I 29 anni di Paris Photo e i 200 della fotografia: intervista alla direttrice artistica della fiera Anna Planas 

Abbiamo incontrato Anna Planas per parlare del Bicentenario e della sua traduzione nel programma di Paris Photo, del rapporto tra fotografia storica e sperimentazione contemporanea, dell’impatto delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale e del ruolo che una fiera internazionale può assumere oggi nel definire, o meno, i confini della fotografia

“Il Bicentenario non è soltanto un momento per guardare alla storia della fotografia, ma un’occasione per considerare le trasformazioni del medium”. È da questa prospettiva che Anna Planas, direttrice artistica di Paris Photo, legge la 29esima edizione della fiera parigina: un’occasione per interrogare ciò che la fotografia è diventata e, soprattutto, ciò che potrebbe diventare. Così, dal 12 al 15 novembre 2026 al Grand Palais, Paris Photo, sotto la direzione di Florence Bourgeois, riunisce 246 espositori provenienti da 38 Paesi, tra cui 199 gallerie e 48 editori. Il ritorno sotto la grande volta del Grand Palais, avvenuto nel 2024, trova infatti nel Bicentenario l’occasione per ampliare ulteriormente la prospettiva della fiera: dalle origini della fotografia alle pratiche contemporanee, dai procedimenti storici alle immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Il percorso si articola nelle cinque sezioni Main, Voices, Digital, Emergence e Book, affiancate dai progetti Prismes e da un programma pubblico che comprende Conversations, Book Talks, premi e incontri. Al centro della navata, il Main Sector mette in relazione fotografia storica e contemporanea, mentre Voices, curato da Zasha Colah e Francesco Zanot, affronta quest’anno il tema della Disappearance. Il Digital Sector, affidato a Marco de Mutiis, guarda invece alle conseguenze delle tecnologie digitali sulla produzione, sulla percezione e sullo statuto dell’immagine.

Ad accogliere il pubblico all’ingresso della fiera ci sarà la grande installazione dedicata a Thomas Ruff, concepita come un “libro aperto” e costruita attraverso oltre quarant’anni di ricerca dell’artista tedesco. Il Centre Pompidou, inoltre, sarà ospite della manifestazione con Revealing, una selezione di circa cento opere provenienti dalla sua collezione, mentre Elles × Paris Photo, quest’anno curato da Aldeide Delgado, rileggerà la storia della fotografia attraverso il lavoro delle artiste. Abbiamo incontrato Anna Planas per parlare del Bicentenario e della sua traduzione nel programma di Paris Photo, del rapporto tra fotografia storica e sperimentazione contemporanea, dell’impatto delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale, ma anche del ruolo che una fiera internazionale può assumere oggi nel definire – o, forse, nel mettere continuamente in discussione – i confini della fotografia.

Il bicentenario della fotografia attraversa l’intera 29esima edizione di Paris Photo, dalla presenza del Centre Pompidou al programma delle gallerie e al Prix Pictet. Come avete fatto in modo che questo anniversario diventasse un’occasione per esaminare il presente e il futuro del mezzo fotografico?
Abbiamo colto l’occasione per celebrare la fotografia e per ampliare la conversazione, aprendola a un pubblico più vasto. Il programma della fiera attraversa duecento anni di fotografia, con opere che vanno dal XIX secolo fino al settore Digital, con immagini generate dall’intelligenza artificiale. La competenza delle gallerie partecipanti viene valorizzata attraverso proposte specifiche dedicate al bicentenario: alcune si concentreranno sui primi protagonisti della fotografia, da Niépce a Fox Talbot o Anna Atkins; altre si focalizzeranno sul dialogo tra generazioni diverse o sulle evoluzioni della fotografia nel corso del tempo. Thomas Ruff ha risposto al nostro invito per il Bicentenario con un’installazione che mette in evidenza il suo approccio sperimentale alla fotografia intesa come un mezzo in continua evoluzione. Riunendo opere tratte dalle sue esplorazioni del ritratto, del nudo, del paesaggio e dell’architettura, l’installazione si sviluppa come un libro aperto, esaminando la «grammatica della fotografia» attraverso un’ampia varietà di soggetti e tecniche, dalle macchine fotografiche obsolete alle avanzate simulazioni al computer.

