L’archivio è un organismo vivente. Intervista alla fotografa indiana Dayanita Singh in mostra a Roma e a Torino

Il progetto “ARCHIVIO” di Dayanita Singh è in mostra al Museo Nazionale Etrusco di Roma e al MAO di Torino fino a gennaio 2027. L’abbiamo intervistata per conoscere la sua ricerca e i dettagli di questo lavoro in continua evoluzione

Dopo la prima mostra all’Archivio di Stato di Venezia nella primavera di quest’anno, seguita dall’appuntamento romano al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dove è in corso fino al 3 gennaio 2027, ARCHIVIO di Dayanita Singh (New Delhi, 1961) giunge a Torino fino al 10 gennaio nell’ambito di Declinazioni Contemporanee #4. Si tratta del programma di residenze d’artista e commissioni site-specific ideato e sviluppato dal MAO Museo d’Arte Orientale di Torino sotto la direzione artistica di Davide Quadrio, che quest’anno ha visto il coinvolgimento di Gala Porras-Kim, Elif Uras, Sissel Tolaas e Driant Zeneli, oltre che della stessa Singh, nel dialogo tra l’arte contemporanea con le collezioni e gli spazi di Palazzo Mazzonis. Un passaggio a est che è anche l’introduzione all’epilogo del progetto stesso – curato da Andrea Anastasio, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi – che a dicembre 2027 arriverà in India, sia a New Delhi che in Kerala, in occasione della settima Kochi-Muziris Biennale.

Dayanita Singh, ARCHIVIO, MAO Torino. Ph: Manuela De Leonardis
Dayanita Singh, ARCHIVIO, MAO Torino. Ph: Manuela De Leonardis

La ricerca di Dayanita Singh

Il concetto di archivio espresso ed interpretato dalla fotografa indiana non è un luogo immobile dell’autorità, ma “un organismo vivente”, come scrive il curatore nelle pagine del libro-catalogo ARCHIVIO (Electa, 2026). “La sua natura non è quella della fissità, bensì del movimento; non quella della chiusura, ma della disponibilità all’incontro”, afferma Anastasio. “L’archivio diviene così uno spazio generativo, un dispositivo attraverso il quale il senso continua a trasformarsi”. La mostra stessa, in ogni sua tappa, si arricchisce di nuovi lavori che si confrontano con le specificità del contesto. L’archivio di Dayanita Singh si espande, oltre a documentare gli oggetti (vecchi documenti, faldoni, registri), arrivando a contenere i volti spesso invisibili delle archiviste e degli archivisti che si prendono cura della storia, così come le rose e persino i maritozzi con la panna, perché “il suo archivio raccoglie le tracce dell’esperienza vissuta”. Un luogo fisico, l’archivio, che è anche un contenitore di memorie, sentimenti, emozioni individuali e collettive che coniugano “storia pubblica e dimensione intima”.

Chi è Dayanita Singh

Dayanita Singh ha studiato Comunicazione visiva presso il National Institute of Design di Ahmedabad e Fotogiornalismo e Fotografia documentaria all’International Center of Photography di New York. Ha esposto in numerose mostre personali internazionali, tra cui Zakir Hussain: Learning to Learn, National Centre for the Performing Arts, Mumbai (2025), Dancing with my Camera, Gropius Bau, Berlino (2022), Museum Villa Stuck, Monaco di Baviera (2022), MUDAM, Lussemburgo (2023), Serralves Museum, Porto (2023); Sea of Files, Hasselblad Foundation, Göteborg (2022); Museum Bhavan, Tokyo Photographic Art Museum (2017).

