Palazzetto Tito, Venezia ‒ fino al 22 marzo 2019. Il Circolo Fotografico La Gondola, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, presenta la mostra “Codice Sorgente 1948 / 2018”. Ne abbiamo parlato con Massimo Stefanutti, presidente del Circolo.

Settant’anni e ben portati, non c’è che dire. Sono davvero pochi i Circoli Fotografici Amatoriali ‒ nel caso specifico è d’obbligo sottolineare che l’aggettivo conserva interamente la sola valenza etimologica, di gratuità e di passione ‒ che possono vantare la longevità della Gondola, e ancor meno quelli che godono di ottima salute, tanto da poter fare grandi progetti per il futuro.
Durante l’inaugurazione a Palazzetto Tito si avverte un clima di sincera convivialità e di festa, come nelle grandi occasioni di famiglia; difatti Codice Sorgente 1948 / 2018 è un “omaggio” che il Circolo Fotografico veneziano offre ai suoi soci tutti, quelli di ora come quelli di allora, senza alcuna soluzione di continuità.
Si tratta di un “incontro”, che può diventare, di volta in volta, dialogo, scontro, interpretazione, plagio e così via, tra le vecchie fotografie d’archivio e le fotografie di nuova produzione. Un incontro “fecondo” e foriero di stimoli e di riflessioni, in grado sia di ridestare le “dormienti” fotografie d’archivio sia di sostanziare le “giovani”; secondo una dinamica comparativa e diacronica fondata sulla consapevolezza del fatto che “essere contemporanei” significa sempre, necessariamente, sapere interrogare il proprio passato.
La mostra è pure accompagnata da un ottimo catalogo contenente testimonianze preziose di Massimo Stefanutti e Manfredo Manfroi e un accurato saggio storico-narrativo di Nicola Bustreo.
Abbiamo colto l’occasione di questa mostra commemorativa per porre alcune domande al presidente in carica, l’avvocato Massimo Stefanutti.

Fabio Scarpa, Ricerca d'identificazione, 1978 e Matteo Miotto
Fabio Scarpa, Ricerca d’identificazione, 1978 e Matteo Miotto

L’INTERVISTA

Settant’ anni fa Paolo Monti fondava il Circolo Fotografico La Gondola insieme a Gino Bolognini, Giorgio Bresciani e Luciano Scattola. Un circolo ricreativo e dopolavorista, ma che per Monti assunse un valore ben più profondo: significò prendere coscienza delle proprie attitudini e trovare il coraggio di perseguirle. “Abbandona un lavoro sicuro e ben remunerato di dirigente d’azienda, per seguire la professione incerta e poco nota di fotografo”. Così recitano le sue biografie. Fu una scelta audace, di grande valenza etica. Dove si colloca oggigiorno l’aspetto amatoriale della fotografia rispetto al professionismo? Un passo indietro, oppure accanto? In relazione o in contrapposizione a esso?
Intanto si dovrebbe specificare chi è “l’amatore” in fotografia, darne una definizione ma è molto difficile. Sarebbe più utile dividere tra diverse funzioni della fotografia e di persone che si impegnano in un settore o nell’altro. Perseguire un fine estetico non è certo meno di perseguire un fine artistico o strettamente reportagistico. Tutti i fotografi (e ora si hanno anche i mezzi concettuali e tecnici) sono vicini. Ciò che cambia è l’approccio e il risultato che si vuole ottenere.

