Street Art? Mai chiamarla vandalismo. Parla Pino Boresta

Dopo il focus su TUFF, street artist romano dimenticato. Pino Boresta torna a occuparsi di arte di strada. Sottolineando quanto sia lontana dal vandalismo puro e semplice, se l’intento è far sentire la propria voce.

Pino Boresta, CUS, Roma 2020
Pino Boresta, CUS, Roma 2020

Chi sono gli street artisti e perché fanno quello che fanno? Come e dove nascono le loro esigenze? Quali sono le loro istanze?
Molto spesso gli artisti di strada non hanno uno studio né possiedono disponibilità economiche, si rifiutano di sottostare alle regole di un gioco dettato e manovrato da altri, preferiscono piuttosto determinare e auto-determinarsi con proprie regole.
La strada diventa così la loro galleria, il loro palcoscenico, il luogo dove dare sfogo alla propria creatività senza farsi limitare da tutte le comodità che una galleria potrebbe offrire. Sfruttano a loro vantaggio quelle che vengono generalmente considerate difficoltà come fossero in realtà le opportunità migliori che una città mette a loro disposizione. In sostanza un vero artista di strada utilizza con eccezionale capacità luoghi diversi e alternativi a quelli destinati all’arte, espongono così il loro lavoro senza dover chiedere niente a nessuno dimostrando quello che sono capaci di fare a un numero sconfinato di persone senza rischiare che al vernissage non si presenti nessuno, o che la mostra si riveli un totale flop. Tutto questo dà loro una libertà che in altri ambiti artistici non sempre si riesce a ottenere, ma allo stesso tempo fa correre loro dei rischi che in altri contesti non esistono.

CHI SONO GLI STREET ARTIST

Molte cose sono state scritte sugli street artisti e in merito alla loro arte, ma io credo di poter affermare, senza girarci troppo intorno, che sono artisti a tutti gli effetti. Artisti non tutti geniali ma più veri di tanti altri, e sicuramente tra i più coraggiosi che esistano. Tutti loro hanno l’urgenza di esprimersi e muoiono dalla voglia di far vedere le loro opere. In un mondo dove tutti si sentono artisti, dove tutti giocano a fare gli artisti, dove si sostiene che tutti possono fare gli artisti, essere e fare gli artisti diventa sempre più difficile, e quindi l’impegno e la forza eccezionale che questi artisti mettono in quello che fanno non posso essere considerati un dettaglio da poco.
Questo è il messaggio che ci strillano addosso le opere degli artisti di strada che incontriamo sui muri, sui pali o ovunque esse siano, questo è quello che scrivono con il loro sangue e il loro sudore, non sui lisci muri intonsi delle gallerie o dei musei, ma su quelli scrostati, brutti e degradati delle periferie, raccontandoci e regalandoci, con una generosità che non ha eguali, pezzettini del loro pensiero, della loro esistenza, della loro storia, della loro anima. Questo non è poco, perché se la vita dell’artista, o meglio di coloro che scelgono di fare veramente gli artisti, è dura, quella di un artista di strada è doppiamente dura e per questo meritano “respect” come dicono loro, anzi come diciamo noi, perché, in mancanza di gloria, questo è ciò che almeno si aspettano, “rispetto”.

Pino Boresta, CUS, Roma 2020
Pino Boresta, CUS, Roma 2020

DA GECO AI JAMMER

Il dibattito sorto in questi giorni a seguito dell’arresto dello street artista GECO, ritenuto un vandalo, mi ha ricordato le discussioni che nacquero dopo un mio articolo intitolato Il vandalo che fece una magia. Avevo raccontato l’atto vandalico, avvenuto in un istituto d’arte romano, di uno studente sulla scultura di un professore, e le mie considerazioni produssero disaccordo e polemiche. Qualcuno interpretò il mio articolo come un elogio al vandalo e un’istigazione ad atti vandalici. Ebbene devo dire che sì! In effetti è così! Ma solo se questo è un atto vandalico artistico. Come si distingue un atto vandalico artistico da un atto vandalico sbagliato e inutile? Sappiamo bene tutti che la “Street Art” nasce come arte illegale, e in molti sostengono che se non è illegale non è Street Art. Io credo che in questa affermazione ci sia del vero. Un vero writer sa scegliere con intelligenza dove compiere le proprie azioni di “Interferenza Culturale”, così le chiama Naomi Klein.
L’atto vandalico artistico non supera mai certi limiti, un writer, quando compie la sua azione, fa un atto illegale, diciamo la verità, il più delle volte a fini egoistici, in quanto ha dentro di sé qualcuno che gli grida di farlo, e l’unico modo per liberarsi di quell’urlo incontenibile è farlo uscire passando all’azione. Solo così il suo animo si placa e la sua condanna diventa una missione.

