Italian Area. Luca Rossi dà i voti agli artisti (M-P)

Vorrei aprire questa terza puntata con una citazione significativa. Nel catalogo di “Exit”, mostra sulla “giovane arte italiana” curata da Francesco Bonami nel 2002 presso la Fondazione Re Rebaudengo, Massimiliano Gioni definisce così i giovani artisti italiani: “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici – e allora ecco che di volta in volta si scoprono l’arte cinese, thailandese, messicana e scandinava -, ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con l’America, la Svizzera, l’Inghilterra, la Francia e la Germania”.

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007

Federico Maddalozzo
Una ricerca che ha un certo rigore postmodernista. Per molti aspetti didattica, ma misurata. Probabilmente troppo didattica. Affascinata dall’errore posto sul cavalletto asettico. Vive a Berlino. Senza polemica alcuna, sarebbe interessante capire se artisti come Maddalozzo trovino un sostegno da parte del mercato dell’arte contemporanea. Perché propone opere molto puntuali rispetto una certa tradizione modaiola dell’arte contemporanea.

Voto 5

Marcello Maloberti, Raptus (2009)
Marcello Maloberti, Raptus (2009)

Marcello Maloberti
Sviluppa con coerenza un linguaggio specifico, dalla temperatura tipicamente italiana. Dove alla maglia dell’Italia si accosta il melone e la radiolina; il tutto vicino al guardrail. Una sorta di caos controllato; un immaginario ben costruito, una sorta di Arte Povera colorata e fuori dalle righe. Ma meglio qualche anno fa. Il gioco può divertire, ma fino a un certo punto. Ultimamente a Roma propone una performance dove fa lanciare-distruggere decine di pantere nere in ceramica; e poi una performance-installazione al Padiglione Italia 2013: in entrambe le occasioni poco a fuoco, evanescente. Se si concentra sull’evento piuttosto che sulla composizione, il rischio è quello delle “cose a caso”. Senza la possibilità di reagire alla sovrapproduzione, e quindi subendola.

Voto 5

Miltos Manetas,  Blackberry Paintings, 2012
Miltos Manetas, Blackberry Paintings, 2012

Miltos Manetas
Manetas scompone e ricompone, con risultati alterni, l’immaginario tecnologico. Parla di un nuovo espressionismo, sul suo sito c’è tantissimo materiale, forse troppo; come d’altronde in generale su Internet: significativo. Significativi i suoi Black Berry Paintings, dove con un video del cellulare simula di dipingere la scena fissa che ha davanti. Altre volte si lascia andare a dipingere scene di ordinario uso  “tecnologico”, e quindi cavi attorcigliati, cellulari e gente che gioca ai videogiochi. Un percorso che parte dagli Anni Novanta con personaggi dei videogiochi ripresi in momenti marginali (tipo Super Mario che si siede e dorme). Ultimamente un progetto confuso a Milano. Forse troppe cose, alcune intuizioni interessanti, ma poi si ricade nei soliti modi e rituali. Appare confuso.

Voto 5

Domenica Mangano, CELKAP, 2013, Oil on paper
Domenica Mangano, CELKAP, 2013, Oil on paper

Domenica Mangano
Dalla Storia di Mimmo e altre opere che proponevano sguardi sulla sua realtà siciliana di provenienza, ne è passato di tempo. Oggi vive in Olanda, e il lavoro appare fortemente scollegato, privo di una linea definita. Ultimamente si concentra su singolarità del territorio e della cultura olandese. Anche in questo caso tutto potrebbe andare. Perché non l’emigrazione delle formiche rosse in Europa? L’artista appare come una sorta di “turista” che fotografa e approfondisce ciò che gli interessa. Un ruolo di artista che ancora una volta sembra perdersi in un relativismo paralizzante.

Voto 3

Eva Marisaldi, Grigio non lineare, 2010
Eva Marisaldi, Grigio non lineare, 2010

Eva Marisaldi
Propone una certa sensibilità specifica con partenza negli Anni Novanta. Partecipa alla Biennale di Venezia 2001, curata da Harald Szeemann. A mio parere, una vittima di un sistema Italia per nulla incline a stimolare, valorizzare e promuovere. Dopo gli Anni Zero, meno definita, seppure con una bella personale a Firenze presso Ex3 nel 2010. Esprime una sensibilità specifica (ultimamente si vede poco, a mio parere non ha abbastanza opportunità) e quindi un modo-atteggiamento-visione ben definito. Questo è quello che serve.

