Di rumors, gossip e commenti

Commenti, commenti, ancora commenti. L’epopea continua, passa di rivista in rivista. Libertà totale o imbrigliamento? E l’autogestione? Cosa capita sotto gli articoli di Artribune? La rubrica Inpratica prova a capirci qualcosa.

Bisbiglii...

Cass R. Sunstein, uno dei più grandi esperti di comunicazione e mediazione, ha pubblicato poco tempo fa per Feltrinelli un notevole libretto dal titolo Voci, gossip e false dicerie, in cui analizza la fenomenologia e l’impatto dei rumors sulle reputazioni e sulla circolazione di informazioni.
Ne vien fuori un quadro “venefico” di questa specie comunicativa nuovissima e vecchia come il cucco, che distorce irrimediabilmente e istantaneamente la corretta trasmissione dei fatti, la loro concatenazione e infine ogni interpretazione. Che mina alla base l’idea stessa di “fatto”. Rumor, nella nostra civiltà, significa di fatto avvelenare i pozzi facendo finta che sia uno scherzo, che si tratti di una pratica tutto sommato simpatica e innocua. Innocua non lo è per niente, intanto.

Tim Roth protagonista della serie tv Lie to me

I rumors – insieme ovviamente a tanti altri elementi-chiave delle nostre “magnifiche sorti e progressive”: il rumore bianco delle cavolate senza senso (a cui Giorgio Vasta ha dedicato un acuto e gustoso articolo su alfabeta2 di aprile), il fluido amniotico del gossip che avvolge, oscurandolo, ogni nucleo di significato, la crescita esponenziale dell’aggressività collettiva (tipica soprattutto della società italiana, ma non solo, e ne ho scritto più diffusamente sul medesimo numero di alfabeta2) che rema costantemente contro la lucidità, l’autoironia, la critica, riducendo tutto a tifo da stadio e recriminazione da asilo – impattano violentemente ogni discussione, a qualunque livello. Con l’obiettivo malcelato di sabotarla.
Il rumor è un pettegolezzo al cubo. Il rumor è un virus distruttivo dell’identità di persone e idee. Il rumor è una malattia morale. Equivale a dire: “Non me ne frega niente di mettere in giro di proposito questa voce di corridoio, perché il mio unico proposito è proprio quello di danneggiare un individuo, un gruppo, una categoria. Un’ideologia.”

Sara e Todd Palin

Il rumor è anti-culturale per eccellenza: il rumor è un killer che se ne va in giro per i corridoi e le stanze dell’infotainment, in cerca delle sue vittime. Il rumor è un lercio figlio di puttana.
Si dirà: ma queste cose sono sempre esistite, in forme diverse magari, perché fanno parte della natura umana ecc. È come quando si sente ripetere che la corruzione, lo sfruttamento e la schiavitù sono sempre esistiti e sempre esisteranno, che non ci si può fare niente e che è inutile combatterli. Non è vero. E se lo si accetta come vero, almeno occorre essere consapevoli che si sta accettando il principio-base (perciò, quello più infido, che si maschera da buon senso e da ragionevolezza…) di ogni conservazione dello status quo. E che ci si sta rendendo complici dei corrotti e degli sfruttatori, legittimando il loro punto di vista.

Bisbiglii...

A questo proposito, ciò che sta succedendo su questa nuova piattaforma è parecchio istruttivo di come le cose stiano – forse? senza forse… – cambiando. Si assiste infatti, o almeno così mi sembra, alla progressiva espulsione dei rumors nei commentari, con tutto il corollario di offese gratuite e piccole beghe che essi inevitabilmente si portavano dietro. Ed è già possibile contemplare discussioni – accese, appassionate, a volte virulente ma costruttive – orientate e concentrate su argomenti specifici e di centrale importanza. Per esempio, quale sarà la forma futura della recensione, più adatta a quest’epoca di quella tradizionale. Oppure, la funzione e la normazione degli stessi commenti. O ancora: il significato e il ruolo degli articoli di attualità e di politica all’interno di una piattaforma dedicata principalmente all’arte contemporanea, e la relazione tra gli artisti e la realtà. L’interpretazione del mondo. Come sarà la copertina del magazine.
Non so per voi, per noi questa è proprio la famosa “partecipazione”. Realizzata, e non solamente vagheggiata o simulata. Questi infatti potrebbero essere i primi vagiti di qualcosa che deve ancora rivelarsi appieno. Ed è decisamente… emozionante.

Christian Caliandro


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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).