Tra i vari obiettivi del Centro Studi dell’Università Suor Orsola Benincasa c’è anche la creazione di una rete nazionale e internazionale di università, ricercatori ed esperti, in modo da animare il dibattito sulla creatività urbana con progetti, interventi, convegni, analisi e pubblicazioni.

Ha preso forma a Napoli il primo centro studi italiano su graffiti, Street Art, muralismo, urban design ed espressioni affini. L’intervista a Luca Borriello, direttore scientifico, è un’occasione per fare il punto sulla creatività urbana in Italia.

Come nasce l’idea di questo centro studi?
È stato un percorso lunghissimo, iniziato da adolescente. I miei amici e io provenivamo dal mondo dell’hip hop e cosi dopo la laurea abbiamo deciso di strutturare professionalmente le nostre passioni fondando nel 2004 l’associazione Arteteca. Dai quei primi passi nel contesto locale di strada ne abbiamo fatta, fondando l’osservatorio nazionale Inward, che svolge ricerca e sviluppo nell’ambito della creatività urbana (Street Art, urban design, graffiti, muralismo), agendo nell’ambito dei settori pubblico, privato, non profit e internazionale. L’osservatorio ha all’attivo alcune piattaforme permanenti, come Italian Graffiti, Streetness, e Creatività Urbana, mentre possiamo considerare il centro studi Inopinatum come lo strumento dedicato al mondo accademico e universitario.

Da cosa deriva l’espressione Inopinatum?
Inopinatum significa per noi “imprevista impertinenza”, considerando questa come una delle più importanti caratteristiche della creatività urbana. Essa risponde, infatti, alla seguente domanda: la Street Art quando viene autorizzata o commissionata dalle autorità pubbliche perde la sua autenticità? In tal senso, riteniamo che, anche se autorizzata, per conservare la sua qualità e genuinità essa deve essere necessariamente imprevista e impertinente, cioè non accomodante con chi ne ha permesso l’esecuzione, fornendo così uno stimolo di riflessione in più sul contesto urbano in cui si inserisce.

Come si collocano Inopinatum e la Street Art negli splendidi ambienti cinquecenteschi del Suor Orsola Benincasa?
Inpinatum ha trovato la sua ideale collocazione nell’Ateneo partenopeo e trova punti di contatto con tutti e tre i suoi dipartimenti: scienze formative, psicologiche e della comunicazione, scienze umanistiche e scienze giuridiche. Le scienze giuridiche trattano il diritto d’autore, il diritto commerciale, invece, la proprietà dell’opera e il suo supporto.  Scienze dei beni culturali si interroga sulla possibilità di uno statuto museologico della Street Art. Per quanto riguarda le scienze turistiche, sappiamo bene quanto in Italia e all’estero abbiano successo i tour legati alla creatività urbana. E poi, ancora, la questione del restauro, che si pone nella difficile cornice del contemporaneo. Le scienze della formazione prevedono, infine, uno studio dell’impatto sociale della Street Art tenendo anche conto delle dinamiche economiche e della promozione.

Cosa rende oggi un’opera di Street Art un’opera di qualità?
Un aspetto importante è quello autoriale, l’artista. Non si può prescindere infatti dalla vita dell’artista e della comprensione della sua figura per meglio leggere la sua opera, il suo percorso e il suo stile. Poi si valuta l’opera per la tecnica, lo stile, la forma, il contenuto e il messaggio. Va tenuto conto anche della dimensione estetica, che deve essere però svincolata da qualunque giudizio di presunta bellezza. Fondamentali sono, inoltre, il contesto e il territorio di appartenenza. Infine, si analizza la vita dell’opera dopo la sua realizzazione e i processi che s’innescano nella comunità che la accoglie.

Su Run Radio con Luca Borriello Streetness il primo programma radiofonico sulla creatività urbana
Su Run Radio con Luca Borriello Streetness il primo programma radiofonico sulla creatività urbana

Lei è uno storico dell’arte laureato con una tesi in antropologia e storia dell’arte contemporanea dal titolo Nomi, cose, città. La traccia del writing per un’antropologia dei corpi alfabetici. Si può pensare oggi a una storia della Street Art articolata per cronologia, scuole e biografie?
Ci stiamo pensando. Direi di sì per tre ragioni, la prima è che oggi c’è una certa maturità, anche se non siamo arrivati all’esaurimento del fenomeno e quindi non se ne ha una visione completa e potrebbero esserci ancora delle sorprese. Secondariamente siamo in presenza di un’appropriatezza degli strumenti di indagine che ci consentirebbero un’analisi completa. E, non ultima, siamo consapevoli di avere una conoscenza del fenomeno fortissima.

Quali sono le peculiarità napoletane legate all’urban design che hanno condotto alla nascita di Inwards e Inopinatum?
Dal mio punto di vista a Napoli c’è stato un pionierismo, oramai decennale, nella strutturazione di questo settore. Qui è stato creato, infatti, il primo centro studi per l’urban design, sempre nella città abbiamo attivato il primo servizio civile nazionale dedicato, così come il circuito nazionale delle associazioni per la creatività urbana e l’osservatorio nazionale. Anche Streetness, il primo programma radiofonico in Italia interamente dedicato al settore, sta muovendo i primi passi al Suor Orsola Benincasa.

