Arte Povera, piatto ricco

Otto mostre, altrettanti musei, sette città. Parte da Bologna, il 23 settembre, l’autunno di Germano Celant, con una grande celebrazione del movimento italiano, tanto amato all’estero. Da Artribune, istruzioni per l’uso e qualche riflessione prima di cominciare. Mentre lunedì, alla Gnam di Roma, si presenta l’intera kermesse.

Pier Paolo Calzolari - Senza titolo (mortificatio, imperfectio, putrefactio, combustio, incineratio, satisfactio, confirmatio, compositio, inventio, dispositio, actio, mneme) - 1970-71 - photo Paolo Pellion

Arte Povera, finalmente. Annunciata alla Triennale un anno e mezzo or sono, con uno schieramento di forze non indifferente formato dai direttori dei principali musei italiani, parte a settembre la grande mostra dedicata al movimento, nell’autunno dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il contesto è senz’altro diverso: sono trascorsi solo diciannove mesi, ma sembra una vita. Una vita in cui il mondo della cultura è stato sacrificato in nome di una ripresa che, senza cultura, non avverrà mai. Ma cominciamo dall’inizio. Risale all’anno 1967, quando alla Galleria La Bertesca un giovanissimo Germano Celant progetta la mostra Arte povera Im Spazio, la prima dove compare l’espressione che renderà il movimento uno dei capisaldi dell’arte e della cultura italiana a livello internazionale. Il passo avanti sta nella definizione: Celant e i “poveristi” si erano misurati insieme nella proposta critico-artistica che ne consacrerà la fama,  già, ad esempio, a Torino l’anno precedente da Sperone.
Malgrado l’eroico avvio, Genova, città che peraltro dà i natali a Celant, non è tuttavia fra le tappe del percorso “italico” che  inaugura a Bologna, al MAMbo, il prossimo 23 settembre, e attraversa lo stivale nelle due direzioni contrapposte. Sarà a Roma, al MAxxi e alla Gnam, a Rivoli, nel suo Castello, a Milano, in Triennale (che, insieme al museo torinese ora sotto il fuoco delle polemiche, coordina tutta l’operazione).  Si prepara, inoltre, al Madre di Napoli, nonostante le preoccupazioni iniziali.  Il 15 settembre, Eduardo Cicelyn ha dichiarato, infatti, al Corriere della Sera, pagina locale: “Vorremmo rassicurare artisti, collezionisti, prestatori e curatori che il pericolo di una cancellazione della mostra è al momento del tutto inesistente. E ha proseguito: “Le dimissioni del comitato scientifico sono giunte certamente inaspettate, ma l’approvazione del progetto espositivo da parte del professor Ficacci e di sir Rosenthal non è venuta mancare, per iscritto e con toni peraltro entusiastici. Dei costi (davvero bassissimi) della mostra sono stati informati a suo tempo sia i gestori dei servizi museali che hanno collaborato alla stima dettagliata, sia il Cda oggi dimissionario. Non si vede perché il futuro Cda dovrebbe negare l’autorizzazione alla spesa, che è parte minima del budget già formalmente assegnato dalla Regione Campania alla Fondazione per la gestione e per le mostre. Né il vecchio Cda ha mai preteso di avere, né a quello nuovo potranno mai essere assegnati poteri d’interdizione sulla programmazione culturale dell’ente, determinata secondo statuto dalla direzione generale e dal Comitato scientifico. Si aggiungono, infine, due tappe agli antipodi, non previste, o almeno non comunicate nel corso della famosa conferenza stampa triennalesca: la Gamec di Bergamo e il Teatro Margherita di Bari.

