Il Padiglione Sgarbi? Simile a “Younger than Jesus”

Avete letto bene, l’“accrocco” sgarbiano in Laguna è molto simile a mostre iper-celebrate come quella del New Museum. Una tesi forte? Provocatoria? Nemmeno troppo, a seguire il ragionamento di Gian Maria Tosatti.

Performance di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011
Performance di Gaetano Pesce - Padiglione Italia - Biennale di Venezia 2011

Immaginiamo per un attimo di non essere italiani, di non aver seguito da vicino per mesi tutta la querelle legata alle faccende politiche e organizzative del nostro Padiglione nazionale alla Biennale. Immaginiamo per un attimo di essere norvegesi, giapponesi o, ancor meglio, americani. E adesso proviamo a guardare con occhi stranieri il padiglione di Sgarbi. Cosa vedremmo? Una grande installazione caotica. Un grande circo assordante. Una di quelle cose che ci può capitare di vedere sovente nei musei internazionali di maggiore tendenza o nelle gallerie newyorchesi più trendy.
Potremmo fare un mucchio di esempi in cui l’estetica dell’accrocco ha contagiato, oltre agli artisti, anche diversi curatori che hanno esposto nelle loro mostre top-class un caleidoscopio accecante di pessima pittura, tentativi non riusciti di installazione e immondizia su cui siamo sempre disposti a glissare con una risatina disinvolta, fingendo che sotto ci sia dell’ironia, purché ci sia anche la benedizione del sistema.
Partendo da qui, Sgarbi col suo Padiglione ha compiuto un’operazione al limite del nichilismo. Ha provato a fare il peggior padiglione della storia per poi dire: “Vedete, fa schifo, e ce l’ho messa tutta per riuscirci, ho scoraggiato gli artisti veri in ogni modo perché non partecipassero e mi lasciassero in compagnia dei soli pittori della domenica. Adesso però guardate e stupitevi di come questa sagra della frutta e verdura non sia tanto diversa da quello che voi continuate a vedere nelle boutique ultra-esclusiviste dell’artworld”. La perifrasi è nostra, ma basta prendere in mano un qualunque giornale per trovare dichiarazioni simili.

Franz West - Para-Pavilion - Arsenale - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

Insomma, il padiglione italiano è un macello ma non stona. E noi, per quanto ci riguarda, siamo sicuri di poter dar torto al “curatorissimo” sul fatto che il nostro sistema sia malato e che spesso i nostri anticorpi snob siano più pericolosi della malattia? Vorremmo, ma non possiamo. In parte ha ragione lui. Il suo padiglione era brutto e futile tanto quanto Younger than Jesus al New Museum e tutto ciò che in modo meno blasonato gli somiglia, pur venendoci continuamente propinato come super-trendy in contesti internazionali e nostrani. Se non ne fossimo ancora convinti, basterebbe uscire appena fuori dal padiglione e proseguire la passeggiata. Le prime tre opere che incontreremmo sarebbero nell’ordine: la cosa rosa di Franz West che deturpa i giardini delle Vergini, il ‘padiglione’ dei Gelitin in cui gli artisti si sodomizzano con delle banane, e la sacra famiglia di Katharina Fritsch con San Giuseppe verde e la Madonna lilla. E tutto questo, teniamolo ben presente, non è Padiglione Italia.

Gelitin - Some like it hot - performance al Giardino delle Vergini - Biennale di Venezia 2011 - photo Valentina Grandini

L’arte non è cosa nostra: anche il titolo di questo padiglione alla fine pare onesto. E anche qui vale il principio d’identità. Sgarbi, col suo linguaggio da trattoria, avrebbe detto: “La merda che io ho prodotto con artisti improbabili è merda tanto quanto quella che altri producono con alcune teste di serie internazionali. È evidente. Se non lo riconosci o sei in malafede o davvero non sai cosa l’arte sia davvero”.
È una posizione semplice, massimalista e condivisibile solo facendo mille distinzioni; è la ripetizione della storiella del re nudo che pure ogni tanto fa bene ricordare e che anche stavolta fa comunque riflettere. E così facendo, con la sua morale da scuola elementare, Sgarbi è anche riuscito a non fare il peggior padiglione della storia. Meglio un padiglione brutto ma pensato che un padiglione arrangiato. Insomma, non sembra sia stato questo l’anno della brutta figura, e converrà pur prendere quel che di buono questa riflessione è in grado di suscitare.

Gian Maria Tosatti - Testamento. Devozioni X - veduta della mostra presso la torre del San Camillo, Roma 2011

Per conto mio, che ho proposto questa lettura, posso solo dire che quello di Sgarbi non è il mio stile, che preferisco costruire invece di demolire, sapendo che padiglioni come quello dell’Austria o della Germania ci dimostrano quale sia il volto luminoso dell’arte e di molti grandi artisti contemporanei, al di là di quelle ombre del sistema su cui ci fa indugiare il nostro Vittorio. Ma in una Biennale che ha confuso le lampade al neon con le “illuminazioni”, non mi pare proprio che la delusione sia stata Sgarbi.

Gian Maria Tosatti

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