Dayanita Singh, ARCHIVIO, Archivio di Stato di Venezia. Ph: Manuela De Leonardis
Dayanita Singh, ARCHIVIO, Archivio di Stato di Venezia. Ph: Manuela De Leonardis

Intervista a Dayanita Singh

Il progetto ARCHIVIO si è evoluto in ogni sua tappa: al MAO sono esposte anche alcune foto che hai realizzato nei depositi della GAM Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, mentre al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia sono presenti le fotografie a colori delle sue rose. In particolare, qual è la relazione tra i fiori e gli antichi documenti?
Le rose, soprattutto quando si seccano, sono come la carta. Sono così fragili. Anche gli archivi cartacei sono fragili, solo che siamo in grado di conservarli. Li preserviamo. In qualche modo quella fragilità è legata all’idea del tempo. Nell’archivio, infatti, cerchiamo di aggrapparci al tempo, no? Ho chiamato un mio lavoro Time Measures proprio per questo (la serie mostra documenti avvolti nel tessuto sbiadito annodato, conservati negli archivi statali e amministrativi indiani – ndR), perché parla del tempo, dell’incapacità a trattenerlo. Quando, all’improvviso, a Roma ho visto le rose ho ritrovato in loro l’essenza dell’archivio: l’impermanenza, la transitorietà, la bellezza della vita e della rosa stessa che durerà solo pochi giorni. Quindi, è qualcosa anche sulla fragilità dei nostri archivi, dei nostri ricordi e di noi, dei nostri corpi.

ARCHIVIO è un progetto complesso che attraverso 350 fotografie, prevalentemente in bianco e nero, sintetizza il tuo lungo rapporto con l’Italia. Cosa ha significato per te entrare in luoghi spesso chiusi al pubblico – dall’Archivio di Stato di Napoli alla Biblioteca Marucelliana di Firenze – incontrando persone che si prendono cura di antichi documenti, libri e carteggi garantendone una fruizione presente e futura?
Nutro grande rispetto per gli archivisti, perché svolgono un lavoro davvero ingrato. Nessuno può vederli, né celebrarli, ma passano tutta la vita a prendersi cura di questi documenti per il nostro futuro. Non sanno neppure se qualcuno aprirà quei documenti nel corso della loro vita. Quindi, sono personaggi molto speciali, ovunque, non solo in Italia anche in India e altrove. Quando, però, si entra nell’archivio – non parlo della sala di lettura, ma dell’archivio vero e proprio – almeno per me la sensazione è molto viscerale. Vi sono così tante storie, tanti secoli che le separano, tante emozioni. Credo di poterne percepire alcune. La mia idea è stata, prima di tutto, di provarne a registrare almeno un pezzetto. Mi sono chiesta se sarebbe stato possibile, ed eventualmente di poterlo condividere con gli altri, perché la maggior parte delle persone non riesce a vedere com’è l’interno degli archivi. È un mondo magico, così commovente. La prima volta, ad esempio, che sono entrata nell’Archivio di Stato di Venezia, mi scendevano le lacrime e non perché fossi triste, si trattava proprio dell’emozione di quel presente. Eppoi l’odore…

A proposito di odore, in occasione dell’intervista che facemmo al Mast di Bologna, nel 2016, avevi proprio affermato che degli archivi ti piace persino l’odore, che José Saramago in Tutti i nomi ha descritto a metà tra la rosa e il crisantemo…
Credo che sia l’odore della carta invecchiata. È quello che sento ovunque vada, ma penso che nelle diverse città, a causa dei livelli di umidità, l’odore cambi, come pure con il passare delle stagioni. Certamente l’archivio di Venezia ha un odore diverso da quello di Roma che è più sotterraneo, dove il clima è più controllato. Ma la carta è carta, è come la pelle.

Quanto è stata rilevante nell’organizzazione del progetto ARCHIVIO, sia espositivo che editoriale, la figura del curatore Andrea Anastasio con cui condividi un’amicizia di oltre trent’anni?
È un’ottima domanda perché il ruolo di Andrea Anastasio è stato, credo, più di quello che qualsiasi altro curatore abbia mai fatto con il mio lavoro. Come sai, infatti, sono io a creare il mio «museo», quindi sono abituata ad esserne anche la curatrice. In questo caso, non ce l’avrei mai potuta fare da sola perché, dopotutto, si trattava del mio archivio italiano. Quindi ho dovuto lavorare con qualcuno che capisse molto bene l’immaginario italiano. Non avrei mai pensato, ad esempio, alla foto del maritozzo con la panna. Nel senso che mi sarei limitata all’immagine in sé, mentre Andrea mi ha spiegato che è un dolce romano per eccellenza e il suo significato.