Jannis Kounellis - Senza titolo - 1969 - coll. Margherita Stein - photo Paolo Pellion

Gli artisti protagonisti saranno, com’è ovvio, Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio e spesso, come a Rivoli, saranno messi a confronto con ciò che avveniva nel frattempo all’estero.
Cominciamo con le note positive: troviamo davvero molto interessante la doppia curatela, che affianca al critico genovese i direttori dei musei nei quali le singole mostre si svolgono. All’estero direbbero challenging. Il confronto fra due punti di vista, il primo militante, biografico e complessivo, il secondo meno partecipato, con una visione della corrente nel contesto attuale, ci sembra uno dei punti di forza dell’intero progetto. Come pensiamo sia interessante l’approccio tematico che ha valorizzato la specificità della relazione che i singoli territori hanno avuto con il movimento dell’Arte Povera. Si prenda ad esempio Bologna. L’esposizione che inaugurerà la prossima settimana è una riflessione, a partire dalla mostra storica che nel 1968 si è tenuta alla Galleria De’ Foscherari e sul dibattito che ne è conseguito, coinvolgendo personaggi del calibro di Maurizio Calvesi, Francesco Arcangeli, Giorgio De Marchis, Renato Guttuso e lo stesso Celant, in un confronto che era prima di tutto generazionale e che riguardava l’“esigenza di identificarsi con l’azione e il processo in corso, la tensione ad attivizzare la dimensione psicofisica del comportamento fattuale e mentale per sfuggire all’utilizzazione del prodotto originato e dell’oggetto creato, siamo cioè al tentativo di uscire dall’integrazione oggettuale per sbloccare ogni sperimentazione fattuale dall’alienazione all’oggetto e dall’oggetto (Germano Celant, intervento per il Quaderno della Galleria De’ Foscherari). Un altro buon esempio è Napoli.  La mostra che Cicelyn ci assicura aprirà al pubblico è un ripensamento di Arte Povera + Azioni Povere, promossa nel 1969 insieme a Marcello Rumma presso gli Arsenali di Amalfi.

Giuseppe Penone - Albero di 11 metri - 1969/1989 - photo Paolo Pellion

Queste esposizioni ci fanno riflettere su due punti. Il primo è che bisogna ammettere che un passo in avanti è stato compiuto. Sullo scorcio degli anni ’60 la ricerca e la documentazione in ambito contemporaneo venivano condotte esclusivamente grazie alla buona volontà dei privati e all’iniziativa personale di qualche direttore di museo illuminato. Anche oggi è in parte così, ma la sfida è stata nel contempo raccolta da un numero più ampio di istituzioni. Il secondo ha a che vedere con il tempo. L’Arte Povera è nata come un movimento rivoluzionario, in contrapposizione con ciò che c’era in precedenza. Oggi appartiene alla storia. Sembra, ed è, la scoperta dell’acqua calda, ma il dibattito si ha – come dimostra anche il confronto incoraggiato dalla Galleria De’ Foscherari nel ’68 – con la contrapposizione.
Chi alterca oggi con l’Arte Povera? Si potrebbe affermare, proprio in virtù di questa “struttura” itinerante, che chiama in causa più istituzioni, che il percorso sia un “contro-Padiglione Italia” o viceversa, ma sarebbe un errore, perché si promuoverebbe un paragone fra eventi, non fra tempi storici e generazioni. Sicuramente entrambe le manifestazioni sono la dimostrazione di due modi differenti di concepire la cultura in Italia, con il rischio, che si è avverato per il progetto lagunare, di cadere nella trappola della logica del “grande evento” (dove le opere e i loro messaggi spesso spariscono tra promozione, dibattiti e polemiche), che assume contorni ancora più rilevanti nel 150esimo compleanno italiano.

Pino Pascali - Cavalletto - 1968 - Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Una celebrazione che è stata quanto mai emblematica nel dimostrare la debolezza a livello identitario del nostro Paese (conseguenza della scarsa posizione che la cultura ha tra le priorità nazionali), la frammentazione che lo caratterizza, la nostra incapacità di confrontarci con il nostro essere italiani, in virtù di una divisione che – prima di essere politica, fiscale, geografica – è mentale. Una celebrazione che è stata percorsa da eventi, avvenimenti, incidenti esterni che hanno, se è possibile, ancor di più ferito e sminuito quella che doveva essere la “nostra festa”.
Ma detto questo, l’Arte Povera, che di certo non ne ha colpa e che al momento della presentazione era stata annunciata con squilli argentei di tromba e con un entusiasmo realmente coinvolgente, aprirà a settembre a un pubblico che tuttavia ha, suo malgrado, l’amaro in bocca. All’armata di Celant, dunque, il compito e l’onere di risollevare le sorti di un autunno culturale che pur essendo così caldo ha già visto cadere qualche foglia.

Santa Nastro


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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.