Alla Biennale un’Italietta da terzo mondo

La Biennale-di-Venezia. Finora ci siamo concentrati sulla prima parte dell’espressione, com’era giusto che fosse. Ma la città non ha nulla da offrire, in termini di spunti di riflessione? Leggete un poco cosa ne pensa Ludovico Pratesi. Che da qui parte per passare a Kassel, poi a Spoleto, Pesaro, Verona… e arrivare, ahinoi, al Padiglione Italia.

L'Arsenale di Venezia

Dopo la scintillante kermesse offerta dalla Biennale, è tempo di riflessioni. Prima fra tutte, le ragioni che hanno trasformato Venezia nell’unico hub veramente internazionale d’Italia (la felice definizione è di Angela Vettese), più di Roma, Milano e perfino Torino.
Al di là delle risposte legate alla banale considerazione della sua unicità urbanistica, occorrono considerazioni più articolate, ma per far questo occorre mettersi nei panni degli stranieri. Come vedono Venezia gli altri, quelli che mai come quest’anno sono venuti dall’intero pianeta per celebrare la vernice della più antica mostra internazionale del mondo, inventata dal nostro paese nel lontano 1895, adattando il modello delle Esposizioni Universali all’arte contemporanea e anticipando così di ben 60 anni la Documenta a Kassel? Non è un caso che si tratti di due città relativamente piccole, non facilmente raggiungibili ed entrambe a misura d’uomo, dove le diverse sedi espositive istituzionali sono relativamente vicine una all’altra, spesso in a walking distance.

Il Fridericianum di Kassel

Mutatis mutandis, Venezia e Kassel appartengono a un modello simile, ma la loro evoluzione è avvenuta in maniera molto differente. Se la Documenta ha sviluppato nelle sue diverse edizioni tipologie curatoriali all’interno della propria struttura espositiva, ampliata a seconda delle esigenze di ogni direttore ma sostanzialmente immutata nel suo frame istituzionale, la Biennale è cresciuta a dismisura fuori dai suoi spazi deputati, fino a coinvolgere l’intera città e trasformarla in un unico spazio espositivo su scala urbana, preso d’assalto ogni due anni per organizzare mostre ed eventi legati al potere magnetico che l’arte contemporanea ha assunto nell’ultimo decennio per la finanza planetaria. Dai musei d’arte antica agli arsenali, dai palazzi agli ex magazzini doganali, dalle barche ai ristoranti, non c’è angolo della città che non ospiti un progetto d’arte. Un vero tsunami che sembra aver inghiottito la Biennale stessa, che in confronto alle mostre di Punta della Dogana o Palazzo Grassi pare a volte meno scintillante e trendy.
Le ragioni del fenomeno? Nonostante la sua veneranda età, la Biennale appartiene a quella capacità tipica dell’Italia di coniugare la qualità di luoghi storici di grande charme con eventi di altrettanta qualità nell’arte, nel teatro o nella musica operistica. Tutto ciò è avvenuto negli ultimi decenni (più di un secolo, per la nostra Biennale), quasi sempre nell’assoluta indifferenza delle istituzioni pubbliche, che hanno saputo sfruttare queste manifestazioni esclusivamente dal punto di vista turistico, senza investire sulla produzione culturale.

L'Arena di Verona

Così, in assenza di una visione strategica su scala internazionale, se manifestazioni come il Festival di Spoleto per la prosa, il Festival Rossiniano a Pesaro o l’Arena di Verona per l’opera hanno gradualmente diminuito il loro appeal agli occhi del mondo, la Biennale è andata in piena controtendenza, mantenendo e rafforzando il suo potenziale di attrattore culturale internazionale. E come se non bastasse, la cecità dei nostri governi (indifferentemente praticata da destra e sinistra con la stessa pervicacia) si è manifestata al massimo prima con la rinuncia al padiglione centrale dei Giardini, interamente appaltato alla mostra internazionale (come se gli artisti italiani non fossero “internazionali”) e poi con la squallida manifestazione di provincialismo del Padiglione Italia, che merita di essere dimenticato il prima possibile.
Da questo punto di vista, le vicende del padiglione sono emblematiche: fino al 1990, con il direttore Giovanni Carandente, il Padiglione Italia aveva sempre ospitato la sezione nazionale della Biennale, curata quell’anno da Laura Cherubini, Flaminio Gualdoni e Lea Vergine. Nel 1993, il direttore Achille Bonito Oliva utilizza il padiglione per ospitare una parte delle mostre internazionali, eliminando così i curatori del Padiglione; dopo due anni il suo successore Jean Clair ripristina il padiglione, curato da Maurizio Calvesi e Gillo Dorfles. Nel 1997, Germano Celant avoca a sé la carica di curatore del Padiglione Italia, dove invita Enzo Cucchi, Ettore Spalletti e Maurizio Cattelan (anche all’epoca con i piccioni), mentre due anni dopo Haarald Szeemann occupa il Padiglione Italia con la mostra internazionale, salvo poi premiare le cinque artiste italiane con il Leone. Il grande Padiglione ai Giardini viene da allora destinato alla mostra curata dal direttore artistico, mentre l’Italia torna ad avere un padiglione dove presentare i propri artisti solo nel 2005, ma in fondo all’Arsenale, in una posizione ben diversa da quella precedente, che sanciva comunque il diritto del Paese ospite (e finanziatore della manifestazione) di presentare il meglio della propria produzione artistica contemporanea, secondo il modello delle Esposizioni Universali.

Bice Curiger - courtesy la Biennale di Venezia - photo Francesco Galli

Dulcis in fundo, nella Biennale di Bice Curiger, dove molti padiglioni hanno presentato artisti di indubbia qualità, l’Italietta si presenta all’appuntamento con un carrozzone intriso di demagogia populista degna di un Paese del terzo mondo. Forse sarebbe il caso di riflettere su come utilizzare al meglio la Biennale e la stessa Venezia per offrire l’immagine di uno Stato impegnato nella promozione di una cultura artistica di massima qualità, consapevole e rigorosa (l’unica veramente internazionale). Com’è triste Venezia vista dal nostro povero, piccolo, mediocre Paese…

Ludovico Pratesi

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