“La Street è un Haiku. Si toglie per dare. Genera emozioni asincrone. Silenzi rumorosi”. Parola allo street photographer Eolo Perfido.

Francese di nascita, italiano di adozione, ritrattista rappresentato dalla prestigiosa agenzia fotografica Sudest57. Ma anche Leica Ambassador, docente e soprattutto uno degli street photographer italiani più conosciuti in patria e all’estero. Eolo Perfido (Cognac, 1972) lavora con le più importanti agenzie di comunicazione del mondo tra le quali JWT, Saatchi & Saatchi, Leo Burnett, Young & Rubicam, BBDO, United 1861, Grey and Blossom Communication. Riviste come Vogue Russia o Vision China si contendono i suoi progetti editoriali, mentre le sue serie fotografiche sono state esposte in diverse gallerie private e musei tra le quali la Galleria Janete Costa di Recife in Brasile, il museo Manege di San Pietroburgo e le Leica Galerie di Milano e Roma. La sua ultima mostra esposta a Isolo17 a Verona, nel programma del Festival di Fotografia Grenze fino al 2 novembre, è l’occasione per fare il punto sul ritratto e la fotografia street.

INTERVISTA A EOLO PERFIDO

Come si controlla un set infinito, fatto di mille luci, di mille persone, di infinite possibilità di improvvisazione?
Non puoi controllarlo. Il fotografo di strada deve diventare parte del flusso. E quando si immerge deve approfittare del potenziale di questo nuovo punto di vista per riconfigurare quello che vede attraverso gli strumenti tipici della Street, ovvero l’inquadratura e la sincronizzazione.

Come fai convivere nella tua identità di fotografo la programmazione e progettazione millimetrica dei set con l’idea romantica del fotografo che vagabonda sulle strade del mondo per alimentare la Street Photography?
Non mi costa nessuna fatica. Facciamo quello che siamo. Se dovessi tirare le somme, tutta la mia vita è stata sempre scandita da due tensioni tra loro spesso contrarie. Con il tempo ho imparato a modularle in base a necessità e istinto.

Il ritratto di strada è Street? Al di là della risposta, per chi hanno ancora senso le convenzioni con cui delimitiamo gli ambiti e i generi?
La storia della fotografia di strada ci dice che il ritratto di strada è parte integrante di questa disciplina, anche se gli “integralisti” che fanno un po’ fatica ad accettarlo. Alla fine poco importa. I confini nebbiosi della fotografia di strada sono il suo punto di forza. Ogni tanto qualche fotografo si incammina tra le nebbie e condivide con tutti un nuovo punto di vista sul reale.

Cosa ti avvicina a un viso, un volto in strada per chiedergli di essere ritratto?
È un istinto. Lo guardi e senti la necessità di farne memoria. Poi ovviamente viene il momento dell’incontro e della persuasione. Negli anni ho imparato a cogliere velocemente alcuni segnali delle persone che ho davanti, ma non esiste un modo infallibile di gestire questo momento così delicato. E può capitare che non si riesca a realizzare la fotografia. Quando accade mi spiace molto, ma con gli anni ho capito che la Street è per sua natura una disciplina del fallimento e saperlo processare è fondamentale per poter trovare sempre nuove energie creative.

Eolo Perfido Street Photography, Havana
Eolo Perfido Street Photography, Havana

I SIGNIFICATI DELLA STREET PHOTOGRAPHY

La Street per sua natura forse non è documentale, magari lo diventa poi. Cosa vorresti che documentassero le tue foto? E con quale forma? Una “casuale banalità” alla Ghirri o una costruzione architettonica perfetta alla Bresson? O nessuna delle due?
La Street può essere approcciata con una volontà documentale. In questo caso la rappresentazione sincera di quello che ci circonda diventa un fine. In alternativa si può aspirare a riconfigurare il reale con l’obiettivo di realizzare immagini che aspirano ai reami dell’astrazione. Molti fotografi si muovono agilmente tra questi due modi di vedere la strada, mentre io sento decisamente più mio il secondo approccio. Documentare richiede un modello di ricerca che secondo me non sempre si lega con i metodi e i tempi tipici della Street Photography. È sostanzialmente un altro lavoro.
Poi come dici tu giustamente, tutta la Street a un certo punto, suo malgrado, diventa prima o poi una forma di documentazione/testimonianza del tempo in cui ha operato il fotografo.
Spesso cerco nelle mie fotografie equilibri grafici e compositivi. Ho provato a volte ad avere un approccio diverso, ma la mia attitudine più evidente nella Street è quella di portare ordine nel caos. Se dovessi dirti cosa spero di comunicare, ti direi che mi accontento di ispirare un senso di stupore in quelle persone che decidono di osservare il loro quotidiano attraverso il mio sguardo.

Nella Street sei più attento al contesto, paesaggio e le sue forme grafiche o alla narrazione interna a essi, il contenuto quotidiano o eccezionale? Come costruisci la relazione tra figura e fondo/contesto? Cosa ti interessa mettere in evidenza nell’eterogeneità dell’immagine?
Lavoro sostanzialmente in due modi. Se vengo ispirato dal contesto, costruisco le immagini partendo dalla componente statica (architetture, oggetti, persone sedute o comunque ferme) per poi attendere la componente dinamica (persone, oggetti in movimento). Cerco sempre un equilibrio grafico nei rapporti tra le parti statiche e quelle in movimento.
Se invece ho voglia di prossimità e di fare memoria di gesti, sguardi e interazioni più intime tra le persone, allora mi immergo in mezzo alla gente e costruisco equilibri fatti di sguardi, piccoli dettagli e rumore.

