Dalla Street Art allo studio. È questo il passaggio compiuto dal francese Zevs, che in questa intervista racconta la propria storia e le tematiche alla base di una ricerca avviata negli Anni Novanta.

Zevs (Saverne, 1977) è un artista francese, noto soprattutto per il fatto di rendere “liquidi” i loghi delle grandi multinazionali: dal petrolio alla moda ai fast food. I suoi esordi, siamo negli Anni Novanta, sono segnati dalle strade parigine, dove diventa un famoso tagger, il cui nome viene dal treno – Zeus ‒ che quasi lo investì. Insieme ad André e Invader, è tra le figure di spicco che hanno aperto la strada alla Street Art francese. Da allora Zevs ha percorso un lungo cammino, nel 2008 ha iniziato a esporre in grandi musei internazionali, dall’Europa agli Stati Uniti, passando per l’Asia. Le sue opere sono state esposte accanto a veri e propri capolavori, da Manet a Rodin.
Anche se apparentemente il suo lavoro viene dalle strade, possiamo ritrovarvi molteplici riferimenti classici, uno su tutti il suo nome.
L’ultima volta che ho incontrato Zevs è stata dieci anni fa, quando vivevo a Malaga, in Andalusia, dove avevamo elaborato un bizzarro progetto in una arena nella quale il torero era rimpiazzato da un’auto modello “Picasso” ‒ Malaga è la città natale dell’artista ‒ attaccata da ciclisti furiosi. Una idea che è rimasta tale, ma che figura i grandi temi di quest’artista multiforme: l’ecologia, il branding, la ludica potenzialità sovversiva delle immagini. I suoi loghi liquidati contengono esattamente tutto ciò: graficamente producono un effetto sanguinante, sinistro e abbandonato che fa eco al gioco di parole: “liquidato”. Il gesto e il logo sono seriali; tuttavia ogni liquidazione crea una narrazione specifica, collegata al contesto associato al marchio e alla forma specifica del logo. Un processo che è stato ampliato nei dipinti su tela e nelle installazioni, come lui stesso ci ha raccontato.

ZEVS, Amazon
ZEVS, Amazon

INTERVISTA A ZEVS

Dalla strada allo studio: come e perché questo cammino?
Il mio lavoro in studio, iniziato nel 2013, a Berlino, Parigi e Seul è certamente un prolungamento del lavoro come street artist. Le prime opere in studio sono state caratterizzate dall’idea della serie A Bigger Splash, di David Hockney. Un quadro che è originato da un advertisement, era l’immagine di una villa in vendita su un giornale.
Alcuni anni più tardi avvenne uno dei più grandi disastri ecologici: la Exxon Valdez. Era il 1967 quando la fuoriuscita di petrolio causata dalla petroliera Exxon Valdez, dopo che si incagliò il 24 marzo 1989, causò la dispersione di 37mila tonnellate di idrocarburi. Un evento che ha portato al passaggio alla nuova legislazione ambientale negli Stati Uniti (Oil Pollution Act, 1990). Sulla parete della famosa casa di Hockney ho liquidato i loghi delle grandi compagnie petrolifere.

In questa serie di Bigger Splash la vernice gocciola sul pavimento e si diffonde nella piscina come una fuoriuscita di petrolio: ritorna il tema della ecologia. Ma non è l’unica variazione: inserisci anche una ulteriore famosa figura pittorica, le ninfee. Perché?
Come con la piscina di Hockney, le ninfee di Monet evocano una qualità diafana ed eterea di luce e una bellezza serena. Ma sono anche un simbolo quantitativo. Le ninfee possono raddoppiare ogni giorno la superficie che occupano. Un tempo esponenziale che rievoca una tendenza catastrofica esplosiva tipica del capitalismo.

Ritorna il tema dell’ecologia…
Il tema dell’ecologia da sempre ha caratterizzato il mio lavoro, già alla fine degli Anni Novanta. All’epoca i muri di Parigi erano esplosi: graffiti e tag erano dovunque. Le autorità municipali avevano risposto duramente con una campagna anti graffiti milionaria, dove una compagnia di car washing era stata pagata per lavare la città.
Ho iniziato con un getto d’acqua ad alta pressione a creare i miei Proper graffiti, scrivendo sui muri graffiti con un detergente. Un modo per appropriarmi dello “strumento del nemico” e giocare con la dicotomia pulito/sporco, rivelando al tempo stesso come le pareti parigine fossero macchiate dalla contaminazione, dallo smog cittadino.

