Decolonizzare lo sguardo. Parola all’artista Silvia Bigi

Si concentra sul tema della memoria la ricerca di Silvia Bigi, che spazia dalla fotografia al suono. L’abbiamo intervistata per approfondire il suo metodo di lavoro e la sua poetica.

Silvia Bigi, Il codice (L'albero del latte), 2017
Silvia Bigi, Il codice (L'albero del latte), 2017

Dove memoria individuale e collettiva s’incontrano, in quello spazio che crea dialogo tra ricordo, immagine interiore e tecnologia, si colloca il lavoro di Silvia Bigi (Ravenna, 1985), fra gli artisti presenti fino a ottobre alla mostra The Families of Man al Museo Archeologico di Aosta. Attraverso l’utilizzo di linguaggi diversi, dalla fotografia al suono, la sua pratica esplora il binomio reale/realtà, con l’urgenza creativa di attivare una decolonizzazione dello sguardo, autentica rivoluzione degli occhi.

Con From dust you came ricavi nuovi pigmenti dalle vecchie fotografie. È un processo terapeutico?
Sicuramente nel gesto del raschiamento della superficie delle fotografie del mio archivio familiare ci sono tutte le parti di me: delicatezza, fragilità, selvaticità, forza, irriverenza. Si tratta di un gesto iconoclasta, intimo e insieme politico.

L’essere umano e la sua storia sono metro di misura del tutto?
Ho sentito l’urgenza di mettere in discussione proprio questo, di prendere tra le mani quelle immagini e cancellarne le superfici, e allo stesso tempo ‒ in un atto d’amore ‒ di conservarne accuratamente le ceneri, e anzi, di riutilizzarle, in un eterno ritorno. Ora sto iniziando un ciclo di acquerelli e acrilici completamente astratti, dove lego le polveri delle immagini fotografiche per trattarle come normali pigmenti. E anche gli acquerelli porteranno con sé un bagaglio di memorie.

Si gratta il colore per lasciare che prenda nuova vita, che formi nuovi ricordi. A quello che rimane dell’immagine quindi potrebbe esser data una diversa interpretazione.
E una parte piuttosto misteriosa del lavoro, sto ancora cercando di capirne tutte le implicazioni. Da un lato ci sono queste immagini “svuotate” di volti e figure, che pure sembrano più presenti che mai. Nell’atto di cancellarne minuziosamente i corpi e le espressioni ne rimane un solco ancora più profondo. Ora sono immagini iconiche, appartengono a tutti, e potrebbero essere riempite da qualsiasi altro volto o storia.

E dall’altro lato?
Ci sono le molte copie, ingrandimenti, porzioni di immagine che ho utilizzato per ottenere più polvere – poiché da una singola immagine non ricavo che pochissimi granelli. Quindi mi sto concentrando soprattutto sui blow-up astratti che io chiamo ‘anti-disegni’, ottenuti cioè raschiando via porzioni di colore.

Silvia Bigi, urtumliches Bild #12, 2020
Silvia Bigi, urtumliches Bild #12, 2020

LA MEMORIA SECONDO SILVIA BIGI

Poi c’è l’anti-memoria, scritta materialmente nel tessuto del tempo, quella de Il Codice.
Un’altra di quelle azioni che meglio identificano la mia pratica. Rientrando da una residenza artistica nei Balcani, inciampo in un piccolo libricino trovato casualmente nel parco di fronte a casa. Parla di ‘Vergini Giurate’, donne che in varie regioni giuravano verginità di fronte a una commissione di patriarchi, divenendo a tutti gli effetti uomini agli occhi della comunità: nei gesti, negli abiti, nel nome, nei comportamenti sociali. Questa scelta, così radicale, aveva differenti ragioni: una donna poteva farlo per mantenere l’eredità della famiglia in assenza di fratelli maschi, oppure per rifiutare un matrimonio imposto.

E poi ti sei imbattuta nel Kanun, un antico codice di precetti, da dove sei partita per arrivare a una tua totale rivisitazione.
Volevo inventarlo e poi farlo scivolare in una piega del tempo, come se fosse realmente esistito. Ho scritto tredici precetti, immaginandomi una possibile trasmissione segreta, immaginando che questo codice fosse stato tramandato segretamente di madre in figlia, ricamando le “leggi” con filo bianco su tela bianca, per renderlo invisibile a occhi maschili. Non ero interessata all’inganno, né ci tenevo a convincere i visitatori della mostra che si trattasse di un documento reale. Mi interessava mettere in dubbio ancora una volta il concetto di Storia, di memoria.

Silvia Bigi, husband and wife, dalla serie From dust you came, 2020
Silvia Bigi, husband and wife, dalla serie From dust you came, 2020

SOGNI E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

I sogni come sismografi per percepire le trasformazioni. Come nasce il tuo lavoro presentato a Cortona on the Move?
I miei sogni notturni stavano cambiando durante la pandemia, mostrando già i segni delle piccole e grandi trasformazioni in atto. Ho ipotizzato che forse questo accomunasse tutti, raccogliendo 39 sogni di persone provenienti da diverse regioni del Pianeta. Anziché rappresentarli, ho deciso di darli in pasto a un algoritmo di apprendimento automatico, un’intelligenza artificiale text-to-image, addestrata cioè a tradurre input testuali in immagini.

Sogni dal contenuto spesso profondamente illogico: il programma non “fallisce” costantemente il suo compito?
Le immagini infatti sembrano sfaldarsi, producono ibridi, colori densi e irreali, richiamando certa pittura astratta del Ventesimo secolo, in particolare il lavoro delle avanguardie storiche ‒ riferimenti iconografici che l’algoritmo non può avere, né conoscere. Ed è così che ho dato vita, involontariamente, a un nuovo immaginario tout court, dove il potere dirompente delle nuove rappresentazioni dipende non tanto dalla mia volontà, quanto dal mio attivare un processo, e dal raccogliere come un’archeologa, i risultati di quell’azione.

Decolonizzare lo sguardo. Una rivoluzione che parte dai nostri occhi per arrivare dove?
A me interessa rompere, decostruire, senza averne ben chiare le conseguenze. Credo che ogni sistema culturale abbia i suoi codici e le sue forme rappresentative, per preservarsi, per continuare a esistere. E allora, modificando questi riferimenti, possiamo (forse) iniettare al sistema culturale una ‘variazione genetica’, e, proprio perché si tratta di processi millenari, possiamo tentare di utilizzare l’azione artistica come acceleratore, come macchina del tempo.

– Ginevra Barbetti

www.silviabigi.com

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Ginevra Barbetti
Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come senza gli horror all’italiana degli anni ‘70, Dylan Dog e le canzoni di Lucio Dalla.