Voto 6-

Nicola Martini, Senza titolo, 2013
Nicola Martini, Senza titolo, 2013

Nicola Martini
Nel 2013 riveste una galleria di Milano con il bitume della Giudea. Estremamente affascinato dai materiali. Un certo minimalismo alla Carl Andre incontra un pizzico di informale (googlate “Carl Andre” per vedere una serie di opere che sembrano quelle di Martini ma leggermente più “pulite”). Ancora Giovane Indiana Jones, ma quantomeno rigoroso e coerente nella sua ossessione. Da una parte troppo contemplativo e dall’altra troppo debitore del materiale come feticcio da gestire in mille modi. In definitiva, una contemplazione del feticcio che rimane accademica e fine a se stessa. In questo modo si scivola nel pericolo Ikea Evoluta: “Come risolvo questa parete? Perché non con una colata di bitume della Giudea che compro in una galleria cool alla moda? Se no cosa metto? Boetti costa troppo”.

Voto 4

Andrea Mastrovito, Kickstarting - New York, 2014
Andrea Mastrovito, Kickstarting – New York, 2014

Andrea Mastrovito
Efficace quando usa il disegno come strumento e non come fine o come qualcosa da contemplare. Come per esempio, ultimamente a New York, dove fa disegnare “a pallonate” un grande wallpainting ai bambini di una comunità locale. Può fare di più.

Voto 4,5

Maurizio Mercuri, Happening in una Chiesa di Faenza, 2008
Maurizio Mercuri, Happening in una Chiesa di Faenza, 2008

Maurizio Mercuri
Anche lui, come Eva Marisaldi, vittima di un sistema incapace di stimolare, valorizzare e promuovere. Fosse stato inglese, forse oggi sarebbe osannato. Abile nel delineare anche lui una sensibilità specifica, sorella di quella della Marisaldi (non a caso di area bolognese e stessa classe di Marisaldi). Anche lui poche opportunità ultimamente. Sarebbe interessante coinvolgerlo maggiormente.

Voto 6 (sulla fiducia)

Sabrina Mezzaqui, Ciò che la primavera fa con i ciliegi, 2011, stampa a getto d'inchiostro su carta, ritagli
Sabrina Mezzaqui, Ciò che la primavera fa con i ciliegi, 2011, stampa a getto d’inchiostro su carta, ritagli

Sabrina Mezzaqui
Come per Stefano Arienti e Mario Airò, una certa manualità specifica, che in modo quasi amanuense riporta un certo atteggiamento poverista in cui il piccolo gesto, anche ripetuto ossessivamente, diventa delicata poesia. Anche se spesso una poesia troppo pretesa e cercata tende a spuntarsi. Il ritaglio e il riposizionamento dei libri sembra il dato più ricorrente. Poi, nell’opera che vedete, il titolo è preso da una poesia di Pablo Neruda e il gioco è fatto. Ancora troppo debitrice di una certa Arte Povera, fatta di piccoli gesti minimi su oggetti comuni come i libri. Alla lunga troppo evanescente. Ci pensa poi la blasonata Galleria Continua a tenere invece ben definiti prezzi e valori.

Voto 4

Marzia Migliora, Viaggio intorno alla mia camera, 2012
Marzia Migliora, Viaggio intorno alla mia camera, 2012

Marzia Migliora
Una cleptomania dell’arte contemporanea, capace sempre di adattarsi al “nuovo progetto” innalzando citazioni famose o pratiche ampiamente usate e abusate nel ristretto sistema dell’arte. Si fatica a percepire una personalità tra le opere, seppure sembra a un primo sguardo che ci sia un filo conduttore. Quel che resta è un preparato, e spesso ruffiano, artigianato dell’arte contemporanea. Tutto potrebbe essere, e quindi in definitiva non incidente.