I diversi settori riflettono in modo particolare il legame tra il Bicentenario e un mezzo che si è continuamente evoluto parallelamente ai cambiamenti tecnologici e culturali. La fotografia è stata inizialmente concepita come un modo per preservare ciò che altrimenti avrebbe potuto essere dimenticato. Il settore Voices, con il tema «La disparition», si concentra proprio su questo senso di perdita, esplorando il concetto di scomparsa nelle sue molteplici forme. Il settore Digital, invece, abbraccia queste trasformazioni, guardando ai secoli a venire e interrogandosi su come la tecnologia stia plasmando il modo in cui percepiamo la realtà.

Quest’anno la fiera favorisce un dialogo continuo tra fotografia storica, sperimentazione contemporanea e immagini generate dalle nuove tecnologie. È questa la direzione che immaginate per Paris Photo negli anni a venire? In che modo una fiera può contribuire a ridefinire i confini della fotografia?
Questo è in larga misura parte dell’identità della fiera. Quando si attraversa Paris Photo, opere storiche e pratiche contemporanee vengono costantemente messe in dialogo. Questo è visibile anche all’interno degli stand delle gallerie, dove artisti appartenenti a generazioni e approcci differenti vengono spesso presentati gli uni accanto agli altri, creando una conversazione più ampia intorno al mezzo fotografico. Per noi, questo dialogo è essenziale perché la fotografia è un mezzo che si è sempre evoluto parallelamente ai cambiamenti tecnologici e culturali. Ogni edizione della fiera rappresenta un’occasione per riflettere su queste trasformazioni, guardando al tempo stesso alla storia del mezzo.

È qualcosa che sviluppiamo in stretto rapporto con le gallerie, ma anche attraverso le conversazioni che intratteniamo durante tutto l’anno con artisti, curatori, istituzioni e collezionisti. Questi incontri ci permettono di comprendere come le pratiche stiano evolvendo e di portare nuove prospettive all’interno della fiera. In questo senso, i confini della fotografia non sono qualcosa che cerchiamo di ridefinire dall’alto: sono costantemente messi in discussione e ampliati dagli artisti stessi.

Oggi Paris Photo sembra essere non soltanto un mercato internazionale, ma sempre più un forum per lo sviluppo di idee sulla cultura visiva.
Paris Photo è innanzitutto una fiera, incentrata sul mercato e sui collezionisti. Ma è anche un ecosistema culturale che riunisce artisti, gallerie, collezionisti, istituzioni e pubblico attorno a una riflessione condivisa sulla fotografia e sul modo in cui le immagini plasmano la nostra comprensione del mondo. La fiera è al centro di una settimana di eventi particolarmente ricca a Parigi e consideriamo nostra responsabilità offrire all’interno della fiera stessa un programma forte e significativo. Dal ritorno al Grand Palais nel 2024, Paris Photo occupa uno spazio più ampio che mai, permettendoci di creare un percorso attraverso i diversi settori e il programma pubblico della fiera. Il nostro ruolo, in quanto fiera, è sostenere e promuovere la fotografia, offrendo al contempo ai visitatori e ai collezionisti prospettive diverse. Per noi, il mercato e la dimensione culturale della fiera non sono separati: fanno parte dello stesso ecosistema.

Caterina Angelucci

Paris Photo
dal 12 al 15 novembre 2026
Grand Palais, Parigi

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Caterina Angelucci

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci (Urbino, 1995) vive e lavora a Milano. È laureata in Lettere Moderne con specializzazione magistrale in Archeologia e Storia dell’arte. Oltre a svolgere attività di curatela indipendente in Italia e all'estero, dal 2018 lavora come giornalista per testate…

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