Dario Franceschini decisionista. Riorganizzazione al Ministero della Cultura

Finalmente un ministro della cultura che si distingue per attivismo. Ci voleva poco, è vero, ma questo ci sta sorprendendo, e bisogna darne atto. Una volta tanto è una bella novità. Franceschini è arrivato da pochi mesi e aveva sul tavolo un sacco di scadenze, le sta affrontando con puntualità e le sue risposte sembrano in linea con le aspettative. Nel senso non di dare quello che vogliono gli operatori, che magari sono legittimamente di parte, ma di metterci buon senso, di fare bene le cose, con la logica.

Dario Franceschini

La riorganizzazione del Ministero annunciata oggi, palleggiata per mesi dai predecessori di Dario Franceschini, che si erano adeguati alla moda dei grandi slogan, delle commissioni autorevoli e poi dell’immobilismo, è un altro bel segnale che questo ministro chiacchiera poco e fa molto.
Tre le grandi direttrici su cui val la pena soffermarsi: integrare il turismo alla cultura, fluidificare il funzionamento della macchina ministeriale e ripensare i musei.
Sul turismo finalmente si è preso il coraggio di accettare che è una delega regionale e che lo Stato deve a queste avvicinarsi. Quindi, la scelta di trasformare le direzioni regionali in segretariati amministrativi periferici (sebbene legata anche ad altre motivazioni, beninteso) se non assicurerà, perlomeno darà maggiori chance di dialogo e programmazione comune con gli enti locali (anche se per esperienza sappiamo che la prossimità non è garanzia di successo, ma almeno è un buon proposito). Anche il costituito coordinamento regionale dovrebbe svolgere il suo ruolo. Insomma, si parte bene.
Poi c’è il ripensamento delle soprintendenze come secondo goal di questa riorganizzazione. Si rispettano i tematismi scientifici, le si aggancia alle direzioni generali di competenza, si riserva il solo coordinamento amministrativo ai segretariati regionali.
Ma il vero coup de coeur è sui musei. Finalmente agli istituti, per ora diciassette, quelli con maggiore “identità” verso il pubblico, mi si passi quelli più “commerciali”, assumono una maggiore autonomia. Almeno nella scelta del driver, del direttore, che deve essere un dirigente, scelto se serve anche sul mercato.

La cerimonia per i vent’anni dell’Associazione Amici degli Uffizi
La cerimonia per i vent’anni dell’Associazione Amici degli Uffizi

Io sono anni che lo professo, l’ho scritto ovunque, non mi sono stancato di dirlo in decine di convegni: il big ben del museo c’è se si legittima. È questo può innescarsi se il suo direttore ha la responsabilità di far bene e di sbagliare, di essere “promosso” e di essere “bocciato”. L’occasione per il ministro è stata la revisione sulla numerosità dei dirigenti, come se il problema fosse il “quanto” e non il “come”, su cui avevo avuto modo di scrivere. Sembra che il ministro abbia colto bene l’opportunità offertagli dalla spending review, abbia fatto di necessità virtù, riducendo sì ma razionalizzando e non linearmente (come ci hanno amaramente abituato nel passato senza alcunissimo risultato positivo, forse quello di spendere ancor peggio quel poco che è rimasto).
Due ombre, perché nessuno è perfetto, anche se le cose buone ci piacciono e lo diciamo, che si rilevano solo perché non è chiaro da quanto al momento divulgato quindi tutto da verificare, e perché si tratta di aspetti strategici per la vera implementazione di questa riorganizzazione e sono: nell’autonomia anche finanziaria che avranno i diciassette poli, ovvero la cassa la possono gestire i direttori con efficienza o per cambiare due lampadine bisogna sempre fare il giro d’Italia? E poi, nell’efficacia della gestione delle risorse europee posta in capo al Segretariato: se quest’ultima soluzione garantirà una visione d’insieme della progettualità e quindi la possibilità di cogliere con efficacia tutte le opportunità che l’Europa ormai unico portafoglio di finanza pubblica, ben venga, altrimenti sarebbe stato opportuno pensare una DG apposita e magari portare la nuova “Educazione e ricerca” che sembra una funzione più di staff dentro il segretariato.

La soprintendente Maria Vittoria Marini Clarelli - photo S. Scafoletti
La soprintendente Maria Vittoria Marini Clarelli – photo S. Scafoletti

Come detto tante volte, sono le persone a fare la differenza. Il ministro ci sta incoraggiando perché sta facendo la sua parte, e in pochi mesi ha già fatto molto. Adesso tutto il mondo sotto di lui – dirigenti, funzionari, impiegati – devono dare prova di sé mostrando che riportare al centro le persone, dargli autonomia e fiducia si traduce in spendere meglio i soldi della collettività e rendere il miglior servizio possibile che questa si aspetta e si merita.

Fabio Severino

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_378112305.html

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Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).