E sul cucuzzolo sbocciò un museo. Targato DC

Quasi al termine della seconda edizione, Dolomiti Contemporanee porta a casa un bel successo. Gianluca D’Incà Levis, ideatore e curatore del progetto, ottiene uno spazio stabile dall’amministrazione. Un’ex scuola, abbandonata dopo la tragedia del Vajont, che diventa un Centro d’Arte Contemporanea. Lo abbiamo incontrato e, attraverso le sue parole, vi raccontiamo questa esperienza vertiginosa.

Nuovo Spazio di Casso

Vulcanico, appassionato, tenace. Questi i primi aggettivi che potrebbero venire in mente pensando a Gianluca D’Incà Levis. Da due stagioni il curatore bellunese, classe ’69, porta avanti un progetto concepito all’ombra delle vette dolomitiche, con quel suo amore antico e granitico per la montagna: scalarla, osservarla, studiarla, conoscerne le insidie e le meraviglie. Esserne complice. Per possederla ma anche per riuscire a domarla, consapevoli del rischio che si corre ogni volta che il passo si stacca dal suolo, sfidando la gravità.
Gianluca è uno scalatore. Uno che in quei posti c’è nato e cresciuto. E la sua dedizione per il paesaggio montano non poteva che sposarsi, a un certo punto, con quella per l’arte contemporanea. Dolomiti Contemporanee, alias DC, arriva nel 2011 con la formula del campus, spazi utilizzati come residenze per artisti, ma anche come luoghi di produzione e promozione: laboratori e ambienti espositivi, dove progettare ogni estate un corpus di mostre, affidate a diversi curatori.
Nelle distese rigogliose del massiccio montuoso iniziano a prendere corpo immagini impreviste, storie che nessuno aveva raccontato mai. Un dono offerto alla montagna stessa, alla sua gente, ai cieli freddi in cui si specchiano le praterie assolate. E sono tutti spazi rigorosamente dismessi, scippati alle comunità dall’usura, dalla dimenticanza, dalla catastrofe, da una semplice impasse finanziaria. Spazi che, per una specie di effetto germinativo non calcolabile, dopo l’incidente creativo hanno preso a produrre, daccapo. Un risveglio improvviso. Quasi potesse bastare, in fondo, riaccendere un faro, ridestare l’attenzione e la memoria delle persone, mettergli sotto il naso il valore che certi posti hanno, come un potenziale imperituro. E in realtà sì, questo è bastato. Le mostre nelle ex fabbriche di Sass Muss e di Taibon hanno semplicemente ricordato, a qualcuno, che pur essendo spenti, coperti di polvere, cancellati da una rimozione collettiva, quei luoghi non erano scomparsi. Ed erano ancora bellissimi.

Nuovo Spazio di Casso – allestimento di Bilico

Ci racconta D’Incà Levis: “A Sass Muss, quando siamo andati via dopo tre mesi di attività intensa, il sito è ripartito. Da vent’anni lì era tutto fermo. Le transazioni commerciali hanno ripreso grazie al fatto che abbiamo mostrato un sito dimenticato a migliaia di persone. Un sito che non aveva solo potenzialità espositive, ma era “totipotente”. Bastava focalizzarlo. Stesso discorso vale per l’arte, che è totipotente se riesce a innescare altri meccanismi, a smuovere un’inerzia produttiva decennale. Diventa ultra-artistica. Stessa cosa sta succedendo quest’anno a Taibon. Il Blocco, in cui viviamo da due mesi, fino al 4 agosto era una fabbrica chiusa da dieci anni. Ora due degli spazi che abbiamo recuperato sono stati affittati. Quando usciremo noi entreranno delle attività commerciali. Su altri quattro spazi ci sono trattative commerciali avviate”.
Il rapporto col mondo del lavoro e della produzione, del resto, è stato forte fin da subito per il progetto DC. Che è nato anche grazie al supporto delle fabbriche locali, degli artigiani, dei lavoratori del bellunese, che hanno sostenuto ma soprattutto collaborato: fornendo materiali, attrezzature e partecipando alla fase di realizzazione delle opere. Dolomiti Contemporanee si radica nell’idea di operosità, di azione, di cooperazione.
Questo rapporto con le “aree potenziali-depotenziate”, aggiunge Gianluca, “può diventare una base d’apertura per progetti non solo artistici. Il sistema produttivo è interessato. Confindustria è interessata. L’arte, se c’è un progetto, può effettivamente portare un contributo rigenerativo. Se un progetto non c’è, probabilmente, non è nemmeno arte”.

E il lavoro duro è stato, alla fine, ricompensato. Non solo con la soddisfazione di vedere decollare una creatura tutta propria, ma anche in termini di continuità e radicamento. Gianluca D’Incà Levis, da adesso, ha un posto stabile dove continuare a progettare, a investire, a raccontare storie.
Sulle Dolomiti sorgerà un Centro d‘Arte Contemporanea e ad accoglierlo sarà l’ex scuola elementare di Casso, uno dei due paesi del Comune di Erto e Casso, in provincia di Pordenone. Qui, nell’aria già frizzante di settembre, inaugura una collettiva dal titolo Bilico, nuova mostra di “DC Next 2”, seconda edizione di “Dolomiti Contemporanee”. E qui, l’amministrazione comunale ha deciso di accettare la proposta: aprire un museo, nel cuore della montagna. E non lasciare che DC sia solo una euforica parentesi nelle estati che si avvicendano, incerte.
Anche in questo caso si tratta di uno spazio abbandonato. “L’edificio è chiuso dal 9 ottobre 1963”, racconta Gianluca. “Data tragica e fatidica: quel giorno, dal versante opposto della valle, venne giù la frana del Monte Toc, che causò il disastro del Vajont. 260 milioni di metri cubi di roccia scivolarono nell’invaso della diga sottostante. L’onda di risalita arrivò a lambire l’abitato di Casso, danneggiando la scuola che fu chiusa e che da allora non è stata più aperta”.
Un mese fa Comune e Regione terminano il cantiere per il recupero del fabbricato, affidato all’attento lavoro dell’architetto Valentino Stella: la vecchia scuola è divenuta un’architettura contemporanea. In tutto 4 piani, ognuno di 200 metri quadri, con grandi finestre, una copertura metallica di stampo modernista e una passerella sospesa “che prospetta sul Monte Toc, slanciandosi verso il segno indelebile della frana”.