Street è riconfigurare il reale. Con quale poetica o fine?
La Street è un Haiku. Un lavoro di sintesi. Si toglie per dare. Non ha un solo fine. Genera emozioni asincrone. Silenzi rumorosi. Non è mai assoluta ma invita a conversare.

Quando esci in strada a cosa ti predisponi? A quale meraviglia o stupore?
Cerco di non avere troppe aspettative. Il mondo, per quanto a volte banale nelle sue manifestazioni, è sempre pronto a meravigliarci. Preferisco quindi dedicare le mie energie a farmi trovare pronto nel momento in cui potrebbe accadere qualcosa di inaspettato.

Tu insegni. L’allievo non deve ripetere il gesto, lo stile, la cifra del maestro. Come educare il muscolo (cuore o testa che sia) affinché scatti in autonomia, ma consapevole della tua poetica e del tuo sguardo?
Copiare è parte del processo di crescita. L’impianto stilistico si può emulare, ma non diventerà mai qualcosa di particolarmente significativo se non aspira a essere contaminato da quanto di più personale abbiamo da investire.
Il muscolo serve a darci le fondamenta, gli strumenti, le capacità. Poetica e sguardo seguono un percorso diverso. Hanno a che fare con la vita. Gli autori più bravi sono quelli che riescono a comprendere l’importanza dell’uno senza sacrificare il valore dell’altro. Equilibri delicati che ognuno di noi vive e gestisce in modo diverso. Non si può insegnare ma si può certamente aiutare a capire la propria indole e indirizzarla verso un percorso più lineare.

Eolo Perfido Street Photography, Tokyo
Eolo Perfido Street Photography, Tokyo

RITRATTI E MODELLI DI STRADA

Cos’è un ritratto? Dov’è la persona quando l’immagine fissa il volto in una pellicola di tempo? Il ritratto diventa una maschera di cera? Un’immagine fantasmatica dell’assente, come direbbe Nancy?
Ogni ritratto è un’approssimazione. Alcuni ritrattisti cercano di esprimere rocambolesche ma sincere opinioni attraverso le loro fotografie. Vogliono restituire qualcosa che si approssimi al vero. Altri invece vedono nell’altro uno “strumento attoriale” per costruire personaggi che spesso poco hanno a che vedere con la persona ritratta. I primi sono quei ritrattisti che cambiano dopo ogni ritratto, perché l’incontro li trasforma. I secondi sono coloro che realizzano sempre lo stesso ritratto indipendentemente dal soggetto fotografato alla ricerca di quell’immagine spesso sfocata che li ossessiona da anni.

Quali sono gli ingredienti che costruiscono l’incontro con la persona che decide di intraprendere un percorso con te di ritratto in studio?
Nei workshop di gruppo cerco di condividere in modo schietto, sincero e generoso tecniche, metodi e attitudini che mi aiutano a ottenere le mie fotografie. Nel modo più semplice e onesto possibile condivido quanto ho imparato in anni di lavoro.
Nei workshop 1ON1 mi pongo invece un obiettivo diverso, ovvero cercare di tirare fuori il potenziale dal fotografo che sto formando. È un percorso molto più faticoso perché devo capire prima di tutto cosa e come vede. Fargli fare esperienza del mio modo di vedere e poi aiutarlo a costruire qualcosa di personale. Per questo un workshop 1ON1 con me dura diversi mesi.

Come conciliare la necessaria memoria iconografica con l’autenticità di un sentimento che si disegna sul volto? La rabbia, ad esempio, può avere un cliché di riferimento, uno stereotipo che viene da altre discipline (il cinema, l’arte): come dirla ogni volta in modo nuovo? Come stimolare l’altro al cambiamento continuo?
La rabbia o qualsiasi altro sentimento si manifesta sempre con sfumature riconoscibili ma anche uniche perché personali. In fotografia bisogna sempre saper riconoscere la sottile linea che divide il vero dal verosimile. L’arte è quasi sempre rappresentazione. Se è credibile diventa vettore di emozioni e strumento di conversazione.
Il ritrattista deve diventare bravissimo nel portare il suo soggetto nei reami della rappresentazione e lo fa attraverso quella che io definisco una vera e propria performance fatta di interazione, silenzio, gestualità e tecnica fotografica.

Quale memoria di immagini è necessaria per costruirsi modelli, formati da cercare poi nei volti senza cadere nel cliché o nello stereotipo?
Viaggiare in tutto il mondo, come ho avuto la fortuna di fare, aiuta a sviluppare la consapevolezza che i sentimenti possono essere rappresentati in modi molto diversi a seconda delle diverse culture. Farne memoria è importante per poter poi riconoscere i momenti più autentici che si manifestano durante una sessione fotografica.

Eolo Perfido Street Photography, Tokyo
Eolo Perfido Street Photography, Tokyo

IL LINGUAGGIO DELLA FOTOGRAFIA

Qual è il genere fotografico su cui maggiormente si può produrre innovazione, sperimentare i linguaggi?
Sinceramente penso che in tutti i generi ci sia la possibilità di essere innovativi. La mente umana è meravigliosa.

Cos’è l’inaccessibile all’analisi della fotografia?
Una foto difficilmente ci permette di fare quel percorso inverso che ci consente di comprendere ciò che pensava e sentiva l’autore nel preciso istante in cui ha scattato quella fotografia. Questo cortocircuito mi fa pensare a quello che in fisica quantistica chiamano il principio di indeterminazione di Heisenberg. Non puoi misurare contemporaneamente ciò che la foto ti comunica e ciò che il fotografo sentiva. Uno dei due contesti rimane sempre inaccessibile all’osservatore.

Cosa hai imparato maggiormente dai tanti maestri che hai frequentato?
Tenacia, costanza, pazienza e perseveranza.

Simone Azzoni

www.walkingphotographer.net

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AutoreEolo Perfido
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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.