Alle Scuderie del Castello di Pavia la personale di Vivian Maier, misteriosa fotografa di strada

La fotografia come auto-affermazione, la strada, il racconto degli emarginati, il successo arrivato postumo: la mostra delle Scuderie racconta la vicenda della fotografa-bambinaia la cui figura è ancora avvolta nel mistero

1. Vivian Maier, New York Public Library, New York, c. 1952 40x50 cm (16x20 inch.) Framed: 53,2x63,4 cm ©Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY
1. Vivian Maier, New York Public Library, New York, c. 1952 40x50 cm (16x20 inch.) Framed: 53,2x63,4 cm ©Estate of Vivian Maier, Courtesy of Maloof Collection and Howard Greenberg Gallery, NY

Fino al 5 maggio 2019, le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia propongono un percorso a cura di Anne Morin e Piero Francesco Pozzi: più di 120 fotografie in bianco e nero e a colori, oltre alle pellicole in super 8 mm, ricostruiscono la vicenda di Vivian Maier (1926-2009), una fotografa ancora in gran parte avvolta nel mistero, diventata celebre solo dopo la sua scomparsa. Dagli autoritratti alla fotografia di strada, la mostra incanta per la qualità del suo lavoro, capace di unire il reale (rappresentato anche nei suoi aspetti sociali più difficili) a una bellezza compositiva rara. La mostra si inserisce nella scelta dell’ente pavese di richiamare il pubblico tramite la fotografia: il prossimo appuntamento sarà quello con gli scatti del cinese Zeng Yi ai Musei Civici.

VIVIAN MAIER, LA FOTOGRAFA-BAMBINAIA

A fronte del lascito sconfinato di fotografie e rullini, sono ancora poche le informazioni che tratteggiano Vivan Maier: nata a New York nel 1926, trascorse la prima parte della sua vita in Francia, per poi tornare negli Stati Uniti nel 1951. Lavorò per tutta la vita come tata per le benestanti famiglie della Grande Mela; non si sposò mai e non ebbe figli propri. La fotografia fu la sua unica e pervasiva passione: vissuta come necessità, bisogno di registrazione del reale, mezzo per affermare la propria esistenza. Il desiderio di “scattare” superava addirittura quello di verificare i risultati, come dimostrato dai numerosi rullini mai sviluppati. Quando aveva pochi dollari in tasca preferiva destinarli a un nuovo rullino su cui imprimere le sue visioni, piuttosto che allo sviluppo delle fotografie. Dopo la sua scomparsa, fu l’agente immobiliare John Maloof a recuperare il suo patrimonio costituendone l’archivio: acquistò all’asta 120mila negativi, che la fotografa aveva dovuto cedere negli anni Novanta al suo definitivo tracollo finanziario. Grazie alla sensibilità di Maloof e alla sua fortunata acquisizione possiamo ricostruire oggi la vicenda della fotografa-bambinaia dal lascito sterminato in cui c’è ancora tanto da scavare.

L’OPERA DI VIVIAN MAIER

Non si può separare il personaggio di Maier dalla sua opera. Lo dimostra la gran quantità di autoritratti che costituisce la prima sezione del percorso: il suo volto serio, autorevole, a tratti triste, compare su vetrine e specchi trovati in mezzo al suo cammino nella metropoli, immortalato in quelli che possono essere considerati come degli antesignani (e ben meno faceti) selfie. Le oltre cento fotografie esposte sono divise poi in tematiche come Ritratti, La strada e Fotografie a colori, tanti frammenti di un unico racconto: quello della donna che scendeva in strada spingendosi anche nelle zone più degradate e pericolose della città con indosso un cappello, un vestito lungo, un cappotto di lana e scarpe da uomo, oltre alla Rolleiflex perennemente al collo (di cui un modello d’epoca è presente in mostra). Fotografava in modo quasi bulimico le città di New York e Chicago, i suoi abitanti, i bambini, gli animali, gli oggetti abbandonati, i graffiti, i giornali e tutto ciò che le capitava davanti agli occhi. Una fotografia di “strada” che è stata meglio definita Straight photography per la sua incorruttibile presa diretta sul reale, come spiega il curatore Piero Pozzi: “la sua figura, divenuta un fenomeno unico nella fotografia contemporanea, è dovuta in particolare alla sua sensibilità e bravura, alla capacità di individuare situazioni, punti di vista e soggetti e di fotografarli componendo, con grande cura nell’inquadratura, veri e propri racconti, intessuti di relazioni tra soggetto e sfondo, tra personaggi e ambienti”.

-Giulia Ronchi

VIVIAN MAIER. Street photographer
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo (viale XI Febbraio, 35)
fino al 5 maggio 2019
Dal martedì al venerdì: 10.00-13.00/14.00-18.00
Sabato, domenica e festivi: 10.00 – 19.00
Tel. 02.36638600
[email protected]
http://www.scuderiepavia.com/

 

Dati correlati
AutoreVivian Maier
Spazio espositivoSCUDERIE DEL CASTELLO VISCONTEO
IndirizzoViale Xi Febbraio 35 - Pavia - Lombardia
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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.

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