Zeru Tituli

Vi eravate affezionati alla formula “testo di Marco Senaldi, illustrazione di…”, con un artista ogni volta diverso che ‘illustrava’ l’editoriale? Ebbene, si cambia, almeno per qualche tempo. Alcune uscite in cui sarà lo stesso Senaldi a proporre immagini fotografiche scattate da lui medesimo. E poi non è detto che si torni alla formula originaria.

Zeru Tituli - photo Marco Senaldi

Italia, XXI secolo. Le strade, le vie, i percorsi anche più secondari sono ricoperti di segni. All’assenza di segnaletica che ha dominato per secoli le strade degli uomini si è sostituito un eccesso semiotico, una bulimia di indicazioni che finiscono per sovrapporsi, per stratificarsi, o persino per cancellarsi reciprocamente.
In questa immagine, scattata nel marzo 2013 in una piccola via del dianese (provincia di Imperia, Liguria), si può vedere una caterva di segni che rimandano a cose completamente diverse e, in parte, contraddittorie. Pizzeria, divieto di sosta, nome della via, numero della provinciale, persino un orologio (e un vecchio seminascosto segnale di telefono pubblico) trovano posto in uno spazio angusto tra un angolo e una finestra.
In un contesto che è già di per sé sintomatico di squallore suburbano, tanta abbondanza semiotica risulta grottesca, rimpinzata malamente com’è di se stessa, al punto che sopra il divieto di sosta qualcuno ha finito per appiccicarci uno sticker. Quello su cui bisogna concentrarsi, però, è il segno più sublime di tutti, quello che in se stesso affermandosi si nega: lo zero. L’ipnotica ellisse sul cartello bianco oltrepassa tutti gli altri. È il più recente, quello che copre quelli più anziani, più timidi, più semplici, che al suo cospetto, proprio nel tentativo di “dire qualcosa”, retrocedono, soccombono. Lo zero – presumibilmente il km 0 della provinciale 82 – che razza di indicazione sarebbe? A chi può interessare questa informazione perfettamente superflua? E poi, cosa pensare del fatto che il cartello con lo zero sopra oscuri parzialmente l’unico cartello con l’indicazione veramente importante, quella che segnala il paese dove porta quella strada?

Mai più senza
Mai più senza

A questo punto potremmo farci due risate, come accadeva ai bei tempi della satira di sinistra, i tempi de Il Male con la rubrica “Mai più senza” e le foto delle insegne più stupide, dalla Pizzoteca al negozio di scarpe Mascarpone e via rimbecillendo. Ma si capisce subito che qui non è così. A parte l’orologio, la pizzeria e il telefono, i quattro cartelli che si affollano nello spazio ristretto dell’angolo sono segnali ufficiali: uno di divieto si sosta, uno con il nome della via, un altro con l’indicazione del paese più vicino e l’ultimo con il numero della provinciale e l’indicazione del chilometro. I cartelli singolarmente sono anche logici: è folle il loro sovrapporsi. C’è dunque una logica in questa follia? E se sì, quale? Il cartello con lo zero deve essere arrivato lì per un ordine superiore, approvato da una gerarchia, avallato da un qualche atto burocratico e poi messo su da un qualche operaio, nello spregio evidente, reiterato, plateale di ogni possibile buon senso, visto che oscura proprio il segnale di indicazione più importante. Ma indignarsi è sufficiente? E se il buon senso non bastasse? E se proprio quello zero fosse, anche visivamente, una specie di “sintesi” giottesca del fatto che già quel coacervo di cartelli, segni, indicazioni, tracce, parole, numeri era un disorganico disastro che andava in qualche modo “negato”? Impossibile sapere se un simile altissimo sentimento sia passato per il cervello degli amministratori provinciali imperiesi (anche perché, già mi sento fischiare le orecchie alle repliche super-(in)sensate dell’Amministrazione locale che, alla lettura di questo pezzo, riuscirà a inventarsi una qualunque ragione per la quale quel cartello lì doveva proprio esserci…).
La parziale inefficienza del buon senso nella condizione storica odierna potrebbe aprire la via a riflessioni molto serie, o anche molto tristi, ma forse va accettata olimpicamente per quello che è. Se il buon senso non ha più senso, perché non fare appello al contro-senso? Non è all’assurdo, al nonsense, all’inverosimile che ci avrebbero dovuto abituare gli artisti moderni? E non è qui che risiede la vera sfida dell’arte contemporanea, se essere un ennesimo segno che va ad aggiungersi al caos informe della semiosfera, oppure se distaccarsene e tentare di offrirne un veritiero ritratto?

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #13/14

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.