Intervista a Salvo Galano, il fotografo “sottomarino”

Stamberga Art Photography, Milano ‒ fino al 30 dicembre 2018. Per la prima volta a Milano un’antologia di scatti del fotografo ponzese, inclusi i ritratti di viaggio modificati dal mare. Ecco intervista e video.

Salvo Galano, Passaggio a Sudest. Installation view at Ponza Island
Salvo Galano, Passaggio a Sudest. Installation view at Ponza Island

Stamberga è trasformata. L’originale spazio espositivo del fotografo Marco Beretta più che galleria è un concept store ospital-chic, una “humilis domus” con foto d’autore, pubblicazioni internazionali di fotografia, oggetti di design, cancelleria giapponese e preziosi tè. Chi ci mette piede una volta tende a ritornarci, e ogni volta lo trova diverso. Protagonista della mostra natalizia di quest’anno è Salvo Galano (Milano, 1968) fotografo di origine ponzese attivo dagli Anni Novanta che per la prima volta propone a Milano un’antologia di suoi lavori. L’esposizione offre ai visitatori un percorso attraverso le sue esperienze di viaggio e ricerca, e comprende tre serie (Facial Landscapes, Newyorkers e Passaggio a Sudest) con un duplice denominatore comune: il ritratto come punto di osservazione sulla conoscenza del mondo e la curiosità di immortalare realtà ed etnie diverse. Autore di progetti personali, editoriali e pubblicitari, dal 1995 al 2001 Galano ha lavorato a New York come reporter per varie riviste, e in quel periodo ha attraversato Americhe e Sudest asiatico a caccia di storie. Del 2014-16 le installazioni fotografiche Passaggio a Sudest e Stars, allestite sotto le acque dell’isola di Ponza.

La mostra presso Stamberga include serie diverse per tecnica, soggetti e formato. Cosa le accomuna?
Sin dagli inizi dei miei studi di fotografia, ho cominciato a sperimentare tecniche e linguaggi “pittorici” che potessero rendere un’immagine fotografica anch’essa unica e non più riproducibile. Nei lavori esposti a Stamberga, sono stati scelti tre progetti che aspirano a questo concetto.

Salvo Galano, Pedro y Narcisio, Padre e hijo. Rain Forest Venezuela ® Salvo Galano
Salvo Galano, Pedro y Narcisio, Padre e hijo. Rain Forest Venezuela ® Salvo Galano

La serie Facial Landscapes colpisce particolarmente, l’uso del colore è di assoluta originalità e sicuro impatto. Chi sono le persone ritratte in questi cinque lavori e com’è nato il progetto?
In uno dei miei viaggi in America Latina ho avuto modo di entrare in contatto con le persone del villaggio di Chuao, in Venezuela. I personaggi ritratti sono lavoratori del cacao, discendenti dagli indios Marakay. Arrivato nel villaggio, la mia intenzione era quella di produrre un classico reportage in bianco e nero, ma sono rimasto subito affascinato dai colori delle case, tanto da decidere di usarli come fondali per i ritratti degli abitanti.
Avevo con me moltissimi rullini in bianco e nero e una decina di negativi colore, così sperimentai la tecnica inversa di quella utilizzata dai fotografi di moda.

Ovvero?
A metà Anni Novanta, i fotografi di moda erano soliti sviluppare le pellicole con un procedimento chiamato cross process, scattando con pellicole diapositive e sviluppandole al contrario con il processo C41 (usato esclusivamente per i negativi colore). Questa alchimia inversa produceva dei colori altamente saturi. Io invece scattai con pellicole negativo colore e al mio rientro a New York le feci sviluppare con il processo E6 tramutandole in diapositive. Questo ulteriore stravolgimento alchemico rendeva i colori inversi più surreali, tramutandoli da freddi in caldi e viceversa.

Gli scatti di Facial Landscapes sono pezzi unici o hanno una tiratura più ampia? Quante foto rientrano in questa serie, oltre a quelle in mostra?
La tiratura massima è di dieci esemplari. Delle cinque immagini esposte a Stamberga due sono la prima copia riprodotta in occasione della prima mostra a New York nel 1997. Due immagini sono la seconda copia e un’immagine la terza copia. La serie completa è formata da venticinque ritratti.

Anche la seconda serie, Newyorkers, è una galleria di ritratti, questa volta composta da Polaroid Transfert all’albumina [l’albume d’uovo era usato dai pittori del Quattrocento come fissativo dei colori a tempera per gli affreschi, N.d.R.]. Di che periodo è e cosa racconta di New York?
Nel corso dei miei sette anni di permanenza a New York era per me facile ritrovarmi catturato dai volti delle persone che incrociavo per le strade dell’East Village: colore, frenesia, multirazzialità. Così nel 1996 ho prodotto questa serie fermando per strada persone che richiamavano la mia attenzione e rubando loro qualche scatto.

Passage to south east – an underwater photo exhibition by Salvo Galano from Salvo Galano on Vimeo.

Parliamo dell’ultima serie, Passaggio a Sudest. Per realizzarla, le lastre fotografiche sono state immerse nei fondali marini di Ponza e hanno cambiato aspetto, ossidandosi e con l’azione dei microorganismi marini. Com’è nata questa idea?
L’intento della mostra, essendo il luogo dell’installazione un luogo prettamente turistico, era quello di unire un’attività culturale a un’attività ludica. Questo creando sotto il livello del mare un grande cerchio “spazio temporale” dove il fruitore, munito di una semplice maschera da sub, si ritrovasse catapultato dalla baia del Frontone a Ponza e si ritrovasse in un altro Sudest, quello asiatico, lontano migliaia di miglia ma bagnato dallo stesso elemento. Il mare.

L’installazione a Ponza era fruibile soltanto dai sommozzatori?
Da qualsiasi persona in grado di nuotare.

Salgado ha affermato che la fotografia ha la funzione di fermare la storia. Secondo lei, con centinaia di milioni di fotografie caricate ogni giorno sui social media, com’è possibile per un fotografo fare memoria?
Innanzitutto per un fotografo cogliere l’attimo è importantissimo, il carpe diem visionario di Leonardo già nel Quattrocento recitava: “L’acqua del fiume che tocchi è l’ultima di quella che è andata e la prima di quella che viene”. Così il tempo presente. La conoscenza dell’uso della luce è il secondo fattore fondamentale: la parola stessa fotografia significa “scrivere” o “disegnare con la luce”.
Uno dei miei mentori, il fotografo statunitense Walker Evans, diceva che un fotografo deve avere l’occhio affamato. Avendo questa insaziabile fame bisogna poi filtrare il tutto con la propria sensibilità ed è proprio quest’ultima che rende identificabile un linguaggio fotografico rispetto a un altro.

Margherita Zanoletti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Margherita Zanoletti
Con Francesca di Blasio ha pubblicato la prima traduzione italiana di “We are Going” dell’autrice e artista aborigena australiana Oodgeroo Noonuccal; con Pierpaolo Antonello e Matilde Nardelli ha co-curato “Bruno Munari: the Lightness of Art”. Dal 2004 idea e collabora a progetti formativi, editoriali ed espositivi connessi ad arte e scrittura contemporanee. Dal 2010 lavora presso l’Università Cattolica di Milano. Collabora con Artribune dal 2014.

LEAVE A REPLY