individuarsi e un legittimarsi a vicenda: un riconoscimento reciproco. Se – caso rarissimo – si avvicina al branco uno che “non appartiene”, chi lo conosce, chi è, che vuole questo, fateci caso: scatterà immediata la freddezza, l’ostilità latente, l’esclusione: “Questo è un plebeo, un cafone: non appartiene al nostro club, non parla la nostra lingua. Puzza mentalmente e culturalmente. È troppo serio. Ma chi si crede di essere?”.

Kurt Cobain, collage per il retro di copertina di In Utero (1993)
Kurt Cobain, collage per il retro di copertina di In Utero (1993)

Questo ha avuto e ha ovviamente un impatto fortissimo, in termini di chiusura e di conservazione; nessuna prospettiva culturale autenticamente innovativa e trasformatrice è dunque possibile se il ceto di appartenenza di chi dovrebbe elaborarla, articolarla e diffonderla rimane uno e uno soltanto. I dispositivi di comportamento e di pensiero saranno sempre e comunque orientati, in un modo o nell’altro, solo e soltanto – al di là di ogni cambiamento di facciata – al mantenimento dello status quo, della condizione di privilegio e di esclusività (che individuano a loro volta l’esatto opposto del ruolo e della funzione della cultura).
Questa è una delle ragioni fondamentali per cui la cultura italiana ci appare oggi così inerte e distaccata dalla società, dalla vita delle persone e delle comunità. E come potrebbe essere altrimenti, se fin dall’inizio tutta la partita si gioca nei termini del posticino, della carrierina, del nido caldo da preservare, del bambino da cullare e dell’orticello da coltivare? Da tutto ciò, il 99% degli italiani sono assolutamente, irrimediabilmente esclusi: e se ne sentono legittimamente esclusi, allontanati. Conseguenza: la cultura non ha più quasi nulla a che fare con l’esistenza concreta degli individui, con le esigenze profonde delle comunità e con le istanze dei territori, ma solo con le assurde pretese particolari di ceti minoritari.

Paola Angelini, spring, summer, autumn, 2015, monotipo su carta
Paola Angelini, spring, summer, autumn, 2015, monotipo su carta

Inoltre, va ribadito con molta chiarezza un aspetto che dovrebbe essere ovvio, e che purtroppo oggi non lo è affatto (insieme a molti altri): una realtà sociale che non sappia garantire a tutte le classi sociali parità di accesso ai processi e agli oggetti culturali, ha fallito completamente la sua missione democratica: “Essi sempre umili / essi sempre deboli / essi sempre timidi / essi sempre infimi / essi sempre colpevoli / essi sempre sudditi / essi sempre piccoli, / essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo, / essi che si costruirono / leggi fuori dalla legge, / essi che si adattarono / a un mondo sotto il mondo…” (Pier Paolo Pasolini, Profezia, 1965).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).