In attesa dell’avvio della grande mostra veneziana ospite di Palazzo Grassi, rimandata a causa dell’emergenza sanitaria e dedicata alla fotografia di Henri Cartier-Bresson, ve ne anticipiamo i contenuti. Descritti da Matthieu Humery, coordinatore di un team curatoriale d’eccezione.

Raccontare la fotografia non è mai un gesto semplice, soprattutto se a finire sotto la lente di ingrandimento è un autore-icona del linguaggio per immagini, oggetto e soggetto di mostre e retrospettive da una parte all’altra del globo. In questo orizzonte, l’impresa espositiva che sta per concretizzarsi tra le sale di Palazzo Grassi, satellite lagunare della Pinault Collection, suona ancora più coraggiosa, poiché ad “affrontare” un mostro sacro dell’obiettivo come Henri Cartier-Bresson (Chanteloup, 1908 ‒ Montjustin, 2004) sono ben cinque curatori d’eccezione, chiamati dal coordinatore della rassegna, Matthieu Humery, a offrire il proprio punto di vista su un corpus di scatti ‒ ben 385 ‒ selezionati in vita dallo stesso Cartier-Bresson, la celeberrima Master Collection. Esito di una scelta personale, i cui criteri non sono mai stati chiariti dall’autore, questo prezioso corpus di stampe a contatto trovò la sua forma definitiva nel 1973, su invito dei collezionisti Dominique e John de Menil, amici del fotografo, che decise di produrne pochissimi esemplari, includendo opere note e altre meno conosciute o riuscite, come sottolinea Humery, catalogandole in maniera semplice, quasi si trattasse di un archivio. Sono soltanto sei gli esemplari della Master Collection – conservati presso il Victoria and Albert Museum di Londra, la University of Fine Arts di Osaka, la Bibliothèque nationale de France, la Menil Foundation di Houston, la Fondation Henri Cartier-Bresson e la Pinault Collection ‒, emblema del ruolo giocato dalla soggettività e dal caso nell’opera di un artista.
A misurarsi con il “peso” di decisioni individuali, intime, non codificabili, sono cinque curatori impegnati in ambiti professionali diversi, ma accomunati da una scintilla, quella della creatività, che dettava i movimenti di occhi e mani dello stesso Cartier-Bresson, e anche da legami più o meno sottili con quest’ultimo.

PERCEZIONE E INDIVIDUALITÀ

Le sorti della mostra ‒ “che non vuole essere un’altra monografica sull’artista, ma una indagine sulla percezione del suo lavoro”, afferma Humery ‒ dipendono dalla fotografa Annie Leibovitz (per la quale Cartier-Bresson fu un modello), dal collezionista François Pinault, dallo scrittore Javier Cercas (le cui radici spagnole echeggiano l’interesse del fotografo verso le vicende del Paese, esplicitate anche dalla sua produzione cinematografica), dalla conservatrice della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas e dal regista Wim Wenders (che, ricorda Humery, “incontrò Cartier-Bresson più volte e condivide con lui l’interesse per la fotografia, come dimostrato dai suoi film”), e, ancora una volta, da una scelta, per sua stessa natura soggettiva e individuale, applicata alla Master Collection.
La regola del gioco ‒ perché di un gioco si tratta, come esplicita il titolo della rassegna, Le Grand Jeu – è una e inderogabile: selezionare in piena autonomia e solitudine un gruppo di scatti e offrirli al pubblico attraverso un allestimento dettato, inutile dirlo, del proprio punto di vista. Ciascuno dei curatori non ha avuto accesso alle decisioni altrui, sperimentando una gamma di sfumature del lavoro curatoriale: l’incertezza, il dubbio, l’infinito interrogarsi sul buon esito delle direzioni intraprese, ma anche, come sottolinea Humery, la coesistenza di due sguardi, quello dell’essere umano e quello del professionista che deve difendere le sue scelte e veicolarle.