Casso – cavedio in facciata – foto Simone Osta

Tutto trabocca di emotività, da quelle parti. Le tracce del cataclisma bruciano, il silenzio è saturo di rumore. L’eco del grande disastro non si spegne e non si spegnerà. Oggi Casso è un paesino disabitato, una ventina di anime appena, case di pietra coi tetti d’ardesia e il lutto della disgrazia a scandire il tempo. La nuova architettura appare come una presenza luminosa, “una macchina anomala inserita in un contesto supercaratterizzato, delicato, speciale: in bilico tra segni esasperanti e un ambiente formidabile, tra il presente e il passato, il Veneto e il Friuli, la memoria e la necessità di un movimento, che manca”.
Cosa ne sarà di questo spazio? Che piani ha in mente il suo primo direttore? “Più che chiamarlo Museo vorrei chiamarlo Motore. Non si vuole costruire un luogo ripiegato su se stesso, o una terrazza contemplativa, ma uno spazio aperto e volto all’esterno. Quest’area è ancora segnata dalla tragedia del ’63. Il Vajont, dopo aver ucciso chi c’era, ha imprigionato chi è rimasto. Attivare uno spazio propositivo, di ricerca, non è facile in un contesto tanto delicato. Ma l’idea è la stessa che ha originato Dolomiti Contemporanee: aprire ciò che è chiuso. Servono azioni, input, rinnovamento. Altrimenti rimane solo la morte, le tracce della morte, l’eco della morte”.
Una sfida tosta. Ed esaltante. Mettere a tacere il passato, assottigliarne l’ombra, puntando tutto sull’energia di un orizzonte nuovo: non più quello della montagna crudele, venuta giù a spazzare via la quiete e la possibilità di un domani, ma la linea di un paesaggio proiettato in avanti, costellato di sfide. Si lavora per restituire il senso del futuro a un luogo che non riesce a metabolizzare il passato.
Le risorse finanziarie che sosterranno macchina? Miste, secondo un modello già sperimentato in loco. “Il sistema è quello che utilizziamo abitualmente. Strutturare un’architettura di rete, facendo dello spazio un’area di contatto, capace di innescare rapporti produttivi tra le istituzioni e le amministrazioni, il privato, le industrie, la socialità. La differenza, rispetto ai nostri cantieri ‘impermanenti’ è che qui una parte dei costi sarà coperta da un budget a bilancio”.

Il Nuovo Spazio di Casso – foto S. Pasquali

I primi destinatari di questa nuova avventura saranno, per forza di cose, le comunità dei residenti. “Dolomiti Contemporanee” ha già mosso un primo passo nella direzione giusta. Che è quella del coinvolgimento: non essere stranieri in una terra propria, ma porgere alla propria terra un racconto, un’immagine differente. Con delicatezza, con intelligenza. “I luoghi che individuiamo sono simili. Tutti abbandonati, decentrati. Sempre a ridosso di piccoli paesi, nelle Dolomiti. Realtà per nulla avvezze al contemporaneo“. Gianluca conosce questa gente e ha tutta l’intenzione di edificare il suo Museo della Montagna senza dimenticarsi dei loro sguardi, delle loro remore, della loro fiducia concessa con discrezione. Diffidenza e scetticismo? Ci saranno, è normale. “Ma molte delle naturali resistenze poi cadono. Si intrecciano rapporti, ci si conosce. Una delle mostre che stiamo realizzando per il secondo ciclo di Taibon, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, è incentrata su questo. Artisti che entrano in confidenza con gli abitanti, li conoscono, li leggono, li ritraggono, entrano. L’arte non è un prodotto alieno. È un prodotto d’integrazione, sempre e comunque”.
E in un Paese che vive lo scoramento e la fatica di una crisi spietata, la notizia di uno spazio che nasce non può che provocare letizia. Una voce contro, in un mare di catastrofici esiti o previsioni. Chiusure, commissariamenti, fallimenti. Per fortuna, da qualche parte, la musica è un’altra. Adesso per Gianluca c’è solo da giocarsela. E sarà una sfida in salita, naturalmente. Ma la gente di montagna non ha paura di misurarsi con l’altura e il precipizio. Staccando il passo dal suolo, la cima è tutta da conquistare e la verticalità resta, in primis, una condizione interiore.

Helga Marsala

“Bilico”
a cura di Gianluca D’Incà Levis
artisti: Matteo Attruia, Michele Bazzana, Ludovico Bomben, Luca Chiesura, Dimitri Giannina, Ericailcane, Gabriele Grones, Kabu, Tiziano Martini, Il Moro e il Quasi Biondo, Derek Rowleiei, Mario Tomè, Jonathan Vivacqua
Ex Scuola Elementare di Casso, Pordenone
opening: 15 settembre 2012, ore 17
fino al 28 ottobre 2012

www.dolomiticontemporanee.net

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.