C’era una volta TUFF. Storia di uno street artist dimenticato

Pino Boresta accende i riflettori su una figura della Street Art romana sparita nel nulla: TUFF. In questo saggio in tre capitoli ne ripercorre la storia, mettendola a confronto con la propria e con quella di altri colleghi di ieri e di oggi.

La tag di TUFF e lo sticker di Pino Boresta, Roma, 1995
La tag di TUFF e lo sticker di Pino Boresta, Roma, 1995

Ve lo ricordate TUFF? Che fine ha fatto TUFF? Perché TUFF non lo hanno mai preso? Perché TUFF non lo hanno mai arrestato? Eppure, a metà degli Anni Novanta, la sua tag, di medie e piccole dimensioni (e comunque mai gigantesche), la potevi trovare nei posti più impensabili. Io spesso attaccavo i miei adesivi accanto alla sua sigla semplice e facilmente comprensibile. Condividevamo gli stessi spazi e bombardavamo la Capitale, lui con la sua tag firmava la città e io la timbravo con un mio ghigno.
Così scrive su Facebook Pietro Maiozzi (Bol), che non è solo uno street artista, ma un esperto e studioso del fenomeno della Sticker Art: “Il primo bomber di sticker a Roma che ricordo io era Pino Boresta 😍 e parlo dei primi Anni Novanta, molto dopo vidi i cappellini di PANE e quelli fatti a mano dal CANZ… i miei primi adesivi sono del 2001/2002 ed erano parte dei 10.000 adesivi rotondi del film di Eminem ‘8mile’ che attaccammo per lavoro su tutta Roma, riciclati con tecnica della mascherina a spray 😂🤣😂 erano tipo delle palle da biliardo col numero 23”.

Pino Boresta, CUS, Roma 2020
Pino Boresta, CUS, Roma 2020

DOVE È FINITO TUFF?

TUFF è vivo? TUFF è morto? Perché TUFF l’hanno dimenticato? Ho fatto una ricerca su Google e non ho trovato nulla, anzi sì qualcosa l’ho trovato e dice così: “Tuff è stato il primo vero king delle strade bombando tutte le vie della città a tag. Usciva la mattina presto con una piantina di Roma segnando ogni via dove lasciava traccia del suo passaggio. Spostandosi in autobus bombava sia interni che esterni di quest’ultimi. Veramente onnipresente”.
Ho poi scoperto su Internet che faceva dei pezzi pure sui treni, ma lui era famoso per il bombing perché riusciva veramente a essere ovunque e lo potevi trovare nei posti più incredibili. Le sue sigle, anche se meno acrobatiche di quelle di GECO, erano sicuramente più inaspettate, perché si insinuavano nell’intercapedine della città. Anche io non l’ho mai conosciuto, ma mi aspetto che qualcuno un giorno ci racconti la sua storia. Io, non avendolo mai frequentato, non lo posso fare, ma sono sicuro che c’è chi lo conosceva bene, e credo sarebbe giusto dargli ora un po’ di celebrità, anche alla luce di questi ultimi fatti sulla Street Art romana. È per questo motivo che voglio qui lanciare un appello: TUFF dove sei? Perché sei sparito nel nulla? Io con i miei adesivi ho iniziato, qualche anno prima di te, ma anche io sarei potuto sparire nel nulla e probabilmente qualcuno se lo augurava, e se lo augura tutt’ora, ma ahimè per loro non è andata così. Pertanto, ora mi ritrovo a condividere quello stesso spazio urbano, che un tempo condividevo con te, con gli adesivi di questo GECO. Adesivi che tu non hai mai avuto il coraggio di fare, o almeno io non ne ricordo. Per cui, caro TUFF se ci sei batti un colpo, ‘sta città aspetta te; per scrivere con te un altro pezzo di storia della Street Art italiana.

Pino Boresta, CUS, Roma 2020
Pino Boresta, CUS, Roma 2020

TUFF A ROMA

Di TUFF non ricordo siano mai state trovate scritte su monumenti, e raramente deturpava strutture, e non me ne vogliano i sostenitori di GECO se dico che, pur nella sua pervasività, lui è stato, probabilmente, più rispettoso nei confronti della nostra città. Può darsi che il tutto mi nasca da ricordi e momenti personali di vita vissuta, ricordi affettivi che mi riportano alla mia gioventù e ai miei esordi come artista di strada, assegnando così a TUFF quell’aura di cui godono tutti gli artisti che muoiono precocemente, visto che dopo qualche anno ha smesso ed è sparito in silenzio, senza dire nulla, senza macchia, senza inganno, rimanendo sicuramente nella memoria dei romani più attenti a quel fenomeno della Urban Art e della spray art che esploderà in maniera preponderante solo qualche anno dopo. C’è da dire che TUFF è stato indubbiamente uno street artista più locale e meno nazionale e internazionale di GECO, ma aveva quel tocco spesso discreto, pur essendo dovunque, perché la sua tag era fluida e meno aggressiva. Sembrava veramente firmare la città, piuttosto che ripeterti ossessivamente e massicciamente: “Io esisto, io esisto, io esisto, e da qua su ti vedo e ti domino”. La sua scritta era sì ignorante, ma, spesso di piccole dimensioni, sembrava decorare le strade, la potevi trovare negli angoli più nascosti e segreti della metropoli, nelle nicchie di questa città eterna, in posti dove non te lo saresti mai aspettato. Era una tag gentile che non cercava il dominio sugli altri, ma voleva essere dominata e per questo scovata, così che quando la trovavi avevi la sensazione di essere tu l’esploratore e non il soggiogato.

PINO BORESTA E LA STREET ART

Ma forse, come ho detto, tutto questo è dovuto al mio effetto “amarcord”, però così è come la vedo io, e per farvi capire meglio come la penso sulla Street Art, nella prossima puntata vi mostrerò ciò che ho scritto nel libro intitolato Non autorizzati, a cura di Giorgio de Finis e pubblicato da Castelvecchi nel 2021.

Pino Boresta

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.