STREET ART E MEDIA

Un writer che fa la sua scritta di denuncia su un monumento è uno stolto e non è un vero writer. Per questo motivo condanno le azioni di GECO, come quella sulla torre piezometrica della Stazione Termini, monumento razionalista di Angiolo Mazzoni, o altre simili. Lui è un bomber e non guarda in faccia niente e nessuno, lui con la sua tag non fa una ricerca di stile ma gli interessa solo essere ovunque, la sua filosofia d’azione non è esattamente la mia, ma apprezzo il suo coraggio e il suo spirito d’iniziativa perché con il suo writing acrobatico arriva a fare la sua firma in posti dove nessuno sarebbe arrivato e dove nessuno avrebbe mai pensato di farla. Anche questa è una forma di creatività. Io credo però che si possa fare un bombing più intelligente e mirato, come quello messo in atto dai jammer. Non solo sabotatori di messaggi pubblicitari, ma veri e propri attivisti intellettuali, il cui fine è quello di far nascere in ognuno di noi uno spirito critico che sappia guidarci nelle scelte giuste e più convenienti per noi. Figli del détournement dei situazionisti, questi guerriglieri, con le loro azioni, creano un nuovo contesto semantico nel tentativo di liberare l’individuo dal ruolo di ricevente passivo, per indurci a un consumo critico e consapevole del linguaggio dei media. Esattamente quello che io ho sempre tentato di fare fin dall’inizio con il mio lavoro in strada. Disapprovo il potere culturale di cui le multinazionali si vogliono appropriare, e per questo decisi di lanciare un messaggio di critica radicale del loro sistema economico utilizzando la mia smorfia adesiva come mezzo per attaccare il loro apparato ideologico-pubblicitari. Con gli adesivi interattivi creo un momento di riflessione rivolto a tutti coloro che vogliono dire qualcosa regalandomi un loro pensiero, una loro traccia.

Pino Boresta e Geco, Roma 2021
Pino Boresta e Geco, Roma 2021

WRITER E COSCIENZA COLLETTIVA

Quello a cui mirano i writer non è la colonizzazione di uno spazio fisico, ma mentale, e in un’epoca in cui le persone sono marchi e i marchi vengono fatti passare per cultura, perché un artista dovrebbe rinunciare al proprio grido? I graffitisti non si limitano a chiedere il loro spazio di libertà, se lo prendono e basta, impongono il proprio marchio, e, a differenza di tanti intellettuali che scrivono che bisognerebbe fare qualcosa, questi vandali, che sarebbe più giusto chiamare guerrieri urbani, fanno davvero qualcosa. Contro chi? Ma contro le multinazionali, i cui intenti mi paiono ben più pericolosi di quelli dei writer, che anzi contrastano i messaggi che le grandi aziende vorrebbero inculcarci nella mente. Noi artisti di strada, noi jammer, con le nostre azioni tentiamo in qualche modo di sabotare tutto questo, e ci mettiamo in gioco pur non avendo le possibilità e i mezzi finanziari delle grandi aziende. Se l’arte è l’impegno per un mondo migliore, la promessa si compie solo se riesce a essere più che semplice arte. In questa missione, l’estetica dell’arte già da molto tempo sta perdendo terreno nei confronti di quella politica. Se a ciò poi aggiungiamo, come sostiene Nicolas Bourriaud, che l’arte deve avere una funzione di scambio sociale uscendo dai luoghi deputati come musei, fondazioni e gallerie, si capisce come le strade delle città rimangono ancora il posto migliore che ci resta, dove continuare a impegnarsi in questa battaglia, tentando un “cambiamento di modello” nella coscienza collettiva.

Pino Boresta

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C’era una volta TUFF. Storia di uno street artist dimenticato

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.