Prima tappa di “Giro d’Italia”, una guida sentimentale che esplora la Penisola, dai più piccoli ai maggiori centri abitati. Seguendo la metafora del ciclismo, procede con lentezza, attraverso lo sguardo dei fotografi associato alle parole di autori di varie discipline. Un viaggio in soggettiva, per tracciare una mappa inedita del nostro Paese. Un viaggio curato da Emilia Giorgi.

In uno di quei giorni sospesi e confusi che stanno a ridosso della fine dell’anno sono andata alla Giudecca a trovare Carolina Raquel Antich, artista argentina eccellente con base a Venezia da molto tempo. Il suo studio ampio e luminoso è situato in una sorta di agglomerato di bassi loft vetrati, all’interno di uno di quegli spazi verdi nascosti dietro le facciate. Capita, spesso, di scoprire ritagli di verde, in questa città di pietra, marmi, colori e acqua, e a volte per caso, semplicemente occhieggiando attraverso qualche spiraglio nelle cortine edilizie che ci fiancheggiano mentre camminiamo.
Qui, da Carolina, siamo dietro a un palazzo, ma anche nell’area di un’ex fabbrica di birra; poco distante ci sono la leggendaria tessitura Fortuny e il mulino Stucky, trasformato, dopo un incendio devastante, in un anonimo hotel di catena.
La Giudecca è l’isola che, come un nastro più volte inflesso, segue con le sue curvature quelle del margine di Venezia che le sta di fronte, uno dei profili che compongono la figura per cui secondo Tiziano Scarpa Venezia è un pesce, l’analogia posta a titolo della sua guida sentimentale della città. Interpretando ancora Venezia in pianta, lo scrittore annota anche che il ponte della Libertà, quello che la collega alla terraferma, è simile a un amo: necessario per tenerla ancorata, impedendole di perdersi nella laguna.
Attraversare il vasto canale verso quell’isola lunga e stretta mi ha portato indietro nel tempo. Mi ha ricordato perché non amo andare alla Giudecca, ma allo stesso tempo ha in qualche modo riconnesso finalmente la mia vita a questa città di cui non riesco a sentirmi parte, anche se ci sono nata.

© Stefano Graziani
© Stefano Graziani

LA GIUDECCA E LA LAGUNA

Quella stessa nebbia che ovattava tutto nel meraviglioso grigio lattiginoso delle giornate invernali mi ha riportato a quando prendevo il vaporetto, una vita fa, per tornare in quell’isola allo stesso tempo vicina e lontana dalla città. Perché io abitavo alla Giudecca, precisamente alle Zitelle, verso la Casa dei Tre Oci, il palazzetto neogotico del pittore Mario de Maria. Vivevo in un appartamento che era stato acquistato per la straordinaria vista. Un ultimo piano con due terrazze che dominavano il canale e da cui avevi un panorama incredibile: dal paesaggio industriale di Porto Marghera fino a San Marco, la Salute, San Giorgio e ancora più lontano. Una casa che tremava quando passavano le navi (non c’erano però ancora le grandi navi) e dove ti pareva di toccare i maestosi fuochi esplosi in occasione della festa del Redentore.
La visita allo studio era per vedere i progetti che Antich aveva preparato a seguito di una richiesta per lei inedita, dipingere un suo lavoro sulle pareti di una delle stanze della nuova casa. Una delle grandi pareti dell’atelier era occupata da due tele che echeggiavano una superficie impastata del famoso verde veneziano. Una figuretta da una parte su una piccola barca, un punto in cui rifugiare lo sguardo: “È la prima volta che dipingo la laguna”, mi spiegava l’artista.

© Stefano Graziani
© Stefano Graziani

VENEZIA TRA MARE E TERRAFERMA

La laguna, silente e immobile, è alle spalle della Giudecca. Prima di essere fermata all’amo della terraferma, Venezia viveva in simbiosi molto più intensa con la sua laguna. E una volta all’anno, il giorno dell’Ascensione, si spingeva a uno dei suoi sbocchi, quello di San Nicolò al Lido, per sposare il mare, nella cerimonia in cui il doge gettava nelle acque un anello benedetto.
Proprio qui, lungo il confine della laguna opposto alla terraferma, da pochi mesi si è attuato un mutamento irreversibile nella geografia di Venezia, con la messa in funzione dell’enorme macchina che al bisogno può separare la città dal mare. Il limite in cui celebrare la fusione è ora quello in cui attuare il distacco, e simbolicamente la potenza di questo nuovo cambiamento non è forse minore di quella dell’ormai antico congiungimento con la terra. Questa volta, però, il tempo in cui capacitarsi della trasformazione e, magari, escogitare una nuova immagine analogica compete con quello della sopravvivenza fisica della città.

Maria Luisa Frisa

www.stefanograziani.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #58

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Maria Luisa Frisa
Maria Luisa Frisa, critico e fashion curator, è direttore del Corso di laurea in Design della moda e Arti multimediali all’Università Iuav di Venezia. È presidente di MISA Associazione Italiana degli Studi di Moda. È direttore per Marsilio Editori della Collana Mode dedicata alle idee e alle figure della moda.