Voto 3

Jacopo Miliani, StageFright, 2013, Performance
Jacopo Miliani, StageFright, 2013, Performance

Jacopo Miliani
Preparatissimo artigianato dell’arte contemporanea. Negli ultimi anni usa anche la danza, ma sempre connessa con installazioni preparatissime rispetto una certa sensibilità mainstream.

Voto 4

Mocellin+Pellegrini, Il più meraviglioso fiore del nostro albero genealogico - 2010
Mocellin+Pellegrini, Il più meraviglioso fiore del nostro albero genealogico – 2010

Mocellin+Pellegrini
Una lunga serie di opere che affrontano frontalmente la relazione a due, la coppia e la famiglia (in cui i due artisti sono loro stessi reali protagonisti). Per entrare nelle opere bisogna leggere lunghi titoli e alcune spiegazioni. Diversamente rimaniamo tagliati fuori, nel campo dell’intimismo “tutto loro”, dove comunque l’identificazione dello spettatore rimane a uno stadio superficiale. Sia esso uno stadio voyeuristico o di reale immedesimazione. Alla lunga questa retorica della relazione, anche se risolta in modalità più o meno originali, stanca e stucca.

Voto 3,5

Liliana Moro, Senza titolo, 2009
Liliana Moro, Senza titolo, 2009

Liliana Moro
Classe 1961, un lavoro che trovo evanescente e poco incidente, seppure spesso giocato con poche scelte precise. E un certo eclettismo. A mio parere sopravvalutata, si percepisce una certa sensibilità ma che si diluisce troppo in scelte eccessivamente eclettiche. Scollegate. Anche se consapevole, sfocia anche lei nel “tutto può andare”.

Voto 4

Andrea Nacciaritti, Untitled [our tribunes our rules], 2014
Andrea Nacciaritti, Untitled [our tribunes our rules], 2014

Andrea Nacciarriti
Se si leggesse il suo percorso fin dall’inizio, potremmo parlare di smart relativism: tante idee diverse che solo forzatamente trovano una linea comune e quindi la possibilità di definire un modo, atteggiamento-visione. Anche per lui si può parlare di artigianato dell’arte contemporanea. Il ruolo di artista sembra perdersi, e quello che fa la differenza (che dà valore alle cose) sembrano essere le pubbliche relazioni che ti invitano al dato progetto. Ultimamente chiamato in una delle tante residenze, questa volta in Marocco: ed ecco che l’artista, come solito, si integra nella comunità locale, parla, ride, scherza e pensa a un lavoro significativo per tutti. In questo caso usa il calcio (come recentemente anche Correale in un progetto similare) per riflettere su come nella comunità di riferimento siano stati perduti alcuni segni del passato. L’artista come “animatore” e attivatore, per poi però partecipare a una sovrapproduzione in cui ogni cosa si mimetizza e tende a perdere di significato (quindi la perdita della cosa che voleva indicare la perdita). Servono modi e atteggiamenti per reagire a questo, e non contribuire o subire questa sovrapproduzione in cui ci si perde.

Voto 4,5

Giancarlo Norese, The Ashley Formula, 2008
Giancarlo Norese, The Ashley Formula, 2008

Giancarlo Norese
Anche lui impegnato dagli Anni Novanta in una sensibilità che è essa stessa una forma di artigianato dell’arte contemporanea. Come fosse un virus diffuso che ha contagiato molti. Tanti interventi, sempre con un piglio da micro-situazionismo folle. Alla lunga restituisce una temperatura e un modo-atteggiamento. Anche se paga l’evanescenza e la disillusione Anni Novanta.

Voto 5

Alek O., If There is a Last Summer Morning, 2014 - Installation view. Photo Roberto Apa, Courtesy l’artista e Frutta
Alek O., If There is a Last Summer Morning, 2014 – Installation view. Photo Roberto Apa, Courtesy l’artista e Frutta

Alek O.
Nome perfetto per infondere subito un certo mistero interessante: Alek O. Anche lei un preparatissimo artigianato dell’arte contemporanea, giocato però con maggiore compostezza ed eleganza. E aiutato da utili pubbliche relazioni. Recupera vecchi tessuti da sdrai da spiaggia e propone forme geometriche; vecchi tessuti come delicati arazzi uniformi. La reiterazione di una certa sensibilità mainstream rischia di far scivolare tutto sul pericolo “Ikea evoluta”. Deve stare attenta, e cercare una compostezza che abbia massima personalità. Non facile.

