Cara Artribune, ti rispondo… Dice Paparoni

Prosegue il carteggio virtuale. Tutto nacque da una polemica fra Demetrio Paparoni e Francesco Bonami. Ma nel corso della discussione le questioni si son fatte più complesse. E interessanti. L’ultima – per ora – dichiarazione di Paparoni. Si apra il tavolo di confronto sulle “baronìe della critica”.

Demetrio Paparoni

Rispondo volentieri alla lettera aperta che Artribune mi scrive a firma di Vito Calabretta. Non potrei del resto farne a meno, perché le questioni sul tavolo sono serie, e così ben poste da lasciar sperare che si prosegua nel dibattito con la stessa serietà. Vorrei però portare il discorso fuori da ogni personalismo, anche per sgombrare il terreno dal sospetto che in gioco ci siano rancori personali e guerre per il riconoscimento di primati. Allo stesso tempo, vorrei anche chiarire che, se non vado sul personale, non è certo per paura di rimanere in futuro vittima di un sistema che sa bene come proteggersi. Nelle mie due precedenti newsletter (la prima pubblicata su Artribune, la seconda sul mio blog) ho scritto senza mezzi termini cosa penso delle nuove baronìe della critica.
È indubbio che le tendenze di certa critica – buttarla in caciara, fare cabaret, denigrare l’“avversario” attraverso la diffusione di notizie non veritiere – rientrano tutte nella stessa strategia: a) sottrarre il dibattito alla dell’arte per far prevalere il principio secondo il quale “questa cosa è così perché la dico io”; b) evitare di affrontare questioni inerenti alla forma, al contenuto e alla dimensione concettuale dell’opera.
Cominciamo col dire che non c’è differenza tra chi, parlando d’arte, fa prevalere la bagarre o le battute, oppure (nel caso di alcuni giornalisti) la menzogna. Nello stesso tempo, non possiamo negare che in Italia a usare queste strategie siano persone che si piccano di essere autorevoli (chi più, chi meno; chi a livello locale, chi a livello internazionale). Si tratta tuttavia, in ogni caso, di un’autorevolezza politica, derivante cioè da un’oculata gestione dei propri rapporti personali e da operazioni di marketing ben studiate, certo non dai testi scritti o dalle mostre curate.

Sandro Bondi

Ecco allora un altro punto importante: un critico dev’essere giudicato per i testi che scrive o per le poltrone che occupa? È il contenitore (la testata per cui scrive, il museo in cui cura una mostra) che lo rende credibile, o è invece sul contenuto del suo lavoro che si deve basare il nostro giudizio? La mia opinione è che il critico dovrebbe essere giudicato per quel che scrive, esattamente come si giudica l’artista per le opere che realizza. Il ministro Bondi, o chi per lui o dopo di lui, può decidere di assegnare un incarico, ma questo non implica di per sé che la persona beneficiata sia un vero intellettuale.
Ho imparato dall’amico fraterno Arturo Schwarz che gli artisti devono essere rispettati indistintamente tutti, i bravi e i meno bravi, perché spesso mettono a rischio la propria vita per fare qualcosa in cui credono. L’aspirazione al riconoscimento è legittima, come è comprensibile barcamenarsi per ottenerlo. È anche indubbio che il talento, la passione, la bravura sono indispensabili per il successo di un artista, ma da soli non bastano a farlo emergere. Questo vale anche per i critici, spesso messi all’angolo da giochi di potere. Scrivere un testo è difficile, i tempi della scrittura sono molto lunghi. Scrivere un testo ha sovente risvolti ossessivi, prende in ostaggio il cervello. In breve: non si può pensare di scrivere, scrivere seriamente intendo, ed essere nel contempo un presenzialista impegnato a gestire politicamente i rapporti utili.

Un'opera di Roy Lichtenstein

In tutto questo, giocano un ruolo anche le pagine culturali dei giornali a grande tiratura. Ovviamente un giornale deve esercitare il diritto di critica. E altrettanto ovviamente non può pubblicare tutte le lettere che riceve. Ma può un grande quotidiano recensire la mostra di Lichtenstein a Milano (curata da Gianni Mercurio) – giusto per portare un esempio già fatto – scrivendo che è stata realizzata con “opere relativamente tarde” mentre la mostra comprendeva “5 lavori degli anni ‘50, 13 lavori degli anni ‘60, 32 lavori degli anni ‘70 (questa fu la decade più prolifica per Lichtenstein), 16 lavori degli anni ‘80, 2 lavori degli anni ‘90”? La citazione è pedante, ma mi preme far notare che un conto è entrare nel merito del lavoro di un artista o di un curatore stroncandolo sul piano critico (cosa impegnativa), e un conto è demolirlo costruendo ad arte un castello di notizie che non rispondono al vero (cosa ben più facile). È chiaro che dinanzi a situazioni di questo tipo chiunque sente di doversi ribellare e difendere. Ma cosa si può fare quando un giornale non riporta la verità dei fatti ai lettori?
La madre di tutte queste domande è: qual è il contributo che ognuno di noi può dare per uscire da questo stagno? Intanto, può differenziarsi nei comportamenti. Poi, può leggere le notizie con attenzione. Infine, può usare Internet per fare controinformazione. Come ha fatto nella sua lettera aperta Vito Calabretta, che ringrazio, e come hanno fatto quanti hanno commentato le sue parole, cercando di non vanificarne il contenuto attraverso insulti e battute discutibili.

Demetrio Paparoni

www.demetriopaparoni.blogspot.com

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