Un grattacielo, nove panchine, un gioco cinese. Un curioso intervento di arte pubblica a Vienna

L’architetto, designer e scultore Gregor Eichinger celebra il primo grattacielo moderno della capitale austriaca, denominato Hochhaus Herrengasse.

Gregor Eichinger, Skulptur Go - ©Pascal Petignant
Gregor Eichinger, Skulptur Go - ©Pascal Petignant

Sono semplici panchine pubbliche quei nove elementi tondi, a forma di fungo, che l’architetto, designer e scultore Gregor Eichinger ha installato alla convergenza della Fahnengasse con la Herrengasse, nei pressi della centralissima Michaelerplatz di Vienna. Un punto cardinale della storia urbana, in quanto quest’angolo marca l’avvento, nel 1930, del primo grattacielo moderno della capitale austriaca, denominato Hochhaus Herrengasse, ancora oggi in ottimo stato. Un riferimento a qualcosa di grande, dunque, questa iniziativa – permanente – portata avanti dall’associazione Herrengasse+. Eppure, nel suo insieme, l’installazione allude esplicitamente a un qualcosa di minuscolo, cioè al Go, gioco cinese di antica invenzione in cui due giocatori si sfidano su di un goban, una sorta di scacchiera a griglia con 19×19 incroci, muovendo pedine nere e bianche.

NERO ASSOLUTO

In effetti le nove panche sono state realizzate con marmo cosiddetto Nero Assoluto, e hanno una vaga somiglianza formale con i dischetti del gioco, naturalmente in scala ciclopica. Verso sera, poi, ogni elemento proietta spot luminosi verso terra, suggerendo qualcosa di tecnologico. La strategia a cui mira la scultura è quindi l’intersecarsi e il coesistere di concetti opposti, come il molto piccolo e il molto grande, la tradizione e l’innovazione, nonché la manualità e l’automatismo. Quest’ultima coppia di opposti ha la sua rilevanza nel fatto che recentemente il campione del mondo di Go è stato battuto da una “macchina”: un caso eccezionale in tale ambito, vista la difficoltà di programmare un algoritmo quando le varianti del gioco sono da considerare pressoché infinite (2,08 × 10170), quindi difficilmente calcolabili rispetto, per esempio, al gioco degli scacchi. Un elogio dell’artificio, quest’ultima allusione? Non esattamente, tenuto conto che pure l’intelligenza artificiale ha alla base una umanissima mente, o forse centinaia di menti, per potersi esibire in prestazioni da record.

Franco Veremondi

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.