Voto 5

Valerio Rocco Orlando, Personale è politico, 2011
Valerio Rocco Orlando, Personale è politico, 2011

Valerio Rocco Orlando
Ultimamente affascinato da una certa verve partecipativa e multilivello, dove l’artista diventa ancora una sorta di etnografo, antropologo, archeologo. Però con la tendenza verso una certa superficialità e banalità. Poi ogni tanto il neon sul muro, o il video multicanale con facce in primo piano che parlano, sicuramente in inglese. Anche lui prigioniero di una certa retorica e artigianato dell’arte contemporanea, che ha stancato in modi usati e abusati. Ma che ancora eccita terribilmente alcuni curatori e ristrette cerchie di addetti ai lavori. Questi giovani continuano a lavorare su citazioni e accadimenti per loro significativi, senza mai lavorare sul modo con cui lo fanno. Mentre oggi viviamo una sovrapproduzione che chiama modi per gestirla e non altra sovrapproduzione. Ovviamente tutto è salvo quando possiamo avvalerci delle migliori pubbliche relazioni. E quindi finisce che il neon che vedete sia nella collezione della Nomas Foundation di Roma. Mi chiedo su quali presupposti critici e a quale prezzo. Chissà.

Voto 3

Giovanni Ozzola, Dust Printemps France II, 2013
Giovanni Ozzola, Dust Printemps France II, 2013

Giovanni Ozzola
Anche lui pericolo Ikea evoluta altissimo, soprattutto perché sostenuto dalla blasonata e multi-sede Galleria Continua. Partito anni fa in modo più coerente, poi ultimamente uscito dal binario in una recente personale nella sede cinese della galleria. Improbabili campane con testo scritto a mano. Lastre di rame inciso che sembrano ossidate (perfetto per arredare casa in modo sofisticato). Conformarsi troppo alle richieste istituzionali della galleria rischia di portare a opere che sembrano originali soluzioni d’arredo. Soprattutto per un giovane. Se l’arte contemporanea può dare cento, perché fermarsi a tre o quattro? A mio parere si conferma un ruolo di artista debole. Anche in questo caso vediamo in opere recenti la fascinazione per una certa archeologia del passato, sia essa il feticcio o il codice ossidato dell’arte informale.

Voto 3,5

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007
Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007

Adrian Paci
Sviluppa coerentemente un certo modo-atteggiamento-visione delle cose, dove l’esperienza d’immigrazione personale diventa strumento per leggere oltre, senza diventare un logo opportunista.

Voto 6,5

Pennacchio Argentato, Set in the Same Universe, 2012
Pennacchio Argentato, Set in the Same Universe, 2012

Pennacchio Argentato
Un preparato mainstream internazionale incontra un buon artigianato dell’arte contemporanea, per soluzioni che procedono secondo lo smart relativism. Idee eclettiche che possono formalizzare, di volta in volta, ogni fascinazione e il contrario di ogni fascinazione. Rischio Ikea evoluta elevatissimo. Soprattutto perché in questo modo ci si mimetizza in una facile sovrapproduzione. Ma anche in questo caso le buone pubbliche relazioni salvano capra e cavoli. Ecco, potrebbero fare una mostra elaborando alla maniera di Moussoscope “capra” e “cavoli”. Proporre poi la mostra alla T293 sarebbe cool. E via andare.

Voto 4,5

Diego Perrone, Pensatori di buchi, 2002.
Diego Perrone, Pensatori di buchi, 2002.