Henri Cartier-Bresson Alberto Giacometti, Rue d'Alésia, Paris, France, 1961, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson - Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Alberto Giacometti, Rue d’Alésia, Paris, France, 1961, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson – Magnum Photos

IL GIOCO E L’IO

Ed è proprio qui che l’ambivalente significato del jeu emerge con più forza. Il gioco cede il passo, abbandonando una lettera, all’io – je – pilastro, motore e causa dell’essere nel mondo come individui. Una trama di ego – quelli dei curatori, ma, soprattutto, quello di Henri Cartier-Bresson – innerva la struttura concettuale di una mostra che ne racchiude cinque e che ammette la presenza di ripetizioni, “doppioni”, scelte identiche, richiamando alla mente “il gioco del cadavre exquis di matrice surrealista” e confermando tutta l’imprevedibilità di azioni dettate dal proprio “je”. È lo stesso Humery a rammentare che la “medesima immagine, scelta da curatori diversi, assume un significato completamente diverso”. L’esito finale dell’intera operazione – supervisionata da Humery, che ha aiutato i curatori a “creare una narrazione e a mettere in fila i pensieri” – sarà svelato solo alla fine, quando pubblico e curatori potranno prendere parte al “gioco”, attraversando una galleria di immagini e di scelte non fini a sé stesse, ma veicoli di una soggettività che si palesa agli occhi altrui.

I CURATORI

Dopo aver diretto il dipartimento di fotografia di Christie’s, Matthieu Humery ha curato una serie di mostre dedicate, fra gli altri, a Irving Penn, Annie Leibovitz e Jean Prouvé. Co-fondatore del Los Angeles Dance Project, coordina progetti in cui si mescolano arte contemporanea e coreografia.

Classe 1956, Sylvie Aubenas è a capo del Dipartimento di Stampe e Fotografia della
Bibliothèque nationale de France dal 2007. Specializzata in storia della fotografia, ha tenuto corsi all’Università di Parigi IV Sorbona e curato numerose mostre fra Europa e Stati Uniti.

I suoi esordi come fotoreporter per Rolling Stone risalgono al 1970 e da allora Annie Leibovitz ha firmato oltre cento copertine per la rivista americana, approdando poi anche a Vanity Fair e Vogue. In parallelo all’editoria, la fotografa ha firmato molteplici campagne pubblicitarie, combinando moda e ritrattistica.

Nato nel 1936, François Pinault ha saputo distinguersi nell’ambito del commercio prima nel campo del commercio del legname e poi nel settore dei beni di lusso, acquisendo il gruppo Gucci. Nel 2003 cede la direzione operativa al figlio François-Henri Pinault e nel 2013 il gruppo è ribattezzato Kering. Oggi la collezione di arte contemporanea di François Pinault è una delle più note al mondo.

Nome di punta della narrativa spagnola contemporanea, Javier Cercas, classe 1962, ha conquistato la fama internazionale con Soldati di Salamina, pubblicato nel 2001. Collaboratore del quotidiano El País, lo scrittore parla delle sue opere come “storie reali”, che affondano le radici nella linea di confine tra realtà e finzione.

Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas sono solo due delle pellicole che hanno trasformato la regia di Wim Wenders in uno dei paradigmi della cinematografia attuale. Promotore del Nuovo Cinema Tedesco, il regista nato a Düsseldorf nel 1945 ha fatto incetta di premi, dall’Orso d’oro alla carriera al Festival di Berlino nel 2005 alla Palma d’oro a Cannes nel 1984.

Arianna Testino

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #21

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Evento correlato
Nome eventoHenri Cartier-Bresson - Le Grand Jeu
Vernissage11/07/2020 no
Duratadal 11/07/2020 al 20/03/2021
AutoreHenri Cartier-Bresson
CuratoriAnnie Leibovitz, Wim Wenders, Javier Cercas, Sylvie Aubenas, François Pinault
Generifotografia, personale
Spazio espositivoPALAZZO GRASSI - FRANCOIS PINAULT FOUNDATION
IndirizzoSalizzada San Samuele 3231 - Venezia - Veneto
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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.