Il presidente che ti ha preceduto, Manfredo Manfroi (ora presidente onorario del Circolo), ha svolto un encomiabile lavoro di rilancio del prestigio della Gondola. Molto impegno è stato profuso, nel corso degli ultimi anni, al riordino e messa online dell’archivio e al trasferimento del medesimo nel prestigioso contenitore dedicato alla fotografia: la Casa dei Tre Oci alla Giudecca. Senza mai tralasciare l’importante attività espositiva, relazionale e di comunicazione (anche attraverso la diffusione mensile del notiziario). Una preziosa semina che ha già dato molti frutti. Quali sono gli elementi di continuità con la precedente gestione e quali invece le nuove strategie già messe in atto o che intendete realizzare?
I ventidue anni di presidenza di Manfroi sono stati un periodo lungo e importante nella storia del Circolo: è stato un percorso nel quale si sono investite risorse nel ridare un’identità alla Gondola. E l’archivio è stato un punto fondamentale: già della necessità di un archivio (ora ha quasi 30mila vintage) ne parlava Francesco Lattuada, presidente negli Anni Settanta e Ottanta. Ma certamente Manfroi è stato quello che ha promosso una visione nuova e più generale, contribuendo all’acquisizione dei grandi fondi ora in carico. E anche promuovendo la scoperta di grandi autori sconosciuti (Sergio Del Pero, per esempio) e una rilettura della storia del Circolo dei primi dieci anni. Poi c’è stato tutto il lavoro organizzativo dell’archivio che è stato portato avanti, dopo i primi timidi approcci, dal 2006, da Aldo Brandolisio, da tempo responsabile dell’archivio.
Dal momento del cambio alla presidenza (2016) e di gran parte del Consiglio Direttivo, l’attività del Circolo ha cambiato rotta, dirigendosi verso la fotografia contemporanea. Quello che facciamo ora è esplorare questa nuova dimensione (anche tecnica in quanto digitale). Certo, non dimentichiamo il passato ma, visto che l’école de Venise è morta e sepolta (e non potrebbe essere che così), occorre storicizzare i lunghi settant’anni del Circolo. Già nel libro di Codice Sorgente ci sono più di cinquanta pagine dove la storia del Circolo viene ri-raccontata da Nicola Bustreo, con ottime evidenze.

Luigi Guzzardi, Andy Warhol, Palazzo delle Prigioni, Venezia, 1977 e Carlo Chiapponi
Luigi Guzzardi, Andy Warhol, Palazzo delle Prigioni, Venezia, 1977 e Carlo Chiapponi

L’ultima domanda che si articola, in verità, su tre diverse questioni è riservata alla fotografia e ti viene rivolta in qualità di esperto (di fotografia stenopeica e di diritto della fotografia). Dopo avere archiviato, forse definitivamente, le accuse di essere ora troppo, ora troppo poco artistica, realistica, tecnica e avere vinto anche l’ultimo “combattimento per un’immagine”, mi riferisco alla sfida sferratagli dal digitale.
Possiamo, a ogni buon conto, affermare che oggi la fotografia ha finalmente raggiunto la maggiore età? E, ancora, che forse non ha più senso interrogarsi sul suo noema o discutere attorno alla continuità e alla discontinuità dei suoi codici?
Se così fosse, e forse è già così, come scongiurare il rischio di “autismo critico” e mantenere viva la “tensione erotica” che da sempre ha contraddistinto questa disciplina, esortandola a una continua e mai appagata ricerca di sempre nuovi territori da conquistare?
Non penso che la tecnologia digitale abbia lanciato una sfida alla fotografia: è solo un’evoluzione tecnica, al pari di tutte quelle che ci sono state dal 1839 a oggi. E ce ne saranno altre, presumo. La fotografia è stata sempre adulta, è nata maggiorenne, solo che si adatta molto rapidamente all’epoca nella quale opera e vive, assumendone i pregi e i difetti. Quelli che cambiano sono i codici di utilizzo, non tanto il suo codice sorgente.
In sintesi, dalla fotografia si vuole sempre una visione del mondo, uno sguardo particolare, spesso diritto ma anche sghimbescio. È per questo che ci meravigliamo ogni volta che scopriamo qualcuno che vede e non guarda solamente. Ma è il destino di tutte le forme d’arte.

Adriana Scalise

www.cflagondola.it

Dati correlati
Spazio espositivoFONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA - PALAZZETTO TITO
IndirizzoFondamenta Gherardini 30123 venezia - Venezia - Veneto
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Adriana Scalise
Adriana Scalise lavora presso l'Archivio della Biennale di Venezia, laureata in Lingue Orientali (Arabo) e in Conservazione dei Beni Culturali (Storia dell'Arte) da oltre dieci anni nutre interesse nei confronti della Fotografia nelle sue varie declinazioni (storia, estetica e pratica fotografica). In qualità di ricercatrice indipendente collabora con diverse riviste del settore (Gente di Fotografia, Artribune, Fotostorica), partecipa a convegni e pubblica saggi (Verri, ed. Marsilio). Scrive poesie e da alcuni anni porta avanti un progetto fotografico dedicato a "se stessa".

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