Cervelli che fuggono, braccia che arrivano

A proposito delle dinamiche migratorie che riguardano i giovani nell’Italia degli inizi del XXI secolo, si parla sempre di “fuga dei cervelli”. Ricorrendo a una formula certo d’effetto, ma che non inquadra correttamente il fenomeno e anzi ne coglie soltanto una metà.

Heather Parisi

L’espatrio di ragazze e ragazzi altamente qualificati, in cerca di un posizionamento consono sul mercato del lavoro o nel settore della ricerca, oppure che vanno all’estero per compiere o completare i propri studi, rappresenta senza dubbio per il Paese un grave danno, specialmente considerando le proporzioni da esodo che la fuga va assumendo. Ragazze e ragazzi che scelgono di studiare, vivere e riprodursi in un altro Paese, perché il loro non li mette in condizione di farlo entro i confini patrii, o anche per spirito di scoperta e di avventura. Prima e più che “cervelli”, soprattutto giovani. Giovani pronti a immettere nuova linfa nei luoghi in cui si stabiliscono, drenandola fatalmente dal loro sempre più rinsecchito Paese d’origine.
Nelle capitali europee in cui spesso si trasferiscono, i nostri migranti vengono in contatto con altri giovani, sia locali, sia, come loro, in fuga: tanti da Paesi in difficoltà come il nostro (dalla Spagna, soprattutto), ma molti anche da Stati che se la passano meglio, come la Francia o i Paesi Scandinavi. Mossi, questi ultimi, non solo e non tanto da necessità economiche, quanto dalla volontà di cambiare aria, imparare un’altra lingua, stufi di mangiare sempre e solo smoerrebroed. Ecco emergere quindi i primi aspetti che un’espressione così drammatica e sinistra come “fuga dei cervelli” tende a mascherare: non si tratta solo di un fenomeno italiano (benché sia da noi più accentuato che altrove). All’interno del fenomeno c’è anche qualcosa di positivo: così come immettono linfa nei luoghi di destinazione, i giovani assorbono per vie molteplici nuove energie e allargano i propri orizzonti mentali.

Francesco Petrarca

D’altra parte quella dell’esportazione di “cervelli” è sempre stata una specialità italiana: ben prima dell’emigrazione di massa otto-novecentesca, valicarono le Alpi e solcarono i mari artisti, maestranze specializzate, letterati, che diedero un fondamentale contributo alla diffusione in tutta Europa delle conquiste che nel campo delle arti e delle scienze si andavano facendo a Firenze, Venezia, Roma, Milano. Una compagine d’élite di cui fecero parte, tra gli altri, Francesco Petrarca, Giovan Battista Lulli poi divenuto Jean Baptiste Lully, Domenico Scarlatti e Giovan Battista Tiepolo (che morirono entrambi a Madrid), gli architetti degli Zar Francesco Bartolomeo Rastrelli e Giacomo Quarenghi. In parte emigrati per problemi occupazionali non molto dissimili da quelli odierni (cfr., a proposito dei pittori veneti espatriati nel Settecento, F. Bonazzoli, Dipingevano lo splendore ma vivevano da precari, Corriere della Sera, 25 novembre 2011).
Solo che un tempo, mentre questi giganti partivano, molti altri di pari levatura rimanevano, e non mancavano prestigiosi apporti esterni. Oggi le cose stanno diversamente, ed eccoci al punto centrale che l’ossessivo ricorso alla formula “fuga dei cervelli” finisce per nascondere. L’Italia non riesce a essere, né vuole essere, un luogo attraente per i giovani, più o meno “cervellotici”, di Paesi simili al nostro (europei in primis). Non riesce con gli arrivi a compensare le partenze. E d’altra parte, come potrebbe essere altrimenti? Chi mai verrebbe a piantare le tende in un Paese in cui si guadagna poco e si spende molto, dove lo Stato sociale è ormai un ricordo, il mondo dell’informazione e della cultura è in mano a pochi gruppi chiusi, le opinioni del capo di una setta religiosa de facto minoritaria hanno un rilievo spropositato?

Nicolas Poussin

Se entrassero in Italia un bel po’ di giovani preparati, curiosi, intellettualmente dinamici, la partenza di alcune delle nostre menti migliori non sarebbe vissuta come un dramma; così accade in quei Paesi che fanno import/export di “cervelli”. Noi invece esportiamo “cervelli” ed importiamo “braccia” (tanto per restare nella metafora anatomica e ricorrere a un termine orribile che ben fotografa una realtà di sfruttamento).
Sappiamo bene che una volta non era così: lasciando da parte tutti coloro che nella Penisola ci sono venuti a studiare (iscrivendosi ad una università o dedicandosi al viaggio di formazione per eccellenza, il Grand Tour), è lunga la lista di artisti e intellettuali che si sono stabiliti nel nostro Paese, traendone ispirazione e arricchendone la vita culturale. Che cosa sarebbe la cultura italiana senza Nicolas Poussin, Jusepe de Ribera, Johann Joachim Winckelmann, Ferdinand Gregorovius, Bernard Berenson? Chi abbiamo noi oggi da opporre a questi nomi? Magdi Cristiano Allam? Heather Parisi?
Naturalmente, perché l’Italia torni a essere seducente occorrerebbe una rivoluzione: un crollo verticale di affitti deliranti, più risorse e più spazio alla ricerca, anche semplicemente un clima meno stagnante e più aperto all’innovazione. Va da sé che anche l’espatrio dei nostri giovani ne risulterebbe ridimensionato.

Domenico Scarlatti

Si guarda tuttavia sempre a un solo lato della medaglia, alla “fuga dei cervelli” nostrani. Di attrarre bravi giovani dall’estero non se ne parla, al massimo di far rientrare chi se n’è andato. Si potrebbero scorgere in questo spiacevoli accenti nazionalistici: quasi che si preferisse un ottimo biologo di razza italiana a un biologo straniero parimenti preparato che vive e opera in Italia. O forse, semplicemente, si tratta della riedizione dell’eterno grido di mamma che depreca l’allontanamento del “suo bambino”. La grande madre italica rivuole i suoi, di bambini, non le interessa avere i figli di altri attaccati alla sua gonna.
Giustamente, si sottolinea il paradosso di uno Stato che investe risorse nella formazione di un individuo che poi va a lavorare all’estero, “per la concorrenza”. Bene, mettiamoci nell’ottica di iniziare a “soffiare” individui formati da altri Stati (non per forza peggio di come lo sarebbero stati da noi). Solo così i nostri giovani più svegli, i “cervelli” d’importazione e i tanti giovani che già arrivano, per vie pericolose e indegne di una Nazione civile, potranno tutti insieme contrastare il sempre più asfissiante invecchiamento, biologico e mentale, del Paese.

Fabrizio Federici

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.