Il tema dell’archivio è sempre stato presente nel tuo lavoro, tuttavia in un libro come Let’s see (Steidl, 2022) che raccoglie i tuoi primi lavori fotografici – in cui compaiono figure chiave come Zakir Hussain, Mona Ahmed e tua madre Nony Singh – sembra che gli scatti affiorino in maniera “disordinata”. C’è una relazione tra l’immediatezza del racconto e quei frammenti di vita, personali e professionali?
Se pensiamo a tutte le volte che nel tempo ci siamo incontrate, tu ed io, non è detto che il ricordo proceda linearmente. Forse ci verrà in mente più Roma che Bologna o Kochi. La nostra memoria lavora per connessioni improvvise. In questo momento sto guardando la tua collana, con quelle palle di vetro trasparente e mi chiedo perché mi renda triste. Poi capisco che mi ricorda la mia amica Ilene che è scomparsa appena due settimane fa, e una volta era venuta a Goa portandosi in aereo come una grande ghirlanda di palle di vetro. In Let’s See, ho voluto verificare se era possibile effettuare l’editing come un flusso di coscienza. Credo che fosse Virginia Woolf a parlare di flusso di coscienza, a come una cosa si colleghi all’altra. Tu non conosci Ilene, ma grazie a quella collana mi sono subito connessa con lei. Quel libro è nato così, ci è voluto molto tempo. Ho creato la sequenza durante il COVID, volevo che avesse una sua narrazione. Disorganizzare è difficile perché ci insegnano a essere dritti, logici, lineari, ma non siamo così. Non è meravigliosa l’idea di come gli esseri umani – ogni essere umano – abbiano la propria narrazione o le proprie connessioni? Il mio lavoro con i pillar e i libri è quello di dare agli altri l’opportunità di creare connessioni.

Un altro elemento ricorrente è quello della “mostra portabile”, in cui le fotografie sono inserite all’interno di moduli di legno, leggeri e mobili che ricordano un po’ la struttura del tuo libro Museum Bhavan (Steidl, 2017), il cofanetto che raccoglie nove piccoli libretti a leporello. Quest’intuizione rende unico il tuo approccio alla fotografia, che assume anche un significato concettuale di dispositivo ancora una volta legato all’idea di memoria?
Beh, hai risposto alla domanda. Oggi dicevo proprio al mio partner, anche se non sono solo io ad affermarlo, che il mio è un enorme progetto concettuale. Queste strutture non riguardano solo l’Italia o Torino. Sto cercando di cambiare il modo in cui interagiamo con l’immagine. Girando intorno ai pilastri si creano connessioni sempre diverse. Era molto importante, per me, trovare un modulo che facesse continuamente “inciampare”. Quando le fotografie sono appene al muro, le persone le guardano semplicemente, è tutto lì. Basta uno sguardo e il gioco è fatto. Invece, voglio invitare l’osservatore a guardare con un po’ di cura e un po’ di tempo. Per me, si tratta davvero di diffusione.

In Palermo Pillar c’è la foto di una vecchia macchina fotografica Pentax K1000. Si tratta di un omaggio a una fotografia “lenta” per restituire valore al tempo dello sguardo, dello scatto e del processo stesso della stampa?
Quella macchina fotografica non è mia, ma di Letizia Battaglia. È il ricordo del nostro incontro a Palermo, una delle ragioni per cui sono andata in quella città. Quando l’ho incontrata le chiesi se potevo fotografare la sua macchina fotografica. Per me lei era Palermo. Ho anche una bellissima foto di Letizia che fuma. Forse la aggiungerò al lavoro. Era così amorevole, così accogliente. Non mi conosceva, ma mi diede subito un grande abbraccio.

Manuela De Leonardis

Torino // fino al 10 gennaio 2027
Declinazioni contemporanee #4
MAO MUSEO D’ARTE ORIENTALE – Via San Domenico, 11
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Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis

Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Dal 1993 è iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio e dal 2004 scrive di arti visive per le pagine culturali del manifesto e gli inserti Alias, Alias Domenica, ExtraTerrestre.…

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