Diego Perrone
Anche lui promessa Anni Novanta partito con un bel piglio che attualizzava la tradizione italiana fornendo un qualcosa in più. Ricordiamo il video Totò Nudo (2003) o la serie fotografica I pensatori di buchi (2002). Poi anche lui adagiato in una prevedibile fascinazione materica, fino ad arrivare a una vena di archeologia all’ultima Biennale di Venezia (2013). Anche lui Giovane Indiana Jones. Recentemente al Museion presenta una scultura di vetro, dove si è divertito a destabilizzare il processo normale di lavorazione. Anche in questo caso la riscoperta di una fascinazione per il dato scultoreo informale, per l’annessione dell’errore; per opere che sembrano abbracciare una certa retorica rassicurante e arrendevole: “Vi faccio un vaso ma lo faccio incasinando tutto. Però è un vaso, tranquilli”.

Voto 5-

Gabriele Picco, The Flag's maker, 2006
Gabriele Picco, The Flag’s maker, 2006

Gabriele Picco
Una certa ironia specifica che dal disegno passa al dato scultoreo con buoni risultati. Restituisce comunque un modo-visione-atteggiamento definito, anche se debitore di un certo mainstream internazional-concettuale. Forse qualche anno fa si è fermato anzitempo. Come diceva Jannacci: “Bisogna esagerare”.

Voto 5+

Cesare Pietroiusti, Quello che penso, quello che trovo, 2010
Cesare Pietroiusti, Quello che penso, quello che trovo, 2010

Cesare Pietroiusti
A volte ottimi guizzi di una certa sensibilità rigorosa Anni Novanta, ma che si riscalda di un fare creativo molto italiano. Forse a volte troppo scientifico e didattico. In ogni caso, molto a fuoco rispetto ad alcuni della sua generazione. Impegnato nello scomporre e nel destabilizzare alcuni rituali. Forse un po’ troppo impelagato in una sensibilità performativa Anni Settanta, ma spesso risolta con una freschezza che lo salva. Forse anche lui vittima di un sistema Italia deboluccio negli ultimi vent’anni.

Voto 6,5

Paola Pivi, What is my name, 2009
Paola Pivi, What is my name, 2009

Paola Pivi
Partita negli Anni Novanta con un certo piacere concettuale a un’esagerazione al limite del banale. Una sorta di Martin Creed mediterranea. Poi negli Anni Zero anche lei scivolata nello smart relativism, con scelte che messe insieme non presentano un quadro definito e pulito. Anche nel suo caso, sembra che le pubbliche relazioni possano giustificare e dare valore a tutto. Questo è molto grave. A mio parere può giocarsela meglio. Negli ultimi anni troppo confusa, o forse distratta.

Voto 4,5

Luca Pozzi, Làputa Pyramid, 2010
Luca Pozzi, Làputa Pyramid, 2010

Luca Pozzi
Affascinanti teorie scientifiche formalizzate in modalità grossolane. In questo caso l’artista-scienziato. Affascinato dal mondo della fisica e della scienza. Il rischio è sempre la banalizzazione pop, soprattutto se le soluzioni formali appaiono pretenziose, ma poco preparate. Potrebbe sicuramente fare di più.

Voto 3

Luigi Presicce, La custodia del sangue nella giostra dei tori, performance per uno spettatore per volta, accompagnato, Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, Napoli. 2012
Luigi Presicce, La custodia del sangue nella giostra dei tori, performance per uno spettatore per volta, accompagnato, Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, Napoli. 2012

Luigi Presicce
Partito con una pittura più prevedibile, poi passato alle fascinazioni simboliche dove troviamo alchimia, simbolismo, esoterismo, religione, tradizione popolare; un mix che risulta sempre, inevitabilmente “inconsueto” e strano. Ultimamente troppo debitore della dimensione teatrale, forse per coinvolgere maggiormente lo spettatore. Una sorta di Luigi Ontani 2.0. Efficace quando pensa alla performance per una sola persona, o per un solo bambino alla volta. Ecco il barlume di un modo che protegge da un fast-food indiscriminato.

Voto 4,5

Riccardo Previdi, Test (Yellow Flower), 2010
Riccardo Previdi, Test (Yellow Flower), 2010

Riccardo Previdi
Anche lui, come Pennacchio Argenato, un preparato artigianato dell’arte contemporanea, dove remixa e formalizza in modo mainstream codici del Novecento e fascinazioni del presente. Curioso e significativo che alcuni lavori del suo portfolio potrebbero essere scambiati per Pennacchio Argentato..

Voto 3,5

Luca Rossi