E sotto il profilo dei graffiti, come si caratterizza la produzione partenopea?
La caratteristica di Napoli è che la creatività si differenzia in base alle diverse connotazioni geografiche. All’est, nei quartieri di Barra, Ponticelli e Gianturco, abbiamo le grandi facciate e tra l’altro, proprio a Ponticelli, abbiamo il Parco dei Murales, fondato da Inward. Se ci spostiamo al centro, per via della diversa conformazione del centro storico Unesco, troviamo una Street Art a dimensione umana attraverso inserti, sticker e stencil, come quelli di Zilda e Banksy. Al nord, a Scampia, trovano spazio il muralismo, quello ad esempio di Felice Pignataro, con il suo messaggio sociale. A ovest c’è invece una conservazione dei graffiti writing più spinta, citando i siti dell’Italsider e dell’ex area NATO.

Ci indica tre artisti napoletani da guardare con attenzione?
Direi Jorit, col suo stile fotografico e di perfezione grafica, che gli sta dando un successo nazionale e internazionale e attraverso il quale veicola un messaggio socialmente impegnato. C’è poi da menzionare Iabo, che porta avanti un lavoro di grande tradizione, avendo iniziato da giovanissimo ed essendosi perfezionato con un percorso accademico. È un artista trasversale che si è imposto anche sul mercato e nelle gallerie internazionali. Luca Zeus, infine, nella sua evoluzione della forma alfabetica e con il suo stile fatto di forme cromatiche in cui si inseriscono personaggi e scene, mantenendo vivo però il suo desiderio scrittorio di “hand writing”.

Come si posiziona l’Italia nel panorama internazionale della creatività urbana?
L’Italia si situa nello scenario internazionale per una forma di maturità, anche se in Europa esistono dei modelli più evoluti, come quello francese che tutela e finanzia la Street Art a livello statale, anche con un suo museo a Parigi. Tuttavia, l’Italia all’estero è guardata con molto interesse soprattutto per come è articolato e strutturato il nostro sistema fatto di solide connessioni tra le varie città e tra le diverse realtà locali. Questa è una cosa che sicuramente manca all’estero: il nostro fare rete in questo settore.

E gli artisti italiani invece?
Gli italiani si stanno sempre di più categorizzando, cercando ognuno una sua definizione. Abbiamo anche la volontà di una precisa differenziazione per scuole, potendo parlare, ad esempio, di artisti realisti, astrattisti, figurativi, geometrici, suprematisti e cosi di seguito.
In Italia, oggi, non serve più lo pseudonimo, ma si cerca sempre più di usare direttamente il proprio nome e il cognome in virtù di una pretesa autoriale. Per fortuna, quindi, non si compra più il fenomeno della Street Art, ma un artista e un autore con la sua precisa cifra stilistica.

Come pensa, anche in qualità di sociologo, che torneremo a occupare spazi pubblici in forma condivisa e in sicurezza e in quale modo la “creatività urbana” potrà fornire un contributo in questo senso?
Mi sento di riprendere le ultime dichiarazioni di Obrist in merito, il quale ha ricordato cosa accadde durante la grande depressione del ‘29 in America e il conseguente New Deal varato da Roosevelt, nell’ambito del quale si agì anche a sostegno degli artisti, cosa estremamente progressista per quei tempi. Questo finanziamento riguardò, tra l’altro, anche i murales. Alcuni come de Kooning, Rothko e Pollock beneficiarono di questi aiuti, rimanendo poi nella storia. Ci si auspica che lo stesso possa ripetersi adesso, tramite un sostegno statale che a più voci si richiede. È un momento complesso, in cui c’è una ripresa di attraversamento degli spazi e di alcune consuetudini legate a esso ma è innegabile un senso di smarrimento. Ecco perché, ora più che mai, produrre arte all’interno di un contesto pubblico in cui ci si sente persi, attribuendogli nuovi sensi e significati, potrebbe rivelarsi fondamentale.

Arianna Piccolo

http://www.inward.it/

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Arianna Piccolo
Storico dell’arte e giornalista, vive tra Parigi, Napoli e Roma seguendo il ritmo dei vari impegni lavorativi e di studio. Dopo la laurea Magistrale in Storia dell’arte, intraprende il percorso giornalistico, attraverso TV, web e carta stampata, curando l’ufficio stampa e l’organizzazione di eventi culturali di rilevanza locale e nazionale. A seguito di numerose esperienze in ambito museale si specializza nel settore del marketing e della valorizzazione dei Beni Culturali. Si reca, poi, a Parigi dove consegue un Master 2 all’università Sorbonne in Museologia e Mediazione Culturale svolgendo, in quest’ambito, un’importante esperienza come assistente alla conservazione del Dipartimento degli Oggetti d’Arte del museo del Louvre.