Stai lavorando molto in Giappone, Cina, Corea del Sud: qual è il tuo sguardo sull’Oriente?
In realtà da sempre, dai Proper graffiti appunto, il mio lavoro è stato ben accolto in Asia, dove credo che in generale il pubblico abbia un grande interesse per la street culture, da Keith Haring a Jean-Michel Basquiat. Parallelamente, fin da quando ero molto giovane, ho subito la fascinazione per la filosofia, la calligrafia, praticando l’aikido e il judo. Inoltre, Yves Klein, un artista che amo molto, è stato il primo straniero ad aprire un dojo, un centro per praticare judo in Giappone. Una mutua fascinazione, dunque, che credo senta anche il pubblico.

ZEVS, Covid-19 Manaty, 2020
ZEVS, Covid-19 Manaty, 2020

Parlaci del tuo ultimo progetto, Manaty Loop, attualmente esposto nella galleria parigina Perrotin.
Manaty è il nome dell’area, il villaggio in Bretagna dove ho girato il video. Loop perché il film è un ciclo di 48 minuti che contrae il giorno e la notte. Ho dipinto con un pigmento speciale la scritta COVID19, che diventa visibile solo durante la notte mentre durante il giorno la tela torna intonsa. Volevo mostrare per l’appunto l’apparizione e sparizione del COVID19. Un virus che è invisibile all’occhio umano, ma continuamente presente. Onnipresente. Allo stesso tempo mi interessa il concetto buddhista di impermanenza.

Raccontaci cosa hai in serbo…
Sto lavorando per una esposizione nella Cité Radieuse, di Le Corbusier, a Marsiglia. È un edificio progettato dall’architetto svizzero che rappresenta una delle realizzazioni pratiche delle sue teorie circa il nuovo concetto di costruire la città a partire dallo spazio abitativo individuale, la casa: uno dei punti di arrivo fondamentali del Movimento Moderno nel concepire l’architettura e l’urbanistica, non a caso nel 2016 è diventato patrimonio UNESCO. Il titolo della mostra è OIKOS LOGOS. L’idea di economia ed ecologia si fondono già nel mondo greco, dove la casa è la terra stessa.
Il modo in cui la si abita determina come si abita il mondo intero. Qui saranno esposti diversi lavori, uno dei quali è Septic: sette dipinti che nascono da una inchiesta del Guardian, in cui si enumeravano le grandi compagnie che hanno prodotto carbone diossido dagli Anni Settanta a oggi, inquinando il mondo anno dopo anno. Lo sfondo dell’opera è costituito da diossido di carbonio sul quale compaiono i loghi delle compagnie.

Quali sono attualmente le tue fonti d’ispirazione?
Ultimamente ho visitato l’Hamburger Bahnof, uno spazio d’arte contemporanea di Berlino che ospitava il lavoro di Katharina Grosse. Una esposizione astratta, che mi ha fatto sentire l’amore per il dipinto, per il colore, per la sua tecnica, per la sua storia, perfino per il suo odore. Sono stato felice di essere a Berlino in questo momento, di poter vedere il ritorno del dipinto nella sua integrità.
Sempre a Berlino, ho visto la mostra collettiva Journey into a living being al Kunstraum Kreuzberg che ho visitato appena è stato possibile sciogliere il lockdown. Quando la mostra è stata concepita due anni fa, non era possibile prevedere l’urgente attualità che l’argomento avrebbe avuto in questi tempi di Coronavirus: lock-in, home office, conferenze Zoom, streaming live su YouTube e altre piattaforme modellano la nostra vita quotidiana mentre Amazon impera. Il capitalismo delle piattaforme sta diventando sempre più radicato nella nostra vita quotidiana e nelle realtà del lavoro. Il programma discorsivo della mostra riflette sui metodi utilizzati da aziende come YouTube, Google, Fiverr o Amazon, il cui modello di business si basa sullo sfruttamento del potenziale anche creativo dei propri utenti, rimandando al motto di Beuys: “Ognuno è un artista” ‒ non perché tutti possano dipingere, ballare o fare musica, ma perché tutti contribuiamo attraverso la nostra produttività a una creatività collettiva che può essere valutata come capitale reale e potenziale sociale.

Che cosa pensi di questi processi che caratterizzano sempre più il nostro presente?
Il “miele” creativo dei nostri giorni passa per i like di Facebook, i nostri dati sui server: i social media sono pieni di offerte di servizi creativi, ma davvero chi ne beneficia? Cosa è successo in quei quarant’anni tra lo sviluppo della scultura sociale e l’ascesa del capitalismo a piattaforme e come questo processo si riflette nell’arte?
Il concetto di arte come scultura sociale di Joseph ‒ artista e co-fondatore del Partito verde tedesco ‒, che incarna la visione dell’arte come potenziale motore trasformativo della società, continua a interessarmi. Come un’opera d’arte, una scultura sociale include l’attività umana che si sforza di strutturare la società e la forma o l’ambiente, usando il linguaggio, i pensieri, le azioni e gli oggetti, internet: la realtà e il presente.

Virginia Negro

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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.